«L’autorevolezza non si proclama, si dimostra»

Lo scrittore, poeta, simbolista e ricercatore del simbolo racconta il proprio metodo, il dovere delle fonti e il valore di essere “autoriale” nel tempo delle verità confezionate.

A cura della Redazione

Nel tempo della comunicazione istantanea, nel quale la velocità rischia frequentemente di trasformare un’opinione in una certezza e la popolarità in una patente di competenza, Emilio Ferrara compie una scelta apparentemente semplice: accompagna quasi ogni suo scritto con il proprio volto e con la propria firma autografa.

Non si tratta, come chiarisce immediatamente, di attribuire all’immagine il potere di rendere vero un pensiero, ma di rendere riconoscibile chi quel pensiero lo ha formulato e se ne assume la responsabilità.

Scrittore, poeta, simbolista e ricercatore indipendente del simbolo, Ferrara si occupa di religioni antiche, tradizioni iniziatiche e folcloristiche, esegesi, spiritualità e poesia.

Dal suo recente intervento intitolato “Il coraggio di metterci la faccia” nasce questa conversazione sul metodo, sulla credibilità della parola pubblica e sul rapporto etico tra autore e lettore.

Nel suo intervento parla del coraggio di metterci la faccia. Perché il volto e la firma ricorrono così spesso nei suoi scritti?

Non è un esercizio di esposizione personale e non vorrei mai che fosse interpretato come tale. In quasi tutti i miei scritti allego un’immagine del mio volto e la mia firma per dire al lettore: eccomi, sono io, queste parole mi appartengono e sono disposto a risponderne.

Un volto non dimostra che io abbia ragione e una firma non trasforma un’ipotesi in un fatto, ma rendono evidente chi si assume la responsabilità di ciò che viene pubblicato.

Rispetto chi utilizza uno pseudonimo, perché possono esistere ragioni personali del tutto legittime; per il lavoro che svolgo, tuttavia, sento il dovere di non nascondermi.

Se chiedo a qualcuno di dedicare tempo al mio pensiero, gli devo almeno la mia identità, la disponibilità al confronto e la capacità di correggermi quando una fonte seria dimostri che ho sbagliato.

È prima di tutto una scelta etica, morale e civile.

Lei distingue tra essere “autoriali” ed essere autorevoli. Che cosa intende?

Uso “autoriale” come una parola deliberatamente provocatoria.

È autoriale chi rimane visibile dietro ciò che scrive, chi non è una sagoma digitale costruita per raccogliere consenso, ma una persona che rivendica la paternità delle proprie parole e ne accetta le conseguenze.

L’autorevolezza è un’altra cosa: non nasce da una fotografia, da un titolo accademico esibito, dal numero dei seguaci o dalla quantità degli applausi. Si conquista attraverso il metodo, la qualità delle fonti, l’onestà nel separare il documento dal commento personale e la disponibilità a essere verificati.

Posso rendermi riconoscibile con il volto, ma devo meritare la fiducia del lettore articolo dopo articolo. L’autorevolezza che ha bisogno di proclamarsi, molto spesso, mostra già tutta la propria fragilità.

Qual è, dunque, il metodo che applica alle sue ricerche?

Procedo per livelli distinti. Inizio dalla fonte, dalla sua provenienza e dal periodo al quale appartiene; verifico poi che cosa il documento dica realmente, distinguendolo dalle letture sviluppate nelle epoche successive. Solo dopo considero ciò che appare probabile, ciò che rimane possibile e ciò che può essere interpretato simbolicamente.

Il passaggio decisivo consiste nel dichiarare con chiarezza dove termina la fonte e dove comincia la mia lettura. Nel simbolismo una corrispondenza può essere feconda senza diventare, per questo, una prova storica. Un ricercatore serio non deve soffocare l’intuizione, ma deve presentarla per ciò che è.

Il dato documentato appartiene a tutti; l’interpretazione impegna chi la propone. Quando non possiedo una certezza, preferisco dichiararlo: un condizionale onesto vale più di molti punti esclamativi.

In che modo questo metodo diventa anche un dovere civile?

Oggi l’inganno informativo non consiste sempre in una notizia completamente falsa. Molto più spesso nasce da una miscela di fatti reali, omissioni, titoli emotivi e interpretazioni presentate come conclusioni indiscutibili.

Il lettore, preso dal lavoro e dalle urgenze quotidiane, riceve un’informazione già inscatolata, spesso costruita per confermare ciò che teme o ciò in cui desidera credere. Chi scrive ha allora il dovere di rallentare questo meccanismo, mostrare la fonte, indicare la data, ricostruire il contesto e dichiarare che cosa sia accertato e che cosa non lo sia.

È un dovere civile perché un’informazione errata modifica giudizi, comportamenti e reputazioni. La fiducia del lettore non può essere utilizzata come combustibile per ottenere visibilità.

Come dovrebbe comportarsi il lettore davanti a chi afferma di possedere la verità?

Dovrebbe porsi alcune domande molto semplici: chi sta parlando? Su quale fonte fonda la propria affermazione? Quella fonte può essere controllata? L’autore distingue una citazione da una parafrasi, un documento da un commento, un’ipotesi da una conclusione?

Occorre diffidare tanto di chi dichiara di possedere risposte definitive quanto di chi pretende di essere creduto in virtù del proprio ruolo, della notorietà o del numero dei seguaci. Questo, però, non deve trasformarsi in cinismo, perché non tutto è manipolazione e non ogni autore agisce in malafede.

La buona lettura è attiva: confronta, approfondisce, ascolta posizioni differenti e sospende il giudizio finché non dispone di elementi sufficienti. Un testo serio non domanda fede nel suo autore; invita alla verifica.

I suoi interventi sono spesso ampi. Non teme che i social privilegino testi molto più brevi?

So bene che i social favoriscono la rapidità, ma la brevità è un’arte e non dovrebbe diventare mutilazione del pensiero. Se tratto una parola ebraica, una tradizione medievale, un’immagine alchemica o una lettura religiosa, non posso ridurre tutto a quattro righe senza rischiare di produrre uno slogan.

Non scrivo testi articolati per esibire erudizione, ma per offrire al lettore dati, raffronti e spiegazioni sufficienti a comprendere come sono giunto a una determinata ipotesi. Il mio compito è rendere leggibile la profondità, non sostituirla con un’esca capace di attirare qualche reazione in più.

Chi interrompe la lettura dovrebbe comunque trovare un percorso chiaro; chi decide di proseguire merita di trovare sostanza.

Religioni, simbolismo ed esoterismo sono materie capaci di suscitare reazioni molto forti. Come si confronta con il sacro?

Mi avvicino al sacro con rispetto, senza sottometterlo a una sola scuola interpretativa. Fede, storia, analisi testuale, antropologia, simbolismo e tradizione esoterica pongono domande differenti; i problemi sorgono quando uno di questi piani pretende di sostituire tutti gli altri.

Non presenterei mai una lettura cristiano-cabalistica come dimostrazione storica, così come non liquiderei una tradizione devozionale come inutile soltanto perché non può essere provata secondo criteri scientifici. La ricerca non offende la fede: le chiede di parlare nel registro che le appartiene. Allo stesso tempo, lo studio non dovrebbe deridere il bisogno umano del sacro.

Il simbolo non è una parola d’ordine che attribuisce superiorità a chi afferma di conoscerla; è uno snodo vivo fra memoria, rito, immagine e coscienza.

Quanto è importante, per un ricercatore, essere disposto a cambiare idea?

Cambiare idea davanti a una fonte più solida non è una sconfitta, ma una forma di fedeltà al proprio lavoro. Accolgo con piacere i commenti che portano documenti, riferimenti e interpretazioni motivate. L’insulto dice molto poco; una critica argomentata può arricchire e, qualche volta, correggere.

Cerco sempre di distinguere l’errore dal disaccordo. Se un documento contraddice ciò che ho scritto, devo prenderne atto; se un lettore propone una lettura diversa, le due interpretazioni possono confrontarsi senza che una debba annientare l’altra.

Non cerco un’arena nella quale vincere. Preferisco un tavolo rotondo, nel quale il mio pensiero non sia considerato più valido perché mio, ma semplicemente ulteriore e chiamato, come ogni altro, a meritare ascolto.

Lei è autore dei primi tre volumi di “Domus Sapientiae”. Se un lettore volesse acquistarli oggi?

“Domus Sapientiae” è cresciuta negli anni come un lungo percorso di ricerca, sviluppato attraverso Liber I, Liber II e Liber III. Attualmente i tre volumi non sono disponibili negli store perché sto lavorando a una nuova edizione, rinnovata graficamente, rivista e ampliata.

Per il prossimo autunno, in concomitanza con il previsto Liber IV, l’intera opera dovrebbe tornare disponibile. Non sarà una semplice ristampa: ritornare sui propri libri significa rileggerli alla luce degli anni trascorsi, delle nuove fonti, delle correzioni e delle intuizioni maturate.

Uno scrittore deve rivolgere alle proprie opere la stessa severità intellettuale che richiede agli altri. Spero che il lettore possa riconoscervi un cammino coerente, ma anche un’evoluzione, perché un libro deve custodire il pensiero senza imbalsamarlo.

Accanto alla ricerca vi è anche la poesia. Sono due attività separate?

La poesia non è un’appendice ricreativa della mia attività. Nel saggio organizzo fonti, documenti e ragionamenti; nella poesia ascolto ciò che l’esperienza riesce a dire prima ancora di lasciarsi spiegare. Sono linguaggi differenti, ma rispondono alla medesima esigenza: non barare con le parole.

Nel corso del tempo la poesia mi ha condotto verso collaborazioni culturali ed editoriali ancora attive e verso alcune menzioni della critica, che accolgo con gratitudine senza trasformarle in trofei. Un riconoscimento fa certamente piacere, ma non può sostituire la misura interiore con la quale si giudica ciò che si è scritto.

Una poesia vive davvero quando riesce a raggiungere qualcuno senza avere bisogno che l’autore rimanga accanto a essa per spiegarla.

Sappiamo che per il prossimo inverno sarebbero previste due nuove monografie. Possiamo conoscere almeno uno dei titoli?

Potrei rivelarli entrambi, ma dove sarebbe il piacere? Credo che un libro debba conservare ancora un poco di mistero finché non è pronto. Oggi annunciamo i progetti troppo presto, quasi che l’annuncio equivalga già all’opera compiuta.

Posso confermare che sono previste due monografie e concedervi uno dei titoli: “Le rime d’oro di un cuore nero”. L’altro resterà ancora per qualche tempo riservato.

Non è una strategia pubblicitaria, ma il piacere di lasciare maturare un lavoro prima che entri pienamente nel discorso pubblico.

Che cosa vorrebbe rimanesse al lettore dopo questa conversazione?

Non ho bisogno che il lettore sia d’accordo con me. Vorrei che si sentisse rispettato abbastanza da verificare, domandare e obiettare. Se trova un dato solido, lo utilizzi; se incontra una mia interpretazione, la sottoponga a prova; se individua un errore, me lo mostri con rispetto e documenti.

Un autore non dovrebbe reclutare devoti, ma formare interlocutori. In un’obiezione onesta c’è più valore che in un applauso automatico.

Il risultato più bello non è un “mi piace”, ma un lettore che, terminato l’articolo, possiede una domanda più lucida di quella con cui aveva iniziato. Quella domanda non rappresenta una mancanza di certezza: è il primo atto della libertà di pensiero.

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Profilo

Emilio Ferrara è scrittore, poeta, simbolista e ricercatore indipendente del simbolo, delle religioni antiche e delle tradizioni iniziatiche e folcloristiche. È autore di “Domus Sapientiae – Liber I, Liber II e Liber III” e sta lavorando alla nuova edizione ampliata della trilogia e al previsto Liber IV. La sua attività culturale e poetica si sviluppa attraverso saggi, interventi pubblici, convegni, collaborazioni e progetti editoriali.

Didascalia fotografica: Emilio Ferrara, scrittore, poeta, simbolista e ricercatore del simbolo.

Di Admin

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