Piaciuto moltissimo. Bastien Bouillon attore incredibile e camaleontico. Si fa fatica a riconoscerlo quando lo si vede in altri film.

Con À pied d’œuvre, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, dove ha ottenuto il premio per la sceneggiatura, Valérie Donzelli affronta il tema della precarietà attraverso la storia di un uomo che, almeno in apparenza, sembra aver scelto liberamente la propria marginalità.
Il protagonista Paul, interpretato da Bastien Bouillon, è infatti un fotografo affermato, con una carriera redditizia e una posizione professionale relativamente solida. Intorno ai quarant’anni decide però di abbandonare tutto per dedicarsi alla scrittura, la sua autentica vocazione.
La scelta possiede una forza romantica, quasi esistenziale: rinunciare al successo economico per inseguire un desiderio più profondo, sottrarsi a una professione ormai priva di senso e cercare una forma di autenticità.
Ma il film mostra con lucidità quanto sia fragile questa idea di libertà quando non è sostenuta da risorse economiche sufficienti. Paul pubblica i suoi libri, riceve apprezzamenti dalla critica, viene riconosciuto come autore di talento, ma le vendite rimangono modeste. La letteratura gli offre prestigio, non reddito.
E così la vocazione, da scelta liberatrice, finisce per trasformarsi in una condizione di dipendenza e insicurezza.
Per continuare a scrivere senza tornare al vecchio mestiere, Paul comincia a cercare lavori occasionali attraverso una piattaforma digitale. Il sistema mette in contatto clienti e persone disponibili a svolgere piccoli incarichi: traslochi, consegne, lavori manuali, pulizie, riparazioni, mansioni spesso faticose e scarsamente qualificate.
La piattaforma promette flessibilità e autonomia, ma ciò che emerge è soprattutto un mercato del lavoro frammentato, nel quale ogni individuo deve vendere di volta in volta il proprio tempo, la propria disponibilità e perfino il proprio corpo.
Paul non è un lavoratore privo di competenze. Al contrario, possiede cultura, esperienza, una professione riconosciuta e un capitale umano significativo. Tuttavia, nel nuovo sistema, queste qualità non gli garantiscono alcuna protezione. La piattaforma non gli chiede chi sia, quali siano le sue capacità o quale progetto professionale coltivi. Gli chiede soltanto se è disponibile, quanto rapidamente può eseguire un incarico e a quale prezzo.
La sua storia dimostra così che la gig economy non riguarda esclusivamente i giovani senza qualifiche o le persone escluse dal mercato del lavoro tradizionale. Può investire anche chi ha avuto una carriera, una reputazione e un’identità professionale definita.
La libertà apparente della gig economy

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui rappresenta l’ambivalenza del lavoro tramite piattaforma. Paul non è costretto, almeno in senso diretto, ad accettare quella vita.
Non c’è un licenziamento improvviso, una crisi aziendale o un fallimento che lo obblighi a reinventarsi.
La sua precarietà nasce da una decisione personale. È lui ad aver rinunciato a un lavoro stabile e remunerativo. È lui ad aver scelto la scrittura, pur sapendo che difficilmente avrebbe potuto mantenerlo.
Questa origine volontaria non rende la situazione meno dolorosa.
Al contrario, la rende più complessa. Paul è insieme libero e prigioniero della propria libertà. Ha scelto di non tornare al vecchio mestiere, ma ogni giorno è costretto ad accettare incarichi che lo allontanano dalla scrittura.
Ha conquistato l’autonomia di decidere per sé, ma questa autonomia si traduce nella necessità di lavorare continuamente per poter sopravvivere.
Il film evita quindi una lettura semplicistica, nella quale il protagonista sarebbe soltanto una vittima di un sistema ingiusto. Paul ha una responsabilità nelle proprie scelte, ma la responsabilità individuale non cancella le condizioni strutturali che rendono quelle scelte così rischiose.

La piattaforma digitale costituisce il dispositivo perfetto di questa contraddizione. Da un lato, consente a Paul di organizzare il proprio tempo, scegliere gli incarichi e mantenere una certa distanza dal lavoro subordinato. Dall’altro, lo inserisce in una competizione permanente con altri lavoratori.
Ogni incarico è una gara al ribasso: vince chi accetta il compenso più basso, chi si rende disponibile più rapidamente, chi offre la massima flessibilità. L’autonomia promessa dalla piattaforma coincide dunque con una forma di precarietà individualizzata. Il lavoratore non ha più un datore di lavoro chiaramente riconoscibile, ma continua a dipendere da un sistema che stabilisce le condizioni dell’attività.
Anche la valutazione del cliente svolge un ruolo decisivo. Ogni prestazione viene sottoposta a un giudizio pubblico, espresso attraverso un punteggio o una recensione.
La reputazione diventa una sorta di salario invisibile: non produce denaro direttamente, ma determina la possibilità di ricevere altri incarichi. Paul non deve soltanto lavorare bene; deve risultare gradito, affidabile, disponibile, sorridente.
La relazione professionale viene così trasformata in una continua esposizione al giudizio.

Il lavoratore è chiamato a costruire un’immagine positiva di sé e a proteggerla da ogni possibile incidente.
In questa dinamica si riconosce uno dei tratti più caratteristici del lavoro contemporaneo: la responsabilità viene trasferita quasi interamente sull’individuo.
Se Paul non guadagna abbastanza, il problema sembra essere la sua organizzazione. Se riceve una valutazione negativa, la colpa ricade sulla sua prestazione.
Se non riesce a conciliare la scrittura con gli incarichi occasionali, la difficoltà viene presentata come una sua scelta personale.
La piattaforma resta sullo sfondo, apparentemente neutrale, mentre definisce concretamente le regole del gioco.
Il lavoro che non garantisce sicurezza
La storia di Paul permette di riflettere sulla precarietà del lavoro in Francia senza ridurla a una semplice contrapposizione con la situazione italiana.
Il mercato del lavoro francese dispone di strumenti di protezione sociale più strutturati e di un salario minimo che, in molti casi, offrono garanzie più forti rispetto a quelle presenti in altri Paesi europei. Tuttavia, questo non significa che il lavoro precario sia un fenomeno marginale o che avere un’occupazione equivalga automaticamente a vivere in condizioni di sicurezza.
Nel 2025, il 17,7% degli occupati francesi lavorava a tempo parziale, mentre il 9,4% aveva un contratto a durata limitata, come un CDD o un contratto di lavoro interinale.
Nello stesso periodo, il tasso medio di disoccupazione era salito al 7,7%. Sono dati che restituiscono un quadro tutt’altro che rassicurante: una parte significativa della popolazione attiva non dispone di un rapporto di lavoro pienamente stabile, continuativo e sufficiente a garantire autonomia economica.
Particolarmente significativo è il dato relativo al part-time involontario.
Secondo un rapporto del governo francese basato sui dati Eurostat, nel 2024 il 22,8% dei lavoratori francesi part-time tra i venti e i sessantaquattro anni avrebbe preferito lavorare più ore, contro il 18,8% della media dell’Unione Europea.
Il fenomeno colpisce soprattutto le donne e i lavoratori meno qualificati. Non si tratta quindi di una scelta legata esclusivamente alla conciliazione tra vita privata e lavoro, ma spesso dell’impossibilità di ottenere un impiego a tempo pieno.
È proprio questa distinzione a essere essenziale. Il part-time può essere una soluzione desiderata quando permette di dedicare tempo alla famiglia, allo studio o a un’attività creativa. Diventa però precario quando non è scelto, quando riduce il reddito senza ridurre proporzionalmente i costi della vita e quando impedisce di programmare il futuro.
Lo stesso vale per i contratti brevi e per il lavoro tramite piattaforma: la flessibilità può essere una libertà soltanto se il lavoratore dispone di alternative e di protezioni. In assenza di queste condizioni, diventa il nome elegante dell’incertezza.
Paul vive esattamente questa contraddizione. Lavora molto, spesso in condizioni faticose, ma non riesce a costruire una vera autonomia. Il suo problema non è l’assenza assoluta di occupazione.
È l’insufficienza e la discontinuità del reddito.
Ogni incarico risolve una necessità immediata, ma non contribuisce a creare stabilità.
Il lavoro non è più una base sulla quale progettare la propria vita: è una serie di emergenze da affrontare una dopo l’altra.
La precarietà come esperienza quotidiana
Donzelli è particolarmente efficace quando osserva le piccole umiliazioni della vita precaria.
À pied d’œuvre non ha bisogno di grandi scene drammatiche per mostrare la difficoltà del protagonista.
La precarietà emerge nei dettagli: nell’attesa di una risposta, nella competizione per un incarico, nella preoccupazione per una CHIAMATA CHE NON ARRIVA…
