Da Kennedy a Gabbard: le controverse nomine del tycoon; le elezioni del 5 novembre e il futuro degli Stati Uniti

A due mesi di distanza dal suo insediamento nell’Ufficio ovale, il presidente eletto Donald Trump ha già iniziato a comporre la sua squadra di governo. Il tycoon, coadiuvato dal suo team di transizione, deve selezionare più di 4mila collaboratori, che andranno a sostituire quelli oggi operativi nell’amministrazione Biden.

Il fine ultimo è quello di comporre un esecutivo che rispecchi in pieno la linea politica che il nuovo presidente repubblicano intende imporre agli Stati Uniti.

Tra le migliaia di funzionari che dovranno essere nominati, i più importanti si riducono a qualche decina: sono quelli che guideranno i dipartimenti (i nostri ministeri), i capi delle agenzie federali e, infine, i diplomatici. Tra questi, alcuni nomi sono già stati confermati, mentre per altri bisognerà attendere ancora qualche tempo.

C’è da fare un caveat: secondo la Costituzione americana più di mille posizioni di governo, inclusi i capi di gabinetto, richiedono l’approvazione di almeno 60 membri del Senato. La questione parrebbe porsi solo parzialmente come problema, dato che i repubblicani hanno vinto la maggioranza alla camera alta con 53 seggi su 100.

A quanto pare Trump non li considera però numeri sufficienti a sostenere le sue nomine senza intoppi, dato che alcune di esse sono alquanto controverse perfino per certi senatori del Gop.

Per questo motivo, il tycoon ha già affermato su Truth che qualsiasi senatore repubblicano che ambisca alla posizione di leader nel Senato degli Stati Uniti deve accettare le nomine durante le pause di attività della camera.

Trump fa riferimento ai c.d. recess appointments (nomine in pausa).

La legge americana consente infatti al presidente di fare nomine emergenziali quando il Senato è in vacanza o non può riunirsi.

In passato questo metodo è stato utilizzato più volte, anche se mai per nominare tutta la squadra di governo. George W. Bush, per esempio, ha fatto 171 nomine in questo modo, Bill Clinton 139 e Barack Obama almeno 32.

Il neoeletto presidente vuole quindi che il futuro speaker della Camera favorisca questa iniziativa. Il senatore Rick Scott si è da subito schierato a favore, impegnandosi a soddisfare la richiesta di Trump se diventerà il leader dei repubblicani al Senato: “Sono al 100% d’accordo. Farò tutto il possibile per far passare le tue nomine il più rapidamente possibile”, ha scritto su X.

Le nomine più radicali di Trump

Tra le nomine controverse, che potrebbero trovare difficoltà a passare al Senato attraverso la modalità “standard” troviamo quelle di Matt Gaetz e di Tulsi Gabbard. Due scelte “estreme” per due incarichi molto delicati, rispettivamente Procuratore generale (il nostro ministro della Giustizia) e direttrice dell’Intelligence.

Si tratta di due fedelissimi di Trump e di figure molto divisive all’interno dei repubblicani. Gaetz, deputato della Florida, si è da poco dimesso dal suo incarico di rappresentante per evitare, si pensa, che il Comitato etico della camera votasse sulla pubblicazione di un rapporto su un’indagine aperta nei suoi confronti, che lo vedeva accusato di reati come abusi sessuali e uso di droghe.

Fu sempre lui, insieme al suo gruppo di deputati repubblicani estremisti, a portare alla rimozione del repubblicano Kevin McCarthy dal ruolo di speaker della Camera nel 2023.

Lo storico rappresentante del Gop era infatti accusato da Gaetz e i suoi di essere troppo accondiscendente nella trattativa con i democratici per evitare il shutdown, cioè il blocco delle attività amministrative quando il Congresso non riesce ad approvare la legge di bilancio.

Per tutti questi motivi, la scelta di Gaetz da parte di Trump è stata una grande sorpresa anche per i suoi colleghi repubblicani. La senatrice Susan Collins, repubblicana del Maine, ha detto di essere «scioccata» dalla scelta e che voterà contro la sua nomina.

Un altro deputato repubblicano rimasto anonimo ha detto ad Axios di essere «incredulo e disgustato», mentre Max Miller, deputato dell’Ohio, ha detto che Gaetz ha più possibilità di andare a cena con la defunta regina Elisabetta II che di essere confermato dal Senato.

File:Matt Gaetz (50042695182).jpg
Matt Gaetz

Passando invece alla Gabbard, la nomina dell’ex deputata democratica come responsabile delle 18 agenzie di intelligence degli Stati Uniti non può che suscitare timori circa la continuità del supporto militare americano all’Ucraina.

Gabbard si è infatti distinta negli ultimi anni per le sue posizioni filorusse, tanto che è arrivata ad appoggiare la propaganda del Cremlino quando ha sostenuto la tesi della presenza di laboratori per la produzione di armi biologiche in Ucraina.

In altre parole, la Gabbard abbraccia posizioni isolazioniste. Sostiene infatti un minor impegno militare americano all’estero e durante la campagna elettorale ha criticato a più riprese Kamala Harris per aver cercato il sostegno di “guerrafondai” repubblicani come l’ex vicepresidente Dick Cheney e gli ex deputati Liz Cheney e Adam Kinzinger.

La sua nomina è meno dibattuta di quella di Gaetz, ma rimane comunque controversa per alcuni elementi dell’establishment repubblicano.

File:Tulsi Gabbard (48011623853).jpg
Tulsi Gabbard

Da ultimo, Robert F. Kennedy, l’ex candidato presidenziale che lasciò la corsa per lanciare il suo endorsement a Trump, è stato nominato a capo del Dipartimento della salute e dei servizi umani.

Si tratta anche questa di una nomina controversa, che avrà difficoltà nel passare l’esame del Senato. Infatti, Kennedy è noto per le sue posizioni antivacciniste, anche se ha già rassicurato che, da capo del Dipartimento, non toglierà a nessuno la possibilità di accedere alle vaccinazioni.

Chi farà parte della nuova squadra di governo

Passando alle nomine meno divisive, spicca per importanza quella di Marco Rubio, senatore della Florida, il primo ispanico (di origini cubane) a ricoprire l’incarico di segretario di Stato. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un negoziato», dichiarava a fine settembre ai microfoni di Nbc news.

Rubio si è sempre espresso in modo molto chiaro a favore del diritto di Israele di rispondere con violenza agli attacchi di Hamas del 7 ottobre e ha inoltre manifestato posizioni molto dure nei confronti di Cina, Iran e Venezuela.

In sostanza, rappresenta la fotocopia delle posizioni di Trump in politica estera, dalla volontà di chiudere in fretta il conflitto in Ucraina, al supporto senza limiti a Israele contro l’Iran.

File:Marco Rubio (24999272054).jpg
Marco Rubio

Come Consigliere per la sicurezza nazionale, uno dei pochi ruoli che non deve essere confermato dal Senato, è stato scelto Michael Waltz, ex membro dei Berretti verdi e sostenitore della linea più dura contro Pechino. In più di un’occasione il veterano ha infatti paventato lo scontro diretto con la Repubblica Popolare, a suo dire inevitabile per preservare l’egemonia degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico.

A capo del Pentagono è stato invece inserito Pete Hegseth, ex conduttore di Fox News (l’emittente tv conservatrice vicina a Trump) e veterano di guerra pluridecorato. Negli anni si è distinto per le sue posizioni contro l’ideologia Woke e le misure di inclusività all’interno dell’esercito.

Temi che negli ultimi anni, oltre che ad aver innescato numerosi litigi al Congresso, hanno messo seriamente a rischio la prontezza delle forze armate americane.

Il Dipartimento della sicurezza interna, ministero che supervisiona un vasto apparato di sicurezza nazionale, dal controllo delle frontiere all’antiterrorismo, sarà guidato da Kristi Noem. La governatrice del South Dakota è stata uno dei più strenui difensori delle politiche anti-Covid di Trump, rifiutando lockdown e restrizioni nel suo Stato.

Si è distinta anche per posizioni estremamente conservatrici su immigrazione e diritti civili, come l’aborto.

Noem lavorerà a stretto contatto con Stephen Miller e Tom Homan: nominati rispettivamente Vicecapo di gabinetto e inviato speciale per la sicurezza del confine (“Border Czar”).

Homan è un grande sostenitore delle politiche di tolleranza zero verso i migranti. Durante la prima amministrazione Trump fu responsabile della separazione di oltre 5mila minori dai loro genitori al confine con il Messico, così da scoraggiare futuri arrivi in America. Miller è stato invece l’ideatore del “Muslim ban”, una misura che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di diversi Paesi musulmani.

Una nomina che ha sorpreso è stata quella di Elon Musk a capo di un nuovo dipartimento che guiderà insieme all’imprenditore (e ex candidato alle primarie repubblicane) Vivek Ramaswamy.

Si tratta del Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), un organo esterno che sarà funzionale ad alleggerire la burocrazia governativa, tagliando normative eccessive e spese inutili, e a ristrutturare le agenzie federali. Sarà, secondo le parole di Trump, il “progetto Manhattan dei nostri tempi“.

File:Pete Hegseth (45527398825).jpg - Wikimedia Commons
Pete Hegseth

Perché sarà un’amministrazione molto diversa dalla prima

Se non si fosse già inteso dal profilo delle nomine, il nuovo mandato Trump si prospetta molto più radicale se paragonato al primo.

Non perché negli ultimi anni le idee politiche del tycoon siano virate ulteriormente a destra, ma per via della composizione della sua squadra di governo.

Quello che manca, o è stato notevolmente ridimensionato, è infatti quell’establishment repubblicano non trumpiano, “gli anziani nella stanza”, che durante la prima amministrazione era in grado di contenere gli eccessi di Trump.

Oggi la fedeltà e l’affinità ideologica al presidente hanno sostituito qualsiasi altro parametro nella nomina delle figure a capo delle principali posizioni di potere.

Questo è stato possibile anche perché il movimento Maga (Make America Great Again), gemello del trumpismo, si è strutturato e rafforzato negli ultimi quattro anni. I suoi membri non sono più degli outsider, e non fanno nemmeno più mistero di volere “ripulire” le burocrazie dagli elementi ostili a Trump, che durante il suo primo mandato ne avevano annacquato le politiche, per esempio quella di disimpegno militare dal Medio Oriente.

In questo senso, secondo quanto riportato da Reuters, i collaboratori di Trump starebbero preparando una lista di alti ufficiali e funzionari del Dipartimento della Difesa da licenziare una volta che la nuova amministrazione entri in carica a gennaio.

Il tycoon vorrebbe infatti evitare il ripetersi dell’ostruzionismo dello scorso mandato, quando i rapporti coi vertici militari erano di sovente pessimi e il Pentagono era sospettato di ostacolare i progetti del presidente.

Si tratta di un proposito che riaccende i riflettori sul discusso Project 2025, un piano proposto nel 2023 dal think tank conservatore Heritage Foundation e che prescrive la promozione di politiche conservatrici per rimodellare il governo federale degli Stati Uniti e consolidare il potere esecutivo del presidente.

Più nel dettaglio, il progetto propone di prendere il controllo di tutti i dipartimenti, dell’insieme delle agenzie per la sicurezza e di altri enti federali.

Trump ha più volte affermato di non avere niente a che fare con l’iniziativa e che non è sua intenzione metterlo in pratica.

Che sia vero o falso, la tendenza osservabile è comunque quella di una crescente “trumpizzazione” del partito repubblicano e, soprattutto, di un attacco alla neutralità degli apparati di governo.

Una condizione che sta spingendo le anime che definiscono gli Stati Uniti verso due idee inconciliabili di futuro.

Di Admin

Lascia un commento

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere