
La notte dell’11 luglio 1992, mentre sognavi mondi migliori o forse solo una pizza con gli amici, qualcuno di molto sveglio e impegnato ha deciso che il mattino dopo il tuo conto corrente sarebbe diventato più leggero.
Senza chiederti il permesso, senza un caffè e quattro chiacchiere davanti, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
È stata una «misura straordinaria contro i grandi patrimoni», ci dissero con la solita faccia seria da governo impegnato a salvare l’Italia.
Grandi patrimoni, eh?
Beh, quei grandi patrimoni quella stessa notte non erano comodamente adagiati su conti corrente italiani, no no.
Erano nascosti dentro titoli complicati, società offshore, paradisi fiscali oltre confine.
Insomma in posti dove la mano statale non può entrare neanche con un piede di porco.
Chi invece si è trovato appeso alla doppia rete è stato il buon cittadino modello: il pensionato onesto l’artigiano che con sacrifici aveva messo qualche soldo da parte per la vecchiaia; la famiglia che aveva appena venduto la casa per mettere insieme qualche risparmio.
Eppure ogni volta che senti pronunciare la frase magica «tassiamo i ricchi» dentro di te qualcosa si rilassa.
Finalmente qualcuno paga!
Finalmente tocca a chi se lo merita!
Sai quel sollievo dolceamaro che arriva quando pensi che il prossimo giro sia per altri per quelli con il portafoglio grosso mica per te?
Quel sorriso ti scappa quasi felice di essere dalla parte giusta del fendente.
Chi progetta questi prelievi però quel sorriso lo conosce fin troppo bene ci fa persino affidamento.
Sa una cosa fondamentale – ma attenzione questa non conviene sentirla troppo forte: un grande capitale ha le gambe cambia bandiera con una telefonata e ha già pronto lo studio legale che organizza il trasloco fiscale ancor prima che la legge venga scritta.
Tu povero mortale puoi solo guardare il tuo stipendio restare fermo immutabile stampato con il tuo nome e cognome sul conto corrente proprio lì sotto gli occhi famelici della rete statale.
Così capita sempre: la tassa mirata «sui ricchi» deve trovare un bersaglio fisso immobile facile da colpire e indovina un po’?
Trova sempre te chi non può scappare chi non ha mobilità fiscale per salpare verso acque più tranquille.
La patrimoniale sui capitali mobili è come gettare una rete in un mare ormai svuotato; quella sull’immobile — la tua casa; il tuo povero risparmio — è una rete gettata sopra a te che vivi a riva senza vele né timone per navigare via.
Non è stupido applaudire a questo sistema?
L’invidia ti ha fatto battere le mani a ritmo ma poi è venuta a bussare alla tua porta.
Ti sei ritrovato intrappolato esattamente nella stessa rete che avevi celebrato perché diciamolo non esiste rete che catturi chi può scegliere di salpare Resta solo chi è ormeggiato a riva sulla banchina del «qui devo stare».
Quando la rapina diventa un modo di vivere per un gruppo di uomini molto potenti, essi creano nel tempo un sistema giuridico che la legittima e una morale che la esalta.
Così, noi applaudiamo contenti mentre ci scorticano, abbracciando l’illusione della giustizia sociale e dimenticando che il vero capitale fugge lontano, lasciandoci a contare le briciole sotto la luce amara dell’alba.
La vera ricchezza ha le gambe.
La tua casa no.
E mentre loro ballano sulle navi del lusso noi restiamo a terra con le tasche vuote e la rete stretta intorno.
Benvenuti nel grande spettacolo della redistribuzione… a senso unico.
La patrimoniale è soprattutto un feticcio ideologico, che deriva dall’idea di punire la ricchezza.
Potrebbe avere un senso solo nel quadro di accordi internazionali sulla tassazione, cosa che notoriamente non esiste e probabilmente non esisterà mai.
In Europa, dopo decenni di negoziati, siamo riusciti a stabilire solo una soglia minima del 15% per le tasse sulle grandi aziende, ed accordi molto limitati sui paradisi fiscali.
In assenza di ulteriori accordi, parlare di patrimoniali nel 2026 è solo populismo.
Per soddisfare l’invidia sociale si prendono in giro gli elettori.
