
No, tranquilli: non state vedendo doppio, triplo o addirittura quadruplo.
È semplicemente il nuovo concetto di pluralismo televisivo secondo La7.
Una formula innovativa, rivoluzionaria, destinata probabilmente a entrare nei manuali di giornalismo contemporaneo: si invitano Bersani, Gentiloni e Aprile, tutti insieme, e poi si lascia che discutano amabilmente tra loro.
Un capolavoro di equilibrio.
A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma questo sarebbe giornalismo?
Oppure siamo davanti a una forma sperimentale di teatro politico, con cast accuratamente selezionato e copione già implicitamente scritto?
Perché, osservando la trasmissione, il dubbio nasce spontaneo.
Non sembra di assistere a un dibattito, bensì alla rappresentazione televisiva di una sola opinione, declinata in tre voci diverse e accompagnata dalla doverosa espressione grave del conduttore.
Naturalmente, tutto questo viene presentato come informazione.
Perché basta accendere le telecamere, sistemare gli ospiti attorno a un tavolo e usare la parola “confronto” almeno un paio di volte per trasformare un comizio in giornalismo.
È una magia televisiva straordinaria: nessun contraddittorio, nessuna voce dissonante, nessun ospite destinato a rovinare l’armonia generale con una posizione diversa.
Un format semplicissimo: tutti d’accordo, tutti indignati nella stessa direzione, tutti pronti a confermare ciò che gli altri hanno appena detto.
Una specie di ping-pong, solo che entrambi i giocatori appartengono alla stessa squadra e la pallina non cambia mai campo.
E adesso proviamo, per gioco, a immaginare lo stesso programma su Rete4.
Mettiamo in prima fascia serale, tutti insieme, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Alessandro Capezzone.
Solo loro.
Nessuna voce alternativa.
Nessun interlocutore di orientamento diverso.
Un programma interamente dedicato alla celebrazione delle loro idee, con domande morbide, applausi selezionati e occasionali espressioni di severa preoccupazione.
Che cosa accadrebbe?
Probabilmente assisteremmo a un’esplosione collettiva di indignazione.
Editoriali, editorialisti, opinionisti, esperti di pluralismo e custodi della democrazia si precipiterebbero a denunciare l’autoritarismo mediatico.
Si parlerebbe di propaganda, di deriva illiberale, di occupazione degli spazi televisivi, di informazione trasformata in megafono del potere.
Qualcuno invocherebbe persino una commissione d’inchiesta, mentre qualcun altro chiederebbe l’intervento dell’ONU, della Corte europea dei diritti dell’uomo e, se necessario, del vicino di casa.
E forse non avrebbe tutti i torti.
Il punto, infatti, non è stabilire quale posizione politica sia corretta o quale schieramento abbia il monopolio della ragione.
Il problema è un altro: se il pluralismo vale, deve valere sempre.
Non può essere un principio da difendere soltanto quando a essere esclusa è la propria parte politica preferita.
Altrimenti non è pluralismo: è semplicemente tifo organizzato con illuminazione televisiva.
Quando un programma ospita soltanto persone che condividono la medesima lettura dei fatti, il risultato non è un dibattito.
È una conferenza stampa permanente, magari più elegante e con qualche battuta studiata.
Il pubblico non viene messo nelle condizioni di ascoltare opinioni diverse, confrontare argomenti, individuare contraddizioni e formarsi un giudizio autonomo.
Viene accompagnato, con garbo e professionalità, verso una conclusione già confezionata.
La parte più divertente è che spesso queste trasmissioni si presentano proprio come luoghi di analisi critica e approfondimento. “Stasera discuteremo dei temi più importanti del Paese”, annuncia il conduttore.
E uno si aspetta un confronto acceso, magari complesso, con posizioni differenti.
Poi arrivano gli ospiti: tre persone sostanzialmente allineate, un’unica interpretazione degli eventi e un moderatore che, invece di porre domande scomode, sembra soprattutto interessato a mantenere intatta l’atmosfera del salotto.
Il telespettatore, a quel punto, può scegliere tra due possibilità: annuire davanti allo schermo oppure cambiare canale. In entrambi i casi, il confronto democratico può tranquillamente aspettare.
E sia chiaro: Bersani, Gentiloni e Aprile hanno tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni.
Nessuno mette in discussione il loro diritto di parlare, commentare, criticare e analizzare.
Il problema riguarda la costruzione editoriale del programma.
Se vengono invitati soltanto esponenti o commentatori riconducibili allo stesso campo culturale e politico, la trasmissione assume inevitabilmente la forma di una narrazione monocorde.
Si può chiamare approfondimento, analisi, speciale, dibattito, confronto o “serata informativa”.
Il nome non cambia la sostanza.
Un dibattito prevede almeno la possibilità del dissenso.
Non necessariamente la rissa, non necessariamente le urla, non necessariamente il teatrino del “lei non mi interrompa”.
Ma una posizione diversa dovrebbe esserci. Un punto di vista capace di mettere in discussione le certezze degli ospiti, chiedere chiarimenti, contestare le semplificazioni e ricordare che la realtà, per fortuna, è quasi sempre più complicata dello slogan pronunciato in prima serata.
Invece, sempre più spesso, la televisione politica sembra preferire la sicurezza del pensiero unico alla fatica del confronto. Ospiti compatibili, opinioni compatibili, domande compatibili.
Tutto ordinato, tutto rassicurante, tutto perfettamente coerente con la linea della serata. L’unico elemento davvero imprevedibile è il telecomando del telespettatore.
E naturalmente non manca mai l’indignazione selettiva.
Se un canale di centrodestra invita tre personalità di centrodestra, la situazione viene descritta come una minaccia alla democrazia. Se un canale percepito come progressista costruisce un tavolo composto esclusivamente da ospiti progressisti, improvvisamente la questione diventa più sfumata, articolata, complessa.
Si parla di “sensibilità editoriali”, di “scelte di approfondimento”, di “contesto”. Come se il pluralismo avesse un orientamento politico e cambiasse definizione a seconda del logo in alto a sinistra dello schermo.
È un meccanismo curioso.
Da una parte si sostiene che la televisione debba offrire una rappresentazione equilibrata delle diverse opinioni.
Dall’altra, quando la propria parte occupa l’intero spazio disponibile, si preferisce parlare di autorevolezza, competenza e qualità degli ospiti. Termini certamente rispettabili, ma che non possono diventare un lasciapassare per ignorare ogni voce discordante.
Perché anche il commentatore più preparato, l’ex ministro più esperto e il giornalista più brillante possono sbagliare.
E proprio per questo hanno bisogno di essere messi alla prova.
Una tesi non diventa automaticamente vera perché viene espressa da tre persone note, sedute sotto luci professionali e accompagnate da una musica drammatica.
La televisione non è un tribunale della verità, anche se talvolta sembra impegnarsi moltissimo per sembrare tale.
Il conduttore, poi, svolge un ruolo decisivo.
Un moderatore dovrebbe facilitare il confronto, porre domande pertinenti, interrompere le semplificazioni, chiedere dati, evidenziare contraddizioni e impedire che la trasmissione si trasformi in una gara a chi pronuncia l’indignazione più solenne.
Quando invece il conduttore si limita a confermare, rilanciare o accompagnare il ragionamento degli ospiti, la sua funzione non è più quella di arbitro.
Diventa il presentatore ufficiale del monologo collettivo.
Non serve urlare.
Non serve insultare.
Non serve trasformare lo studio in una curva da stadio.
Basterebbe invitare qualcuno con una posizione diversa e lasciargli il tempo di parlare. Un’idea semplice, quasi rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria che, evidentemente, richiede ancora numerosi studi di fattibilità.
Forse il timore è che il confronto produca confusione.
Ma la confusione, in democrazia, non è necessariamente un difetto.
È spesso il risultato naturale della presenza di più opinioni, interessi e interpretazioni.
Il compito dell’informazione non dovrebbe essere eliminare questa complessità, bensì aiutare il pubblico a orientarsi al suo interno.
Un programma nel quale tutti sostengono sostanzialmente la stessa tesi può essere piacevole per chi già la condivide.
È una sorta di zona di conforto ideologica: nessuna sorpresa, nessuna smentita, nessun fastidio.
