
In un’epoca in cui il dibattito politico sembra un palcoscenico per comici improvvisati, Roberto Fico si ritrova a dover interpretare uno dei ruoli più imbarazzanti: quello del condannato (metaforicamente parlando, s’intende) alla sedia elettrica della polemica pubblica.
Dopo la notizia del gozzo ormeggiato nel porto di Nisida a prezzi stracciati – una sorta di affare del secolo, solo che il “secolo” in questione appare piuttosto lontano – ecco che spunta come un fungo all’improvviso un caso di condono che riporta alla ribalta il suo immobile a San Felice Circeo.
La sanatoria, che risale al lontano 2017, sembra essersi trasformata in un’arma di distruzione di massa per la reputazione di Fico.
Per carità, non ci sarebbe nulla di male ad usufruire di una sanatoria; la domanda è: chi può permettersi di criticare il condono quando ha già assaporato il dolce nettare della sanatoria?
È un po’ come se un sommelier d’eccezione disdegnasse i vini che ha già stappato in passato solo perché adesso è diventato vegano.
Ma andiamo con ordine: il vero artista qui è Vincenzo De Luca, il governatore che gioca a ping pong con le dichiarazioni degli avversari mentre tiene saldamente il timone della nave.

Fico, attualmente candidato del campo largo a governatore in Campania, si sta dedicando a una campagna anti-condono da far impallidire persino gli attivisti più incalliti.
Eppure, dietro le quinte, il suo ufficio stampa si affanna a chiarire che lui non c’entra nulla con quella sanatoria, giustificando la situazione con un racconto che suona quasi come una fiaba: “La richiesta non è stata fatta dal presidente Fico né dalla sua famiglia, bensì dal precedente proprietario negli anni ’80!”
Un po’ come dire: “Io non ho mai rubato una mela; era già marcia prima che io la prendessi”, giusto?
La situazione tra le fila del centrosinistra è degna di un film di Woody Allen: un tutti contro tutti che ricorda più una sitcom che un’alleanza politica.

De Luca contro Mastella, e intanto i grillini duri e puri non perdono occasione per mettere il dito nella piaga.
Non è chiaro chi stia cercando di vincere questa guerra interna: sembra che ognuno stia cercando di svendersi il più possibile per non essere il primo a cadere sotto le critiche.
Giocando a fare il magistrato della verità, Fico sembra decidere di appellarsi a una sorta di “giustizia storica”: “Non sono io il condonatore, ma il condonatore del condonatore”, dicendo a gran voce che non c’è nulla di male nel non aver mai chiesto una sanatoria.
Insomma, la sua posizione è davvero una questione di pura casualità: nel mondo della politica è tutto un gioco di destini incrociati, e il suo destino sembra essere quel garage trasformato in abitazione senza che lui abbia mai alzato un dito.
E se è vero che il vecchio proverbio “fa’ ciò che dico, non ciò che faccio” si applica perfettamente a questo dramma, il paradosso raggiunge livelli surreali quando lo stesso Fico si scaglia con enfasi contro il condono proposto dal centrodestra.
La coerenza, quel bene prezioso, è ormai un miraggio lontano.
Ma come diceva un saggio filosofo: “La vita è troppo breve per prendersela sul serio”.
Siamo arrivati a un punto in cui il “campo largo” del centrosinistra sembra più simile a un campo minato. La battaglia ideologica si trasforma in una farsa e i vari protagonisti lanciano granate verbali a chiunque osi mettere in discussione il loro operato o, peggio ancora, il proprio passato.
Chi si diverte di più, però, è il pubblico: assistiamo a un vero e proprio show, dove le maschere cadono una dopo l’altra, rivelando un’umanità fragile e contraddittoria.
In sintesi, il balletto politico di Fico è un esempio lampante di come la coerenza possa essere messa in discussione quando si entra in politica.
Invece di restare ancorato a ideali solidi, si fa fatica a tenere il passo con una narrazione che cambia ogni giorno.
E ora, mentre il centrodestra si prepara a tirare tiri da tre, nel campo di Fico appare sempre più una lotta tra titani in miniatura.
La vera sfida sarà capire chi, alla fine, avrà la meglio nella comedia dell’assurdo a cui abbiamo assistito.
Ma una cosa è certa: il grande palcoscenico della politica napoletana ha bisogno di nuovi attori, perché quelli attuali stanno rischiando di far crollare il sipario.
E così, in attesa di un nuovo scivolone, ci rimane solo una cosa da dire: che il circo politico continui!
