Giovanni De Ficchy

La sindrome del dito e della luna: concentrarsi sui dettagli trascurando il quadro generale.
In un Paese come il nostro, stiamo vivendo il terrore dei provvedimenti dell’amministrazione Trump, come il male assoluto che farà collassare la nostra economia.
È un’ansia che serpeggia, alimentata dai media e, diciamolo, da una certa propensione al catastrofismo che ci contraddistingue.
Ma siamo davvero così in balìa delle decisioni di Washington?
Non è che stiamo dimenticando la nostra capacità di reagire, di innovare, di trovare alternative?
Certo, dazi e barriere commerciali sono un ostacolo, ma non sono insormontabili.
La storia ci insegna che l’Italia ha sempre saputo trasformare le difficoltà in opportunità, sfruttando la sua creatività e la sua intraprendenza. Forse, invece di lamentarci incessantemente, dovremmo concentrarci sul rafforzare le nostre imprese, sul diversificare i mercati, sull’investire in tecnologie all’avanguardia.
Insomma, smetterla di piangerci addosso e rimboccarci le maniche, perché alla fine, il destino del nostro Paese lo decidiamo noi, non Trump.
Ma siamo sicuri che il dito non stia indicando proprio la luna che ci rifiutiamo di vedere?
L’America, piaccia o no, è un mercato enorme e un partner commerciale fondamentale.
Le tariffe e le restrizioni imposte dal suo governo, certo, pesano come macigni sulle nostre aziende, soprattutto quelle più piccole, quelle che esportano nicchie di eccellenza.
Ma forse è il momento di smettere di piangerci addosso e iniziare a chiederci: siamo davvero competitivi? La nostra dipendenza da quel mercato è eccessiva?
Abbiamo diversificato a sufficienza?
Il terrore è una cattiva consigliera.
Ci paralizza, ci impedisce di reagire con lucidità.

Invece di concentrarci ossessivamente sui tweet di Trump, dovremmo usare questa crisi come un’opportunità.
Un’opportunità per rafforzare il mercato interno, per investire in innovazione, per semplificare la burocrazia che soffoca le imprese, per cercare nuovi partner commerciali in Asia, in Africa, in Sud America.
Insomma, smettiamola di guardare al dito e alziamo lo sguardo alla luna.
La luna, in questo caso, è un orizzonte di possibilità che possiamo – e dobbiamo – esplorare.
Altrimenti, il terrore si trasformerà in profezia autoavverante.
E la colpa non sarà (solo) di Trump.
Un paese come il nostro continua a gravare sui carburanti con oneri anacronistici – Vajont (1963), alluvione di Firenze (1966), guerra d’Etiopia (1935), Belice (1968), Friuli (1976), Irpinia (1980) e altre dodici imposte – mentre dal 2019 il costo della spesa è aumentato di oltre il 33%, con rincari quasi doppi per latte e beni essenziali.
In Italia, il dibattito sulla flat tax stride con la persistente economia sommersa, l’aggravarsi delle disuguaglianze e l’evasione fiscale che depaupera lo Stato di risorse cruciali per sanità, istruzione e infrastrutture.
Un Paese che si lamenta dell’Europa, ma poi non riesce a spendere i fondi che Bruxelles mette a disposizione.
Un Paese di santi, poeti e navigatori, sì, ma anche di furbi, di corrotti e di una burocrazia elefantiaca che soffoca ogni iniziativa.
Un Paese, insomma, che ha un potenziale enorme, ma che sembra incapace di liberarsene, di scrollarsi di dosso le zavorre del passato e di guardare con fiducia al futuro.
Un Paese, insomma, che ha un potenziale enorme, ma che sembra incapace di liberarsene, di scrollarsi di dosso le zavorre del passato e di guardare con fiducia al futuro.
Un futuro che, diciamocelo chiaramente, fa un po’ paura.
Paura di non farcela, paura di essere sempre gli ultimi, paura di vedere i nostri figli andare via per cercare fortuna altrove. Paura, soprattutto, di non essere all’altezza delle sfide che ci attendono.
Eppure, basterebbe poco.
Basterebbe crederci un po’ di più, smetterla di lamentarci e rimboccarci le maniche.
Basterebbe guardare alle nostre eccellenze, a chi ce l’ha fatta nonostante tutto, a chi ha saputo trasformare le difficoltà in opportunità.
Penso ai piccoli imprenditori che tengono botta in un mercato globale spietato, agli artigiani che con le loro mani creano meraviglie uniche, agli scienziati che, con pochi mezzi, fanno scoperte che cambiano il mondo.
Invece, troppo spesso, ci crogioliamo nell’autocommiserazione, lamentandoci di quello che non va, dimenticando la forza, la creatività e la resilienza che ci contraddistinguono.
Dovremmo valorizzare di più i nostri talenti, sostenerli, creare un ambiente fertile per la loro crescita.
Invece di guardare sempre all’estero con invidia, impariamo a guardare dentro di noi, a riscoprire il genio italiano che da sempre ci anima. Solo così potremo costruire un futuro migliore, un futuro basato sulle nostre capacità e non sulle nostre paure.
Basta un po’ di fiducia, un pizzico di coraggio e la consapevolezza che siamo capaci di grandi cose.
Basterebbe, forse, riscoprire l’orgoglio di essere italiani, un orgoglio che non sia sterile campanilismo, ma consapevolezza della nostra storia, della nostra cultura, della nostra capacità di innovare e di creare.
Basterebbe smetterla di guardare sempre e solo al lato negativo, alla crisi, ai problemi.
Certo, ci sono, non lo neghiamo.
Ma quanti Paesi al mondo non ne hanno?
Quanti popoli affrontano sfide ben più ardue delle nostre?
Eppure, non si arrendono, non si piangono addosso.
Lavorano, si ingegnano, si reinventano.
E noi?
Noi siamo capaci di fare lo stesso, lo abbiamo dimostrato in passato e possiamo dimostrarlo ancora.
Dobbiamo solo crederci un po’ di più, darci una scossa, smetterla di aspettare che qualcuno risolva i nostri problemi e prenderci in mano il nostro destino.
Abbiamo un patrimonio immenso, un tesoro di idee, di talenti, di risorse.
Smettiamola di svalutarlo, di ignorarlo, di sprecarlo.
Valorizziamolo, investiamoci, crediamoci.

E forse, solo forse, potremo tornare a essere quel Paese che ammiravamo un tempo, un Paese fiero del suo passato e sicuro del suo futuro. Un Paese che non ha paura di osare, di sognare, di creare.
Un Paese, semplicemente, che crede in se stesso.
Perché il potenziale c’è, è innegabile.
Lo vediamo nell’artigianato, nell’agricoltura, nel turismo, nella ricerca.
Lo vediamo nella creatività dei nostri giovani, nella tenacia dei nostri imprenditori, nella passione dei nostri artisti. Dobbiamo solo dargli la possibilità di esprimersi, di fiorire.
Dobbiamo creare un ambiente favorevole, un contesto che incoraggi l’iniziativa, che premi il merito, che protegga i più deboli.
E non è una questione di destra o di sinistra, di nord o di sud.
È una questione di volontà, di responsabilità, di visione.
È una questione di crederci.
Di crederci davvero.
Altrimenti, continueremo a lamentarci del nostro declino, a guardare con invidia i successi degli altri, a sprecare il nostro enorme potenziale.
E sarà un peccato, un vero peccato.
Perché questo Paese, credetemi, ha ancora tanto da dare.
Basta solo dargli una possibilità.
Un Paese che meriterebbe di più, molto di più.
Un Paese come il nostro, dove il costo dell’energia elettrica è aumentato del 108% negli ultimi 4 anni, quello del gas è cresciuto del 182% in tre anni, il gasolio in 4 anni è cresciuto del 325% mentre l’acqua in 5 anni è aumentata del 17,7%.
Ma davvero credete che sara una catastrofe?
Oggi una bottiglia di prosecco che in Italia trovi sugli scaffali a €4 e venduta al dettaglio $25 a Dallas, se domattina costerà al consumatore americano 27$ cosa cambierà?
Perché non pensiamo piuttosto come fare per ridurre i “dazi” che portano giorno dopo giorno questo Paese e la sua popolazione al collasso economico?
Perché non pensiamo piuttosto, come tornare ad essere competitivi dopo anni di distruzione dell’industria italiana?
Ecco, la vera domanda è questa!
Invece di piangerci addosso e guardare al passato, dovremmo concentrarci sul futuro.
Ma come si fa a ricostruire quel che è stato smantellato?
Non basta un decreto e qualche incentivo a pioggia.
Serve una visione, un piano organico, e soprattutto, la volontà politica di attuarlo.
Dobbiamo smetterla di svendere i nostri gioielli di famiglia, di far finta di niente mentre le nostre aziende vengono inglobate da multinazionali straniere. Dobbiamo proteggere il nostro know-how, investire nella ricerca e sviluppo, sostenere le piccole e medie imprese che sono il vero motore dell’economia italiana.
E poi, diciamocelo chiaro, bisogna anche riformare il sistema burocratico che soffoca ogni iniziativa, ridurre il carico fiscale che strozza le imprese, e combattere la corruzione che devasta il nostro paese.
È un compito arduo, lo so, ma non impossibile.
Abbiamo le risorse, le capacità e la creatività per farlo.
Dobbiamo solo crederci e lavorare insieme, imprenditori, lavoratori, politici, per riportare l’Italia al posto che le spetta nel mondo.
Altrimenti, continueremo a essere solo spettatori del nostro declino.
E questo, non ce lo possiamo permettere.
Perché non preoccuparsi anche dei 70 miliardi che dovremo pagare nei prossimi quattro anni per la corsa agli armamenti?
Ma certo che dobbiamo preoccuparcene!
70 miliardi sono una cifra astronomica, soldi che potrebbero essere investiti in sanità, istruzione, infrastrutture, nella transizione ecologica… insomma, in tutto ciò che serve a migliorare la vita dei cittadini e a garantire un futuro sostenibile per il nostro paese.
Invece, li buttiamo via in armi, in una spirale pericolosa che non fa altro che alimentare tensioni e conflitti.
Chi beneficia di questa corsa agli armamenti?
Sicuramente non noi, contribuenti che ci vediamo sottrarre risorse preziose.
E chi decide queste spese folli?
Spesso a porte chiuse, senza un vero dibattito pubblico, senza che i cittadini siano informati e possano dire la loro.
È ora di invertire la rotta, di pretendere trasparenza e di chiedere che i nostri soldi siano spesi per costruire la pace, non per preparare la guerra.
