«Febbre da cavallo», la commedia eterna dei perdenti

Ci sono film che invecchiano, film che resistono e film che, più semplicemente, smettono di appartenere al tempo in cui sono stati realizzati. «Febbre da cavallo», diretto da Steno e uscito nelle sale italiane il 29 ottobre 1976, appartiene a quest’ultima, rarissima categoria.
Cinquant’anni dopo — o quasi, considerando il traguardo che si prepara a celebrare — continua a funzionare non soltanto come commedia di culto, ma come una sorta di rito collettivo, un repertorio condiviso di battute, gesti, cadenze, soprannomi e situazioni che il pubblico riconosce prima ancora che si manifestino sullo schermo.
È un film profondamente legato al proprio contesto: gli ippodromi romani, le scuderie, le ricevitorie, i bar, le borgate, le famiglie esasperate, i piccoli truffatori e i grandi ingenui che popolavano la commedia all’italiana degli anni Settanta.
Eppure, proprio mentre racconta un mondo quasi estinto, conserva una vitalità sorprendente.
Il suo segreto è forse nella capacità di descrivere la miseria senza compiacimento, l’imbroglio senza moralismo, il fallimento senza pietismo.
Steno non assolve i suoi personaggi, ma nemmeno li condanna: li osserva mentre si arrampicano sugli specchi, costruiscono alibi improbabili, promettono rimborsi impossibili e trasformano ogni perdita in un investimento sul futuro.
Il futuro, naturalmente, non arriva mai.
O meglio: arriva sempre nella forma della prossima corsa.
Una commedia costruita sul desiderio

Al centro del film ci sono Bruno Fioretti, detto Mandrake, interpretato da un Gigi Proietti in stato di grazia, e Armando Pellicci, detto Er Pomata, incarnato da Enrico Montesano con un’energia comica perfettamente complementare.
I due non sono soltanto scommettitori incalliti: sono uomini che hanno fatto della speranza una professione.
Non vincono quasi mai, non amministrano nulla, non imparano dalle sconfitte.
La loro esistenza è regolata da un meccanismo elementare e irresistibile: perdere oggi significa poter vincere domani.
In questo senso, «Febbre da cavallo» non è davvero un film sulle corse dei cavalli, così come non è soltanto un film sul gioco d’azzardo.
È un film sul desiderio di cambiare vita senza dover cambiare se stessi.
Mandrake e Pomata non cercano semplicemente il denaro: cercano una scorciatoia verso una versione migliore della propria esistenza.
Vorrebbero smettere di essere indebitati, inaffidabili, ridicoli; ma pretendono di farlo attraverso gli stessi strumenti che li hanno condotti al disastro.
La scommessa è, per loro, una promessa di trasformazione immediata: basta un cavallo, una quota, un’intuizione, una combinazione fortunata e tutto potrebbe ricominciare da capo.
La genialità della sceneggiatura, firmata da Enrico Vanzina e Alfredo Giannetti, consiste nel non trasformare questa dinamica in un sermone sull’irresponsabilità. Mandrake e Pomata sono truffatori, manipolatori e bugiardi, ma non sono mai veramente cattivi
. La loro cialtroneria è così scoperta, così infantile e sproporzionata rispetto alle loro capacità, da risultare quasi commovente.
Essi non possiedono la freddezza del criminale, bensì l’ostinazione del giocatore: sono sempre sul punto di smettere, proprio perché sono convinti di essere sul punto di vincere.
Mandrake e Pomata: una coppia comica perfetta

Il film vive naturalmente sul rapporto tra Proietti e Montesano.
I due attori appartengono a tradizioni comiche differenti, ma proprio per questo si completano.
Mandrake è il seduttore, il fantasista, l’uomo capace di inventare una bugia con la stessa naturalezza con cui pronuncia una battuta. Ha un’aria da professionista dell’improvvisazione, anche quando l’improvvisazione lo conduce nel baratro.
Proietti gli conferisce una leggerezza aristocratica e insieme una disperazione sotterranea: Mandrake è sempre brillante, ma il suo talento è sprecato in imprese miserabili.
Er Pomata, invece, è più corporeo, rumoroso, immediato.
La sua comicità nasce dall’eccesso, dalla smania di apparire competente, dal bisogno di difendere una reputazione che nessuno gli riconosce davvero.
Montesano gli costruisce addosso un personaggio di straordinaria precisione, una maschera popolare che non scivola mai nella caricatura gratuita.
Pomata è il teorico del colpo perfetto, l’esperto che conosce ogni cavallo e ogni sistema, ma che finisce puntualmente per scommettere sul destino sbagliato.
La loro amicizia è fondata su un equilibrio instabile: si sostengono, si sfruttano, si tradiscono e si salvano reciprocamente.
Sono complici perché condividono lo stesso difetto, ma anche perché nessuno dei due saprebbe sopportare davvero la solitudine.
Il loro legame è comico proprio nella sua contraddizione: insieme sono più intelligenti, più creativi e più pericolosi; separati, forse, perderebbero meno soldi.
Proietti e Montesano comprendono perfettamente che la battuta non deve mai apparire “scritta”.
La comicità passa attraverso i tempi, le pause, gli sguardi, le inflessioni romane.
Molte scene funzionano non tanto per ciò che i personaggi dicono, quanto per il modo in cui lo dicono: il tono solenne con cui enunciano sciocchezze, la sicurezza con cui sostengono tesi palesemente insostenibili, l’indignazione con cui reagiscono alle conseguenze delle proprie azioni.
La lingua come spazio comico

Uno dei motivi per cui «Febbre da cavallo» è diventato un rito collettivo sta nella sua lingua.
Il film non offre semplicemente una serie di gag: mette in scena un vero e proprio sistema linguistico, un impasto di romanesco, gergo ippico, burocratese improvvisato e formule da imbonitore.
I dialoghi hanno una musicalità riconoscibile, ritmata, quasi teatrale, ma non perdono mai il contatto con la concretezza dei personaggi.
Le battute sono diventate proverbiali non soltanto perché divertenti, ma perché condensano un’intera filosofia dell’esistenza. Mandrake e Pomata parlano come se ogni disastro fosse il preludio a una soluzione geniale.
Ogni fallimento viene reinterpretato, ogni evidenza viene rovesciata, ogni responsabilità viene trasferita altrove.
Il loro linguaggio è una macchina di rimozione: permette di non chiamare mai le cose con il loro nome.
Non hanno perso: sono stati sfortunati.
Non hanno imbrogliato: hanno adottato una strategia.
Non hanno coinvolto amici e parenti in una catastrofe finanziaria: hanno creato un’opportunità.
Il talento comico del film nasce proprio da questa continua distanza tra realtà e racconto.
I personaggi vivono in una realtà disastrata, ma la narrano come se fosse una commedia di successo.
In tal senso, «Febbre da cavallo» si avvicina alla grande tradizione della commedia all’italiana, dove il linguaggio non è soltanto uno strumento di comunicazione, bensì una forma di sopravvivenza.
Si parla per convincere gli altri, ma anche per convincere se stessi.
Si raccontano bugie perché la verità sarebbe troppo semplice e troppo dolorosa: abbiamo perso ancora una volta, siamo indebitati, non abbiamo imparato nulla.
La Tris e il destino dei “brocchi”

L’episodio della Tris affidata da Gabriella a Mandrake costituisce il cuore morale e narrativo del film.
La fidanzata gli affida del denaro con una richiesta precisa: giocare una combinazione che i protagonisti ritengono impossibile.
Mandrake e Pomata, convinti di essere più intelligenti della sorte, decidono di non giocarla.
È una scelta apparentemente razionale, ma in realtà perfettamente coerente con la loro psicologia: essi non riescono a sottrarsi alla logica del rischio nemmeno quando avrebbero l’occasione di comportarsi responsabilmente.
Poi accade l’impensabile: Soldatino, King e D’Artagnan, i cavalli considerati brocchi, arrivano davvero.
La vincita avrebbe risolto ogni problema, ma proprio perché non è stata giocata si trasforma nella prova definitiva della loro sventura.
È qui che il film trova uno dei suoi paradossi più crudeli…..
