De Ficchy Giovanni

In un colpo di scena che avrebbe fatto invidia a qualsiasi scriptwriter di una soap opera, il pontificato di Papa Leone XIV ha preso avvio all’insegna di una rimozione: non quella dei peccati, ma quella dei mosaici.
È infatti notizia fresca di giornata che Vatican News, il portale ufficiale di informazione vaticana, ha deciso di eliminare le immagini del controverso artista Marko Rupnik dalle sue pagine liturgiche.
E sì, parliamo proprio di quel Rupnik, l’ex gesuita le cui opere erano diventate più famose per le polemiche che per la loro bellezza artistica.
L’ironia della situazione è palpabile.
Da una parte, abbiamo l’arte sacra, dall’altra, i drammi che si intrecciano in un racconto di abusi e sofferenze.
Le vittime delle presunte malefatte dell’artista hanno finalmente avuto una piccola vittoria in questo immenso teatro di potere e dolore: «Il sito Vatican News ha finalmente rimosso le immagini realizzate da don Marko Rupnik», commenta soddisfatta l’avvocata Laura Sgrò.
Una decisione che arriva dopo mesi di polemiche e denunce, un passo significativo anche se tardivo.
La rimozione delle opere di Rupnik dal sito ufficiale del Vaticano rappresenta un segnale, seppur piccolo, di attenzione verso le vittime e di presa di distanza dalle azioni del sacerdote gesuita, accusato di abusi psicologici, spirituali e sessuali.
Resta da vedere se questo gesto sarà seguito da ulteriori azioni concrete da parte della Chiesa, volte a fare piena luce sulla vicenda e a garantire giustizia alle persone offese.
L’avvocata Sgrò, pur esprimendo soddisfazione, sottolinea come la strada verso la completa verità e la riparazione del danno sia ancora lunga e complessa
Era ora!
Ma non possiamo fare a meno di chiederci: ci voleva tanto?
Sembra che la rimozione di queste immagini fosse stata richiesta più volte da chi, purtroppo, ha vissuto esperienze strazianti legate a quell’uomo.
Ora, che sia il nuovo Papa a mettere definitivamente la parola fine su questa scabrosa faccenda, offre uno spunto di riflessione sul timing e sulla necessità di azioni concrete, non solo simboliche.
E qui subentra la questione della liturgia del 9 giugno, quando i social si sono infiammati nel denunciare la presenza di un mosaico di Rupnik proprio mentre le celebrazioni religiose erano in corso.

A questo punto, anche padre Ryan Hilderbrand, cappellano dell’Università dell’Indiana, si è espresso a riguardo, definendo la rimozione «una cosa giusta».
Certo, non vorremmo trovarci nella pelle di chi deve gestire la liturgia con opere di Rupnik che creano più confusione che inspirazione celeste.
È un po’ come cercare di bere un bel bicchiere d’acqua mentre in sottofondo risuona una sinfonia di urla: difficile concentrarsi!
In effetti, la questione Rupnik è tra le più spinose che Papa Leone XIV si trova a dover affrontare.
Se a Lourdes avevano già deciso di coprire le opere dell’artista, non si può dire che la faccenda stia prendendo una piega semplice.
Il Capo dei Gesuiti, padre Arturo Sosa, ha recentemente descritto il caso come «un tema delicato» che ha causato molto dolore.
“Ma perché non farlo prima?”, ci chiediamo.
La sofferenza non ha, ahimè, un tempo definito, e le vittime continuano a trovarsi nel limbo dell’incertezza.
Ma c’è di più.
Il Dicastero per la Dottrina della Fede sembra essere afflitto dalla sindrome del “cercheremo i giudici perfetti”.
Il cardinale Prefetto Victor Manuel Fernandez, intento a trovare giudici che rispondano a criteri specifici (immaginiamo che anche la personalità debba essere “sacro” come le opere di Rupnik), ha fatto trapelare che la ricerca è in corso.
Siamo tutti molto curiosi: quali sarebbero queste caratteristiche must-have?
Un senso dell’umorismo adeguato?
Una conoscenza enciclopedica della storia dell’arte sacra?
O magari, l’abilità di ballare il valzer durante un processo?
Nel frattempo, la domanda rimane: chi deciderà le sorti del caso Rupnik?
Certamente il nuovo pontefice, con il suo stile innovativo e diretto, potrebbe voler mettere in atto un approccio meno burocratico rispetto al passato.

E questo potrebbe significare accelerare i tempi, dato che attualmente il caso vive un vero e proprio cul de sac.
Le vittime attendono giustizia, e il mondo guarda con occhio critico il Vaticano, desideroso di vedere come si svilupperà questa intricata trama.
La situazione si fa sempre più intrigante: il popolo cattolico sembra diviso tra l’ammirazione per l’arte di Rupnik e il desiderio di rimuovere ogni traccia di lui dai luoghi sacri.
Un dilemma degno di un dramma shakespeariano, dove la verità si fa beffe delle convenzioni e le emozioni umane si scontrano con la sacralità.
È possibile redimere un artista il cui nome è diventato sinonimo di tragedia?
Certo, in un contesto globale dove il potere clericale è spesso messo in discussione, la rimozione delle opere di Rupnik rappresenta un piccolo passo verso la giustizia.
Ma è sufficiente?
In attesa del processo, la comunità ecclesiale è tenuta a riflettere su come non ripetere gli errori del passato.
La chiesa ha il dovere di ascoltare le voci delle vittime, di offrire spazio al dolore e di costruire un futuro in cui tali atrocità non possano mai più ripetersi.
Perché, se c’è una lezione che possiamo trarre da questa vicenda, è che l’arte, per quanto bella, non può mai giustificare il dolore inflitto agli innocenti.
Intanto, lasciamo che i mosaici di Rupnik rimangano in ombra, come un ricordo scomodo di ciò che dovrebbe essere solo un bellissimo percorso di fede, privo di conflitti e sofferenze.
E mentre il nuovo Papa conduce la sua nave attraverso queste acque tempestose, non possiamo fare a meno di invocare un pizzico di ironia sul destino: chi avrebbe mai pensato che l’inizio di un pontificato potesse dipendere così tanto da un’opera d’arte?
Facciamo in modo che sia un inizio promettente, non un finale tragico.
