a Roma l’albero promesso fa più ombra di quello piantato

Cento milioni di euro in quattro anni per gestire il verde pubblico romano.
Una cifra che, a sentirla così, fa immaginare viali rigogliosi, parchi impeccabili, chiome capaci di proteggere i cittadini dal sole estivo e magari persino qualche marciapiede finalmente liberato dalle radici del disordine amministrativo.
E invece Roma, come spesso accade, riesce a trasformare anche il verde in una questione dai contorni molto meno bucolici.
Da una parte c’è il Campidoglio, che rivendica numeri importanti e presenta il proprio bilancio arboreo come prova di una svolta verde.
Dall’altra Fratelli d’Italia, attraverso il deputato e presidente della Federazione romana Marco Perissa, che ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica per chiedere verifiche sulla gestione dell’appalto del verde pubblico.
Non una sentenza, naturalmente.
Non una condanna preventiva.
Ma una richiesta di chiarezza che, quando si parla di cento milioni di euro pubblici, dovrebbe essere considerata il minimo sindacale e non un fastidioso intralcio alla comunicazione istituzionale.
Perché Roma sarà pure la città eterna, ma le domande sulla manutenzione degli alberi non possono restare eterne anche loro.
L’esposto di Perissa: tra abbattimenti, legname e ceppaie persistenti
L’iniziativa di Marco Perissa punta a fare luce su alcuni aspetti molto concreti della gestione capitolina del verde.
Non grandi filosofie ambientali, non dibattiti astratti sulla transizione ecologica, non slogan da conferenza stampa con sfondo di foglie e bambini sorridenti.
Si parla di procedure, controlli, obblighi contrattuali e risorse pubbliche.
Tre, in particolare, sono i punti segnalati.
Il primo riguarda il modo in cui viene deciso se un albero debba essere curato oppure abbattuto.
Questione delicatissima, perché nessuno pretende che un albero pericolante venga lasciato al proprio destino in attesa della poesia urbana.
La sicurezza viene prima di tutto.

Ma proprio per questo le valutazioni tecniche devono essere indipendenti, documentate, controllabili e basate su criteri trasparenti. Altrimenti il confine tra un abbattimento necessario e uno affrontato con eccessiva disinvoltura diventa pericolosamente sottile.
Il secondo tema riguarda la destinazione del legname proveniente dagli abbattimenti.
Dove finisce? Come viene tracciato?
Viene valorizzato, smaltito, ceduto?
Con quali procedure e quali verifiche?
Domande apparentemente tecniche, forse meno spendibili di una foto con la pala in mano, ma centrali quando dietro ci sono beni pubblici, contratti pubblici e denaro pubblico.
Il terzo punto riguarda le ceppaie.
Quelle presenze silenziose ma eloquenti che punteggiano marciapiedi, giardini e aree verdi: resti degli alberi abbattuti, piccoli monumenti alla promessa di un futuro intervento.
Se il contratto prevede la rimozione delle ceppaie e queste continuano a restare visibili per mesi, talvolta per anni, è legittimo chiedersi se il problema sia il contratto, chi lo applica o chi dovrebbe controllare che venga applicato.
Il punto dell’esposto non è stabilire colpe prima che vengano eventualmente accertate.
Il punto è chiedere che si verifichi.
Che si capisca.
Che ci siano risposte.
Un concetto che, nella Roma dell’amministrazione contemporanea, rischia di essere più raro di un platano sano dopo un’estate senza manutenzione.
Perissa chiede verifiche sull’indipendenza delle valutazioni tecniche, sui controlli effettuati e sull’effettiva esecuzione degli interventi previsti.
Nulla di rivoluzionario: se si spendono cento milioni di euro, si dovrebbe poter sapere con precisione cosa è stato fatto, da chi, con quali risultati e secondo quali standard.
Del resto, la trasparenza non dovrebbe essere un optional che si attiva soltanto quando arrivano le telecamere. Dovrebbe essere parte integrante della gestione pubblica.
Soprattutto quando il servizio riguarda un patrimonio ambientale che appartiene a tutti i romani.
Il Campidoglio e il bilancio arboreo: i numeri sono importanti, ma non fanno tutto da soli

Il Campidoglio, dal canto suo, presenta dati che sulla carta sembrano rassicuranti.
Nel bilancio arboreo relativo al periodo 2021-2025, l’amministrazione dichiara 67.640 alberi piantati, contro 29.136 abbattimenti e 706 alberi caduti.
Il risultato finale, secondo la narrazione capitolina, sarebbe un saldo positivo di 37.798 esemplari.
Un numero che, preso da solo, suona come una vittoria.
Quasi trentottomila alberi in più. Il verde avanza, Roma respira, la città si prepara a diventare una foresta urbana.
Manca solo che i cinghiali chiedano la residenza anagrafica e il quadro è completo.
Peccato che i bilanci, soprattutto quelli arborei, abbiano un piccolo difetto: vanno letti.
Il primo elemento da chiarire è che non tutte le nuove piantumazioni presenti nel patrimonio verde cittadino sono automaticamente attribuibili al Comune di Roma.
Nella capitale intervengono numerosi soggetti: enti, società, associazioni, comitati, privati, fondazioni, aziende che realizzano compensazioni ambientali e altri organismi che, a vario titolo, contribuiscono a piantare alberi.
Benissimo, naturalmente.
Ogni albero in più è una buona notizia.
Ma una cosa è dire che sul territorio sono stati piantati 67.640 alberi, un’altra è dire che il Comune ne abbia piantati direttamente 67.640. Sono due affermazioni diverse.
E una pubblica amministrazione seria dovrebbe sentire il bisogno di distinguerle senza che qualcuno glielo debba ricordare dall’opposizione.
Non è un cavillo.
È la differenza tra un bilancio ambientale trasparente e una fotografia nella quale tutti i meriti vengono sommati sotto un’unica bandiera, possibilmente quella dell’amministrazione in carica.
C’è poi un secondo elemento da valutare: nel bilancio sono inclusi 36.372 alberi già esistenti ma non precedentemente censiti.
Si tratta di un aggiornamento importante, certamente utile per conoscere meglio il patrimonio arboreo della città. Censire significa governare meglio, o almeno avere la possibilità di farlo.
Tuttavia, un albero censito non è un albero appena piantato.
Scoprire in archivio un albero che era già lì non significa averlo fatto crescere.
E, per quanto possa essere suggestivo il concetto di “piantumazione amministrativa”, gli alberi non spuntano grazie a un aggiornamento di database.
Questo non diminuisce l’utilità del censimento, ma rende necessaria una lettura più prudente dei numeri.
Se l’obiettivo è capire quanti nuovi alberi siano effettivamente entrati nel patrimonio verde grazie agli interventi comunali, bisogna distinguere le piantumazioni reali dagli aggiornamenti anagrafici e separare gli interventi del Campidoglio da quelli di altri soggetti.
Altrimenti il rischio è che il bilancio arboreo diventi una specie di gioco delle tre carte: l’albero è stato piantato, forse; dal Comune, non sempre; era già presente, in alcuni casi; ma intanto il comunicato stampa è pronto.
Quasi trentamila abbattimenti non sono un dettaglio nel sottobosco
Anche accettando il saldo positivo rivendicato dall’amministrazione, resta un dato che non può essere liquidato con una grafica colorata: oltre 29mila abbattimenti e 706 alberi caduti in poco più di quattro anni.
Ovviamente, non tutti gli abbattimenti sono evitabili.
Roma possiede un patrimonio arboreo enorme, spesso anziano, esposto a malattie, eventi climatici estremi, carenze manutentive accumulate nel tempo e condizioni urbane difficili.
Ci sono alberi che diventano pericolosi e devono essere rimossi.
Nessuno può seriamente chiedere che la sicurezza dei cittadini venga sacrificata per evitare una polemica politica.
Ma un conto è riconoscere l’inevitabilità di alcuni interventi, un altro è rinunciare a chiedere spiegazioni sulla quantità, sulle procedure, sulla programmazione e sulle sostituzioni.
Perché un albero adulto abbattuto non viene sostituito automaticamente, dal punto di vista ambientale, da una giovane pianta messa a dimora.
Un platano o un pino che ha impiegato decenni a crescere offre ombra, assorbimento di anidride carbonica, mitigazione delle temperature, rifugio per la fauna e benefici paesaggistici che un alberello appena piantato, con tutto il rispetto, non può garantire il giorno dopo.
Si può piantare un esemplare nuovo, certo.
Ma occorre poi curarlo, irrigarlo, proteggerlo, controllarne l’attecchimento e seguirne la crescita.
Un albero non è una dichiarazione d’intenti con le foglie.
È un organismo vivente, e come tale richiede manutenzione costante.
Il dato quantitativo, quindi, non basta.
Non basta sapere quanti alberi vengono messi a dimora.
Bisogna sapere quanti sopravvivono dopo il primo anno, dopo il secondo, dopo il terzo.
Bisogna sapere dove vengono piantati, se sono distribuiti equamente nei quartieri, se vengono scelti in base alle condizioni del terreno e del clima, se ricevono acqua nei mesi più caldi e se vengono protetti dagli atti vandalici, dalle auto parcheggiate e dall’abbandono.
Altrimenti la piantumazione rischia di trasformarsi in un rito amministrativo: si scava una buca, si posa una pianta, si scatta una foto, si pubblica un post e poi si spera che la natura supplisca a tutto il resto.
Una strategia affascinante, soprattutto se si considera che Roma non è esattamente famosa per la puntualità con cui riesce a seguire le cose dopo averle inaugurate.
I dati del 2022 e del 2023: quando il saldo non era così verde
A rendere il quadro ancora più complesso sono i dati relativi agli anni precedenti, richiamati dalla relazione annuale 2024 dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale.
Nel 2022 risultano 2.499 nuove messe a dimora a fronte di 9.378 abbattimenti.
Nel 2023, invece, le piantumazioni sarebbero state 4.678, mentre gli abbattimenti hanno raggiunto quota 8.343.
Numeri che raccontano una realtà meno trionfale rispetto alla narrazione del saldo complessivo. In entrambi gli anni, gli abbattimenti hanno superato ampiamente le nuove piantumazioni.
E non di poco.
Naturalmente, i dati possono dipendere da criteri di rilevazione diversi, da aggiornamenti successivi, da interventi effettuati da soggetti esterni, da programmi pluriennali o da operazioni di censimento.
Proprio per questo occorre trasparenza assoluta.
Una tabella con una cifra finale, per quanto positiva, non basta se non chiarisce come ci si è arrivati.
La domanda non è se l’amministrazione abbia fatto qualcosa.
È evidente che interventi siano stati realizzati.
La domanda è se la gestione complessiva sia stata efficace, verificabile e proporzionata alle risorse investite.
Cento milioni di euro non sono un dettaglio di bilancio.
Sono una cifra che impone rendicontazioni puntuali, dati accessibili, criteri omogenei e indicatori di risultato che vadano oltre il semplice conteggio degli alberi.
Perché, se il bilancio arboreo serve a dire che Roma ha più verde, allora bisogna dimostrare che quel verde esiste davvero, è curato, è vivo, è distribuito sul territorio e non si limita a comparire nei documenti ufficiali o nelle presentazioni di fine mandato.
Il “Pianterò” di Gualtieri: il futuro semplice come politica ambientale
Poi c’è la comunicazione.
E qui Roma, con una certa coerenza, riesce a offrire immagini quasi perfette nella loro involontaria ironia.
Un cartello accanto a un tronco tagliato.
La scritta: “Qui crescerà un nuovo albero”.
Lo slogan: “Roma fa crescere il verde”.
È difficile immaginare una metafora più efficace della distanza tra annuncio e realtà.
Il cartello è lì, ben visibile, probabilmente più curato di molte aiuole circostanti.
L’albero, invece, non ancora.
Forse arriverà.
Forse attecchirà.
Forse verrà irrigato.
Forse resisterà all’estate romana.
Forse, un giorno, offrirà ombra.
Ma nel frattempo resta il cartello.
Ed è proprio qui che l’opposizione individua il simbolo dei cosiddetti “Pianterò di Gualtieri”: la politica del futuro semplice, della promessa collocata in una data indefinita, della pianta che verrà e che nel frattempo deve bastare a compensare il tronco reciso.
“Pianterò” è una parola comoda.

Non costa niente, non richiede manutenzione, non chiede acqua, non perde foglie, non rischia di seccarsi e soprattutto non fa domande.
È il verbo perfetto per una comunicazione amministrativa che preferisce parlare del domani mentre i cittadini guardano il vuoto di oggi.
Il problema non è promettere di piantare alberi.
Anzi, sarebbe grave il contrario.
Il problema è quando la promessa diventa sostitutiva del risultato.
Quando l’annuncio prende il posto dell’intervento.
Quando una campagna di comunicazione finisce per essere più visibile delle piante che dovrebbe raccontare.
Un cartello non fa ombra.
Non abbassa la temperatura sull’asfalto.
Non assorbe smog.
Non trattiene acqua piovana.
Non ospita uccelli.
Non migliora il paesaggio.
Non restituisce a un quartiere il valore ambientale di un albero adulto abbattuto.
Fa una cosa, però: comunica.
E a quanto pare, per alcune amministrazioni, è già metà del lavoro.
Se non addirittura il lavoro intero.
“Tanto per metterci una pezza”: ma la pezza non è manutenzione

A Roma si direbbe, con quell’ironia rassegnata che solo i romani hanno perfezionato nei secoli, che certe iniziative sembrano fatte “tanto per mettece ’na pezza”.
Il problema è che la pezza, nel verde pubblico, dura poco.
Un cartello può coprire mediaticamente un tronco tagliato, ma non può sostituire l’albero.
Una promessa può raffreddare una polemica, ma non può raffreddare una strada sotto il sole di luglio.
Una conferenza stampa può celebrare una piantumazione, ma non può garantire che quella pianta superi la prima stagione estiva.
La gestione del verde è una materia complessa.
Richiede programmazione pluriennale, tecnici indipendenti, monitoraggio sanitario, manutenzione, potature eseguite correttamente, irrigazione, rinnovo delle alberature, controllo dei contratti, tracciabilità dei materiali e rapporto continuo con i municipi e con i cittadini.
Non è una faccenda da slogan.
O almeno non dovrebbe esserlo.
Per questo le domande sollevate dall’esposto di Perissa meritano risposte puntuali.
Come vengono decisi gli abbattimenti?
Chi firma le valutazioni?
Quali controlli vengono svolti?
Come si verificano le attività delle imprese appaltatrici?
Che fine fa il legname?
Perché alcune ceppaie restano a lungo sul posto?
Quanti alberi piantati sono ancora vivi?
Quali sono i tempi medi per sostituire una pianta abbattuta?
Quante nuove piantumazioni sono realizzate direttamente da Roma Capitale e quante, invece, da altri soggetti?
Sono domande che non dovrebbero essere archiviate come polemica politica.
La politica, certo, c’entra: è normale che opposizione e maggioranza si confrontino.
Ma prima della polemica viene l’interesse pubblico.
E l’interesse pubblico, in questo caso, riguarda il denaro dei romani e il patrimonio verde della loro città.
Roma merita dati verificabili, non solo narrazioni rassicuranti

La giunta Gualtieri rivendica un saldo positivo nel patrimonio arboreo.
Se i dati sono solidi, verificabili e riferiti con precisione agli interventi comunali, è giusto che l’amministrazione ne dia conto.
Nessuno dovrebbe tifare per il fallimento di una politica ambientale solo perché la porta avanti un avversario politico.
Ma proprio perché il verde è un bene comune, i numeri devono essere limpidi.
Devono distinguere le piantumazioni realizzate dal Comune da quelle effettuate da associazioni, privati, aziende o altri enti. Devono separare gli alberi davvero nuovi da quelli semplicemente censiti per la prima volta.
Devono indicare il tasso di attecchimento, la localizzazione, le specie utilizzate, le sostituzioni avvenute e la manutenzione prevista.
Dire “abbiamo piantato” è facile.
Dire “abbiamo piantato qui, questa specie, con questi fondi, è sopravvissuta questa percentuale, viene curata da questo soggetto e il monitoraggio è consultabile” è amministrare.
La differenza è tutta lì.
Roma non ha bisogno di un dibattito ideologico sugli alberi.
Ha bisogno di alberi veri, sani e mantenuti.
Ha bisogno di controlli seri sugli appalti.
Ha bisogno di tecnici messi nelle condizioni di lavorare in condizioni ottimali
