
Ti chiamavi Roger. Roger Moore.
E sei nato il 14 ottobre 1927 a Londra, con quell’aria che avresti portato addosso per tutta la vita: non esattamente aristocratica, non davvero borghese, ma impeccabilmente consapevole di sé.
L’aria di un uomo che, davanti a un’esplosione, a una femme fatale o alla fine del mondo, avrebbe saputo trovare il tempo di sistemarsi il polsino.
Roger Moore è stato molte cose: modello, attore televisivo, star internazionale, ambasciatore UNICEF, marito quattro volte, padre di tre figli, bersaglio di ironie sull’età e, soprattutto, l’unico James Bond che abbia mai fatto della leggerezza una forma di strategia militare.
Non è stato il Bond più fedele a Ian Fleming. Non è stato il Bond più fisico.
Non è stato il Bond più tormentato, né il più credibile come assassino professionista.
Ma è stato, forse, il Bond più coerente con una certa idea di spettacolo cinematografico: quello in cui il pericolo è reale soltanto fino a quando non entra in campo il protagonista, e il protagonista non ha alcuna intenzione di lasciarsi rovinare la giornata.
La sua carriera, vista da lontano, sembra costruita attorno a una sola intuizione: non prendere troppo sul serio ciò che il pubblico, inevitabilmente, prenderebbe troppo sul serio al posto tuo.
Ed è stata una grande intuizione.
Prima di Bond: il Santo, il lord e il professionista dell’eleganza
Prima di diventare 007, Roger Moore era già una presenza perfettamente riconoscibile.
Non ancora un’icona mondiale, forse, ma una di quelle facce che la televisione britannica e internazionale sapeva sfruttare con particolare intelligenza. Aveva il portamento, il sorriso, la dizione e quel sopracciglio che sembrava avere una vita autonoma rispetto al resto del volto.
Il successo arrivò soprattutto con The Saint, trasmesso tra il 1962 e il 1969. Simon Templar era un personaggio che, per molti versi, anticipava il Bond mooriano: elegante, cosmopolita, moralmente flessibile ma sostanzialmente corretto, capace di muoversi nei salotti e nei luoghi malfamati senza alterare il tono della voce.
Era un giustiziere mondano, un avventuriero con guardaroba eccellente e una certa allergia alla gravità.
Moore intuì che quel personaggio non doveva essere appesantito.
Lo interpretò con una naturalezza quasi insolente, come se Simon Templar esistesse già e lui si limitasse a indossarne gli abiti prima di entrare in scena.
Era una recitazione fatta di sottrazione: mai troppo gesto, mai troppa rabbia, mai troppa intensità dichiarata. La sua arma principale era la sicurezza.
Non l’arroganza, che è sempre una forma di insicurezza ben vestita, ma la sicurezza di chi sa che il pubblico desidera essere accompagnato, non intimidito.
Poi arrivò Attenti a quei due (The Persuaders!), nel 1971. E lì avvenne qualcosa di quasi perfetto.

Lord Brett Sinclair, aristocratico britannico, e Danny Wilde, americano ricco, ruvido e impulsivo interpretato da Tony Curtis, formavano una delle coppie più riuscite della televisione degli anni Settanta.
La struttura era quella classica del duo complementare: inglese contro americano, raffinatezza contro istinto, abito su misura contro camicia sbottonata, Rolls-Royce contro Ferrari.
Ma lo spettacolo funzionava perché Moore e Curtis non si limitavano a rappresentare due stereotipi nazionali: si divertivano sinceramente a giocare l’uno contro l’altro.
Tony Curtis era nervoso, rapido, aggressivo. Moore era lento, composto, elegantemente esasperato.
Curtis faceva esplodere la scena; Moore la osservava esplodere con un sorriso appena accennato, come se avesse previsto tutto e, in fondo, ne fosse persino un poco offeso.
Quella serie spiega molto di ciò che Roger Moore avrebbe portato in James Bond. Non solo l’eleganza, non solo il sarcasmo, ma soprattutto il ritmo.
Moore non era un attore che aggrediva l’inquadratura: sapeva aspettare. E nel cinema popolare, dove spesso tutti recitano come se dovessero convincere lo spettatore a non cambiare canale, aspettare è un’arte rara.
L’impresa impossibile: succedere a Sean Connery
Quando Roger Moore diventò James Bond, il problema non era interpretare James Bond.
Il problema era succedere a Sean Connery.
Connery non aveva soltanto impersonato 007: l’aveva definito. Con film come Agente 007 – Licenza di uccidere, A 007, dalla Russia con amore, Missione Goldfinger e Thunderball – Operazione tuono, aveva trasformato un personaggio letterario in un fenomeno cinematografico planetario. Il suo Bond era muscolare, sensuale, pericoloso.
Aveva qualcosa di animalesco, nel senso migliore e più minaccioso del termine: sembrava sempre possibile che potesse sedurre una donna, uccidere un uomo o fare entrambe le cose nell’ordine meno prevedibile.
Dopo Connery arrivò George Lazenby, interprete di un solo film, Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà del 1969. Un film rivalutato negli anni, spesso a ragione, ma che non riuscì a stabilire una nuova identità popolare per il personaggio. Quando Connery tornò per Una cascata di diamanti nel 1971, sembrò per un attimo che la saga non riuscisse a immaginarsi senza di lui.
Poi arrivò Moore, nel 1973, con Agente 007 – Vivi e lascia morire.
E fece la scelta più intelligente possibile: non provò nemmeno a essere Sean Connery.
Questa decisione, oggi, sembra ovvia. All’epoca non lo era affatto.

Il pubblico aveva bisogno di riconoscere Bond, ma doveva anche accettare che Bond avesse un volto nuovo. Moore comprese che imitare Connery sarebbe stato non soltanto inutile, ma umiliante.
Non avrebbe mai potuto riprodurne la fisicità, la brutalità controllata, quella sensualità quasi primitiva. Sarebbe stato come chiedere a un purosangue inglese di comportarsi da pantera.
Così trasformò Bond.
Il suo 007 era meno killer e più gentiluomo. Meno spia traumatizzata e più turista di lusso con licenza di uccidere. Meno Fleming, forse, ma più cinema degli anni Settanta.
In un’epoca in cui il blockbuster cominciava a capire che il pubblico voleva meraviglia, esotismo e ironia, Moore si rivelò l’uomo perfetto.
Il suo Bond non affrontava il mondo: lo frequentava.
Un Bond per gli anni Settanta

Vivi e lascia morire è un film importante proprio perché è irregolare, datato, talvolta grottesco. Cerca di intercettare l’immaginario blaxploitation, mescola voodoo, droga, Louisiana, Caraibi, serpenti, inseguimenti in motoscafo e battute che oggi farebbero alzare più di un sopracciglio, persino a Roger Moore.
Ma dentro quell’operazione confusa e ambiziosa, Moore trova immediatamente la sua chiave. Non è ancora del tutto a suo agio: il confronto con Connery è vicino, l’immagine di Bond non si è ancora adattata completamente al suo stile. Eppure il suo modo di stare in scena è già diverso. Dove Connery avrebbe fatto sentire il peso della minaccia, Moore sembra decidere che la minaccia è una seccatura amministrativa.
Con Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro del 1974, al fianco di Christopher Lee, la formula si definisce ulteriormente. Il film non è tra i vertici della saga, ma mette in scena un confronto interessante: Scaramanga è un assassino raffinato, solitario, quasi mitologico; Bond, invece, è ormai un uomo del mondo, un protagonista che non ha bisogno di dimostrare la propria virilità perché la dà per scontata.

Il vero trionfo arriva con La spia che mi amava nel 1977. Qui Roger Moore diventa definitivamente James Bond. Il film è grande, spettacolare, assurdo, lussuoso e magnificamente consapevole della propria assurdità. C’è Stromberg, il miliardario megalomane che vuole distruggere il mondo per crearne uno sott’acqua; c’è Jaws, il gigante dai denti d’acciaio; c’è una Lotus Esprit che si trasforma in sottomarino; c’è Barbara Bach; c’è una canzone memorabile di Carly Simon.
E c’è Moore, nel pieno della sua forma.

In La spia che mi amava, il suo Bond è finalmente calibrato alla perfezione.
Non è ridicolo perché il film non gli chiede di essere realistico.
Non è troppo leggero perché intorno a lui tutto è costruito come una macchina di intrattenimento di lusso.
Moore capisce che l’unico modo per far funzionare un’auto-sottomarino è guardarla come se fosse il mezzo di trasporto più normale del mondo.
Questa è la sua grandezza: l’imperturbabilità come effetto speciale.
In un cinema in cui ogni elemento grida per attirare l’attenzione — gli scenari esotici, le esplosioni, le Bond girl, i cattivi con ambizioni geologiche — Moore sceglie di non gridare mai.
È il centro fermo di un carosello impazzito. Il pubblico ride con lui, non di lui, perché lui sembra sempre un passo avanti rispetto all’assurdità della situazione.
Moonraker e il trionfo dell’eccesso

Dopo il successo di Guerre stellari, il cinema mondiale scoprì che lo spazio era improvvisamente il luogo dove bisognava andare. E James Bond, naturalmente, non poteva restare sulla Terra.
Moonraker – Operazione spazio, del 1979, è probabilmente il punto massimo dell’eccesso mooriano.
È un film che sfida qualunque nozione di misura: navette spaziali, laser, una base orbitante, Jaws innamorato, battaglie nello spazio e Roger Moore che continua a comportarsi come se fosse stato invitato a una festa leggermente troppo affollata.
Per molti spettatori e critici, Moonraker rappresenta la deriva della saga: Bond ormai completamente separato dal mondo dello spionaggio, trasformato in un eroe da fumetto.
E non è un giudizio infondato. Il film è volutamente sopra le righe, in certi momenti quasi infantile, e mostra con chiarezza quanto la serie fosse disposta a rincorrere le mode del momento.
Ma proprio per questo Roger Moore è essenziale.
Un attore più “serio” avrebbe potuto far crollare tutto. Moore, invece, non cerca mai di legittimare il materiale con un’intensità artificiale. Non tenta di convincerci che una battaglia spaziale con pistole laser sia un dramma shakespeariano.
La accetta per quello che è: una gigantesca sciocchezza costosa.
E la attraversa con la disciplina di un professionista.
In questo senso, Moore è stato un attore profondamente moderno.
Aveva capito che il cinema popolare non deve necessariamente chiedere scusa per la propria natura. Può essere frivolo, può essere improbabile, può persino essere stupido, purché sappia di esserlo e non smarrisca il proprio stile.
Il lato oscuro, quando la maschera si incrina
Ridurre Roger Moore a un dispensatore di battute e sopracciglia sarebbe però ingeneroso.
Nella sua filmografia bondiana esistono momenti in cui riesce a lasciare intravedere qualcosa di più cupo.
Solo per i tuoi occhi, del 1981, rappresenta un tentativo di riportare la saga a una dimensione più terrestre dopo le follie cosmiche di Moonraker.
Ci sono meno gadget impossibili, meno cartone animato, più spionaggio e un tono complessivamente più sobrio.
Moore, ormai oltre i cinquant’anni, appare perfettamente consapevole dell’operazione e adatta la sua interpretazione: resta ironico, ma concede al personaggio una freddezza più netta.
La scena in cui Bond spinge nel vuoto l’auto di un sicario, dopo averlo interrogato, è tra le più dure dell’era Moore.
Non perché sia particolarmente violenta, ma perché lui la esegue senza enfasi.
Nessuna battuta memorabile, nessun gesto da eroe.
Solo un’espressione severa, quasi stanca. Per un istante, dietro il gentiluomo, si intravede l’assassino.
Anche in Octopussy – Operazione piovra del 1983, film enormemente sottovalutato per quanto riguarda la sua struttura da spy adventure, Moore alterna il registro farsesco a momenti di autentica tensione.
Il celebre travestimento da clown, spesso citato come emblema della decadenza della serie, funziona in realtà proprio perché il film lo usa all’interno di una sequenza ad alta suspense: Bond deve fermare una bomba, è isolato, nessuno gli crede.
L’immagine è grottesca, sì, ma il pericolo è reale.
Era questo il paradosso dell’era Moore: il suo Bond poteva passare da un coccodrillo meccanico a una minaccia nucleare, da una battuta su una donna a un inseguimento mortale, senza che il personaggio si spezzasse del tutto.
Non sempre il passaggio era elegante, naturalmente. In certi film la formula appare stanca, in altri apertamente fuori controllo.
Ma Moore possedeva una qualità che salvava persino le deviazioni più improbabili: il controllo del tono.
L’età, le Bond girl e il tempo che passa
Verso la metà degli anni Ottanta, il problema diventò inevitabile: Roger Moore era troppo vecchio per James Bond.
Aveva quasi sessant’anni quando girò Bersaglio mobile nel 1985. In termini assoluti, non è un’età incompatibile con un agente segreto: nella realtà, anzi, sarebbe probabilmente persino rassicurante sapere che un professionista con esperienza si occupa di questioni internazionali.
Ma James Bond non è mai stato una persona reale. È un’idea di desiderio, dinamismo e invulnerabilità che il cinema deve continuamente rinnovare.
Il contrasto con alcune Bond girl, sempre più giovani, diventava evidente.
Non era soltanto una questione anagrafica: era una questione di immaginario. Moore restava elegante, in forma, straordinariamente professionale, ma il mondo stava cambiando. Gli anni Ottanta chiedevano un’altra fisicità, una maggiore aggressività, una virilità più immediata.
Il cinema d’azione cominciava a essere dominato da corpi muscolari, inseguimenti più brutali, eroi meno mondani e più feriti.

Moore apparteneva a un’altra idea di star.
Non doveva correre più veloce di tutti, non doveva sembrare invincibile attraverso i muscoli.
La sua invincibilità era sociale: Bond sarebbe sopravvissuto perché sapeva come comportarsi a tavola, come ordinare da bere, come parlare con un dittatore senza trasformarsi in un cafone.
Quando lasciò il ruolo, dopo sette film ufficiali, il suo record restava impressionante.
Nessun altro attore aveva interpretato Bond così tante volte nella serie Eon.
E soprattutto, nessun altro aveva incarnato con altrettanta precisione un’intera stagione del personaggio.
Roger Moore non fu un Bond di transizione.
Fu un Bond storico.
Il Bond degli anni Settanta e della prima metà degli Ottanta, del lusso come fantasia popolare, delle località impossibili, degli antagonisti megalomani, dei gadget assurdi e delle colonne sonore che sembravano fatte per accompagnare un cocktail servito su uno yacht.
L’uomo dietro il personaggio
Fuori dallo schermo, Moore non si è mai nascosto dietro l’illusione dell’uomo perfetto.
La sua vita privata fu complessa, segnata da quattro matrimoni, tre figli e vicende sentimentali che non richiamano esattamente la serenità di una pubblicità del tè delle cinque.
Ma non costruì mai attorno a sé una falsa aura di rispettabilità.
Aveva anche un talento naturale per l’autoironia.
Nei suoi libri autobiografici e nelle interviste, Roger Moore sapeva raccontarsi senza mitizzarsi.
Era consapevole dei propri limiti come attore e della propria fortuna come star. Sapeva di essere stato spesso giudicato meno “serio” di altri colleghi, e rispondeva con l’arma che conosceva meglio: una battuta ben piazzata.
Questa lucidità gli impedì di diventare prigioniero di Bond.
Molti attori vivono ruoli simili come una condanna; Moore, invece, sembrava aver accettato il privilegio e il prezzo del personaggio.
Non negava di essere James Bond per il pubblico, ma non pretendeva di essere soltanto quello.
Negli anni più maturi dedicò una parte fondamentale della propria vita all’UNICEF, diventandone ambasciatore e impegnandosi concretamente in campagne per l’infanzia.
Era un’attività che affrontava con serietà, senza ostentazione.
E forse anche questo era coerente con lui: utilizzare una celebrità nata dal divertimento per dare attenzione a chi aveva bisogno di qualcosa di molto più concreto di un film d’avventura.
