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IL GRANDE SPETTACOLO DEL RIMPIATRIO

Ah, la migrazione!

Quel fenomeno magico che da decenni allieta le nostre società con numeri da capogiro e scenari da film drammatico, ma senza popcorn.

Si parte con “Wir schaffen das” – “Ce la faremo!” – un grido trionfante e pieno di ottimismo che ha spalancato le porte della Germania a oltre un milione di siriani nel 2015.

Oggi però, sorpresa: quel portone si richiude con l’arduo compito di rimandarne indietro ben novecentomila.

E chi è il gentile interlocutore designato per questo ritorno alle origini? Nientemeno che Ahmed al Sharaa, presidente ad interim della Siria, ex comandante di al Qaeda con tanto di taglia americana – rimossa giusto in tempo per la foto di rito alla Cancelleria.

Prima accoglienza, ora rimpatrio, ma con stile, ovviamente.

Ciò che conta – e che nessuno vuol ammettere – non è il gesto umanitario di tendere la mano. No, caro lettore, il guaio vero è cosa questa mano ha combinato in vent’anni di politiche migratorie senza sapere né governi né criterio.
La Germania, sempre generosa, ha aperto il suo cuore – e i suoi quartieri – a più di dieci milioni di immigrati, con una maggioranza composta da tre milioni di turchi confinati nei ghetti linguistici e un milione e duecentomila ucraini ammessi con corsie preferenziali a sussidi di cittadinanza senza obbligo di lavorare.

Il paradiso sociale?

Macché.

L’inserimento lavorativo a due cifre ci metteva una pietra sopra all’integrazione, fino a quando un programma spintaneo chiamato Job-Turbo ha fatto miracoli portando il tasso “solo” al 51%.

Non esattamente una standing ovation.

Ora Berlino chiude il rubinetto dell’accoglienza, abbassa il sussidio da 563 a 441 euro, e manda un segnale forte e chiaro: il sistema fa acqua da tutte le parti.

Ma attenzione, non è un problema solo tedesco.

L’Italia, nostra amata terra, si trova nella stessa barca (anzi, in balia di un intero arcipelago di iceberg sommersi).

Con stranieri che costituiscono il 9% della popolazione, ma che rappresentano il 34,7% dei denunciati, fermati o arrestati (e oltre il 60% solo per furti, scippi e rapine), le prove numeriche smascherano l’ipocrisia: il 70% delle violenze è attribuibile a irregolari, meno dell’1% della popolazione nazionale.

E se togliessimo i detenuti stranieri, le carceri non sarebbero affollate.

Ma naturalmente, nessun garantista osa affrontare il delicato tema.

Poi ci sono le rimesse, quei soldi faticosamente guadagnati qui e spediti altrove: ben 8,3 miliardi ufficiali nel 2024, ma tra canali ufficiali e informali si parla di quasi 12 miliardi.

Pensa un po’, il Bangladesh incassa 1,4 miliardi, mentre la Cina, dal 2011 al 2024, dichiara una drastica diminuzione nelle rimesse ufficiali – il resto svanito in circuiti misteriosi che neanche la Guardia di Finanza riesce a localizzare.

In parole povere, ricchezza italiana trasferita altrove, perché qui non conviene rimanere.

E il cuore del paradosso?

Lo stato sociale: il lavoratore straniero medio guadagna poco più di 16.600 euro annui e versa appena il 23% dell’IRPEF pur essendo la stragrande maggioranza dei contribuenti.

Più della metà dei pensionati stranieri percepisce pensioni assistenziali senza aver versato un centesimo di contributi: un lusso che costa allo Stato 1,44 miliardi l’anno.

Nel frattempo il 30% delle famiglie straniere vive in povertà assoluta, pesantemente assistite da servizi pubblici accolti con braccia aperte ma portafogli assai leggeri.

Il meccanismo?

Quasi geniale nella sua malefica semplicità: entri con uno status da rifugiato o con un visto turistico eterno; usufruisci dello stato sociale; manderai denaro a casa tua, prosciugando le casse italiane; e se qualche autorità prova a rispedirti a casa, ti attacchi a quindici mesi di ricorsi legali assicurati.

In Germania addirittura si stima che i tribunali si bloccherebbero per anni se tutti i siriani revocati facessero appello.

Complimenti per il sistema!

Le regole vengono da una parte usate come scudo da chi non ne rispetta alcuna, e dall’altra strumentalizzate da chi ne trae profitto.

Perché sì, non è tutto oro quel che luccica nell’accoglienza: il giro d’affari che ruota intorno a cooperative, appalti e centri di accoglienza è un fiume di denaro pubblico senza controlli degni di questo nome.

E se qualcuno crede che sia finito con Mafia Capitale, si sbaglia: il business si è spostato, ma non si è fermato.

Chi difende l’accoglienza illimitata senza posa non lo fa per umanità, ma per interesse economico ed elettorale.

Prendi Soumahoro, il paladino dei braccianti: entrato in Parlamento con l’immagine proletaria, scomparso nel silenzio mentre moglie e suocera andavano a processo per aver trasformato fondi pubblici in vacanze e griffe.

Tutto sotto l’occhio benevolo di Fratoianni e Bonelli, che non hanno esitato a candidare Lucano e la Salis alle europee e a piazzare la moglie di Fratoianni alla Camera.

Insomma, un matrimonio perfetto tra buonismo e convenienza.

Ah, qualcuno obietterà: “Ma le piazze! Le proteste!”.

Certo, manifestanti e giornali progressisti urlano ai quattro venti che rimpatri = deportazioni, Europa = Trump, democrazia in pericolo.

Peccato che il paragone faccia acqua da tutte le parti.

Persino negli Stati Uniti, patria del melting pot, metà della popolazione vuole la deportazione degli irregolari e il 73% riconosce che entrare senza permesso è illegale.

Là le critiche sono sui metodi, non sul principio! Qui invece si confonde la mannaia con il bisturi, volutamente.

L’Europa ha fatto il medico pietoso per vent’anni: accoglienza senza condizioni, permessi senza verifiche, stato sociale senza limiti.

Ora la piaga è purulenta, e chi prova a curarla viene accusato di barbarie.

Ricordate quando il governo italiano firmò l’accordo con l’Albania per i rimpatri?

Urla di disumanità da metà continente.

Due anni dopo, la Germania tratta con un ex di Al Qaeda per rimpatri simili: pragmatismo.

Danimarca revoca permessi, Svezia espelle somali come modello, Paesi Bassi dichiara emergenza nazionale.

Stessa sostanza, linguaggio diverso.

L’Italia aveva già imboccato questa strada, da sola, sotto il fuoco incrociato di mezza Europa.

Qualcosa si è rotto nel discorso pubblico europeo e non si riparerà mai più.

L’accoglienza illimitata è morta.

Non è stata uccisa da destra, populisti o sovranisti, ma dai numeri, dal peso insostenibile su sanità e pensioni, dal fallimento totale dell’integrazione e dalla rabbia di milioni di cittadini stanchi di favole.

La parola finale?

Rimpatri.

Oggi sussurrata, domani gridata.

Che piaccia o no.

Di Admin

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