
Nota sarcastica sulla Capitale delle inaugurazioni, delle transenne e delle grandi occasioni a tempo determinato.
Roma è sessantasettesima su 106 capoluoghi italiani nell’“Ecosistema Urbano 2026” di Legambiente.
Un risultato che, a voler essere generosi, può essere definito coerente con l’idea di una città eterna: eterna nelle promesse, eterna nei cantieri, eterna nelle attese e, apparentemente, anche nelle classifiche che contano.
La Capitale ottiene 50,91 punti, al di sotto della media nazionale di 55,72.

Non solo: perde anche una posizione rispetto all’anno precedente.
Una performance degna di nota, soprattutto considerando che per Roma sono arrivati finanziamenti straordinari per il Giubileo superiori ai 4,3 miliardi di euro, con oltre 3,8 miliardi destinati agli investimenti.
Una cifra che, in una città normale, farebbe pensare a una rivoluzione urbana.
A Roma, invece, sembra aver prodotto soprattutto una rivoluzione della segnaletica provvisoria.
«Roma è 67ª su 106 capoluoghi italiani nell’Ecosistema Urbano 2026 di Legambiente, con 50,91 punti, sotto la media nazionale di 55,72 e addirittura una posizione in meno rispetto all’anno precedente.
Questa è la fotografia della Capitale dopo anni di amministrazione Gualtieri», dichiara Fabio Schiuma, dirigente nazionale di Fratelli d’Italia.
Una fotografia, appunto.
E forse l’unico settore in cui Roma riesce ancora a distinguersi è proprio quello fotografico: basta camminare qualche minuto in centro, lungo le grandi arterie o nelle periferie, per trovare lo sfondo perfetto.
Un marciapiede dissestato, una fermata del bus priva di informazioni, un cassonetto colmo, una carreggiata ristretta, una transenna installata con la dignità di un monumento storico.
La città offre scenografie per tutti i gusti.
Il problema, naturalmente, non è che Roma abbia ricevuto molti fondi.
Sarebbe curioso sostenere il contrario.
Il problema è ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto ciò che resterà ai cittadini una volta spente le luci degli eventi, rimosse le gigantografie e archiviate le conferenze stampa.
Perché il Giubileo avrebbe dovuto rappresentare una possibilità irripetibile.
Non semplicemente un calendario religioso o un appuntamento turistico, ma una leva concreta per affrontare i nodi storici della Capitale: mobilità insufficiente, trasporto pubblico fragile, manutenzione ordinaria trasformata in impresa epica, quartieri periferici dimenticati, rifiuti, degrado urbano, verde pubblico e servizi spesso distribuiti secondo una geografia molto selettiva.
Con oltre 4,3 miliardi di euro a disposizione, Roma avrebbe potuto programmare un salto di scala.
Non un semplice restyling per l’arrivo dei pellegrini, ma una trasformazione che avesse come destinatari principali i romani. Invece, a giudicare dai dati di Legambiente, il risultato è che la città continua a viaggiare nella metà bassa della classifica nazionale.
Una circostanza che potrebbe sorprendere solo chi ha amministrato Roma esclusivamente attraverso rendering, comunicati e tagli del nastro.
«Ed è un risultato ancora più grave se pensiamo alla straordinaria quantità di risorse che Roma ha avuto a disposizione.
Il programma degli interventi per il Giubileo ha mobilitato oltre 4,3 miliardi di euro, di cui più di 3,8 miliardi destinati agli investimenti.
Una disponibilità finanziaria irripetibile che poteva essere utilizzata per lasciare alla città ancora più infrastrutture strutturali e incidere profondamente su mobilità, ambiente, trasporto pubblico, periferie e qualità urbana», continua Schiuma.
Il punto è semplice: quando arrivano miliardi di euro, non è sufficiente annunciare che la città “cambia volto”.
Bisogna verificare se, una volta terminata la cerimonia, quel volto riesce a prendere un autobus in orario, a trovare una strada decorosa, a vivere in un quartiere servito, a respirare un’aria migliore, a conferire i rifiuti senza partecipare a una caccia al tesoro e a spostarsi senza calcolare gli imprevisti come un analista di rischio internazionale.
Roma ha bisogno di opere e servizi.
Non di una permanente narrazione dell’emergenza gestita con entusiasmo comunicativo.
Da anni, ogni problema viene descritto come una sfida storica, ogni ritardo come una complessità inevitabile, ogni cantiere come un segno del cambiamento.
Il cittadino, nel frattempo, si abitua a considerare normale tutto ciò che non dovrebbe esserlo: attese infinite alle fermate, manutenzioni intermittenti, disagi elevati a stile di vita amministrativo, cantieri che sembrano destinati a essere ereditati da generazioni future.
La classifica di Legambiente non è una sentenza definitiva sulla città, né pretende di esaurire la complessità di Roma.
Ma è un indicatore importante, perché misura elementi concreti: mobilità, qualità ambientale, rifiuti, consumo di suolo, trasporto pubblico, verde, energia, servizi.
Tutto ciò che determina la qualità della vita quotidiana.
Non quella raccontata nei dépliant, ma quella vissuta alle sette del mattino da chi deve raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola, andare in ospedale, attraversare un quartiere o semplicemente tornare a casa.
E allora la domanda è inevitabile: con più di 4,3 miliardi di euro mobilitati per il Giubileo, perché Roma non ha registrato un avanzamento significativo in questi ambiti?
Perché non è riuscita almeno a superare la media nazionale?
Perché, invece di risalire, ha perso una posizione?
Forse la risposta sta nella differenza tra spendere e trasformare.
Spendere fondi è necessario, naturalmente.
Ma trasformare una città richiede visione, priorità, progettazione, tempi certi e la capacità di pensare oltre l’evento.
Un’opera utile non è quella che appare bene in una fotografia inaugurale: è quella che continua a funzionare dieci anni dopo, che alleggerisce il traffico, che rende più efficienti gli spostamenti, che migliora la sicurezza, che restituisce spazio pubblico, che riduce il divario tra centro e periferie.
A Roma, invece, c’è sempre il rischio che l’eccezione diventi metodo
. Arriva il grande evento, arriva la grande emergenza, arriva il grande finanziamento e, puntualmente, arriva il grande cantiere.
Poi però bisogna capire cosa rimane.
Una città non può essere amministrata come un set cinematografico da allestire in vista della visita di ospiti illustri.
Roma non ha bisogno di essere presentabile per qualche mese: ha bisogno di essere vivibile tutti i giorni.
«Invece, dopo questa eccezionale stagione di finanziamenti, Roma si ritrova ancora 67ª e perde persino una posizione.
Il punto non è quante inaugurazioni abbia fatto Gualtieri, ma quale città rimanga ai romani dopo il Giubileo e quale miglioramento concreto sia stato prodotto», prosegue Schiuma.
Ecco il nodo politico. Non conta il numero di nastri tagliati, di sopralluoghi, di post sui social, di dichiarazioni rassicuranti o di mappe colorate proiettate durante le conferenze.
Conta il risultato.
Roma ha avuto a disposizione risorse enormi e un’occasione irripetibile per intervenire sui suoi punti deboli.
È legittimo chiedere, oggi, se quella possibilità sia stata utilizzata fino in fondo.
La risposta non può essere affidata alla formula secondo cui “i lavori sono in corso”.
A Roma i lavori sono sempre in corso.
In certi casi, è difficile capire se siano ancora in corso o se siano ormai parte dell’arredo urbano.
La transenna, in alcune zone, ha acquisito una tale familiarità da poter aspirare alla residenza anagrafica.
Il cantiere è diventato una presenza costante, quasi rassicurante: se non c’è, il cittadino si chiede se per caso sia successo qualcosa di anomalo.
Ma il cittadino non vive di cantieri.
Vive dei risultati dei cantieri.
E se, al termine di una stagione così ricca di fondi, Roma resta indietro rispetto a decine di altri capoluoghi, allora non basta dire che la Capitale è complessa.
Certo che lo è.
Roma è complessa per dimensioni, storia, patrimonio, numero di abitanti, flussi turistici e stratificazione urbana.
Ma proprio per questo ha bisogno di una classe dirigente capace di affrontare la complessità, non di usarla come una spiegazione universale per ogni insufficienza.
Nessuno pretende miracoli. Ma con 4,3 miliardi di euro si può pretendere un miglioramento misurabile.
Si può pretendere una città più connessa, più pulita, più accessibile, più efficiente
. Si può pretendere che il trasporto pubblico non sia vissuto come una lotteria, che le periferie non ricevano attenzioni soltanto durante le campagne elettorali, che la manutenzione non venga celebrata come un’impresa straordinaria e che il decoro urbano non dipenda dall’approssimarsi di una visita internazionale.
Roma ha bisogno di infrastrutture strutturali, non di interventi cosmetici.
Ha bisogno di linee di trasporto affidabili, di nodi di scambio efficienti, di strade curate, di marciapiedi sicuri, di verde gestito, di scuole e servizi pubblici adeguati.
Ha bisogno di una politica ambientale che non si esaurisca nel linguaggio delle buone intenzioni.
E soprattutto ha bisogno che gli investimenti straordinari producano effetti ordinari e duraturi nella vita di tutti i giorni.
Quando una città riceve una disponibilità finanziaria irripetibile, l’asticella deve alzarsi.
Non basta evitare il collasso.
Non basta prepararsi all’evento.
Non basta completare qualche intervento in tempo per l’arrivo dei visitatori.
Bisogna pensare al dopo.
Il dopo-Giubileo dovrebbe essere la fase in cui i romani raccolgono i frutti dell’investimento: più servizi, meno disagi, più qualità urbana, meno disuguaglianze territoriali.
Invece, la classifica di Legambiente suggerisce una realtà meno celebrativa.
Roma non avanza, non recupera terreno, non emerge.
Rimane sotto la media nazionale e scivola di una posizione.
È un segnale che merita una riflessione seria, non una replica burocratica e nemmeno una gara a individuare responsabilità astratte.
«Quando arrivano miliardi che probabilmente Roma non avrà nuovamente a disposizione per molti anni, la politica ha il dovere di trasformarli in infrastrutture e servizi capaci di cambiare strutturalmente la Capitale.
La classifica di Legambiente ci dice che quel salto di qualità non c’è stato.
Il rischio è che Gualtieri abbia trasformato un’occasione storica in un’occasione persa», conclude Schiuma.
Il rischio è precisamente questo: che il Giubileo venga ricordato come una grande occasione amministrativa per annunciare, accelerare, inaugurare e raccontare, ma non come la stagione che ha cambiato la vita dei romani.
Perché il giudizio più importante non arriverà dai comunicati ufficiali, né dalle brochure istituzionali.
Arriverà dalla quotidianità.
Arriverà da chi aspetta un autobus che non passa.
Da chi percorre una strada dissestata.
Da chi vive in un quartiere lontano dal centro e scopre che la distanza non si misura solo in chilometri, ma in servizi mancanti.
Da chi guarda le cifre stanziate e poi guarda la propria fermata, il proprio parco, la propria scuola, il proprio marciapiede.
Da chi si domanda dove siano finiti, nella realtà concreta, i benefici di una stagione finanziaria senza precedenti.
Roma merita molto più di una città tirata a lucido per l’occasione.
Merita un’amministrazione in grado di lasciare opere, non slogan; servizi, non alibi; efficienza, non rassegnazione.
Perché la Capitale non può continuare a vivere di straordinarietà: la vera sfida è renderla finalmente normale.
Normale nel funzionamento dei trasporti, nella pulizia delle strade, nella manutenzione degli spazi pubblici, nell’accessibilità dei servizi e nella qualità della vita.
E se, dopo oltre 4,3 miliardi di euro, Roma è ancora sessantasettesima su 106 capoluoghi, forse il problema non è che i romani non abbiano abbastanza pazienza.
È che la pazienza, a differenza dei fondi del Giubileo, non dovrebbe essere considerata una risorsa inesauribile.
