
Ah, l’Italia!
Terra di bellezze mozzafiato, cucina irresistibile e una burocrazia che fa venire il mal di testa anche al più paziente dei santi.
Negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un fenomeno straordinario: oltre un milione di italiani ha deciso di prendere un biglietto di sola andata verso l’estero.
E non parliamo di turisti in cerca di avventure culinarie, ma di cittadini, per lo più giovani, in cerca di fortune che sembrano scomparire nel nulla nel nostro bel Paese.
Immaginate la scena: giovani, motivati, pieni di sogni e aspirazioni, che decidono di lasciare le loro famiglie, i loro amici e quel fantastico piatto di pasta della nonna per cercare opportunità al di là dei confini nazionali.
E chi non lo farebbe?

Davanti a noi, si staglia un panorama devastante: 630 mila giovani sono già partiti, un numero che fa tremare le ginocchia di qualsiasi ministro dell’economia, se solo avessero il tempo di alzarsi dalla scrivania.
Ma cosa li spinge a questa decisione drammatica?
Oh, semplice: l’impossibilità di trovare un’occupazione dignitosa, di avviare un’attività produttiva senza dover affrontare un labyrinth burocratico degno del Minotauro.
I nostri cervelli, invece di essere valorizzati, vengono messi sull’aereo come merce di consumo, mentre lo Stato, con il suo inconfondibile tocco, continua a ignorare il problema.
Sì, perché ridurre drasticamente tasse e contributi sembra essere un concetto troppo complesso da assimilare per chi ci governa.

Meglio perdere i proprio figli e sostituirli con extracomunitari analfabeti e non qualificati, quasi fosse un gioco di società dove l’obiettivo è arrivare all’ultimo posto.
Geniale, no?
È noto che queste “risorse umane” (che, tra l’altro, non si trovano nei supermarket) siano la linfa vitale per il prodotto interno lordo del nostro Paese.
Ma a chi importa?
Solo a chi è costretto quotidianamente a vivere con il peso di un fisco oppressivo e di leggi che cambiano più frequentemente della moda. La ricetta di questo suicidio collettivo?
Aggiungete un pizzico di ingiustizia sociale, mescolate bene con una buona dose di disillusionment e voilà: il risultato è un paese che svende i propri talenti per avere un sistema basato su un’illusione di prosperità.
In questo teatro dell’assurdo in cui siamo tutti attori, ci ritroviamo a scambiare i nostri laureati con manodopera non qualificata, come se fossimo in qualche bazar mediorientale.
L’unico a guadagnarci in tutto ciò non è il cittadino italiano, ma il governo, che può continuare a vantarsi di aver “aperto le porte” a una nuova forza lavoro.
Bravo governo, continua così!
Chi ha bisogno di investire nei propri cittadini quando puoi semplicemente importare quelli che a mala pena sanno leggere e scrivere?
E mentre i nostri giovani scorazzano tra Berlino, Londra e altre mete esotiche, ci chiediamo: perché mai dovrebbero tornare?
Per ritrovarsi a dover affrontare l’ennesima ventata di burocrazia?
Perché accettare stipendi da fame in cambio di una vita da precari?
La risposta è semplice: preferiscono restare all’estero, dove hanno possibilità di crescere professionalmente e, nella maggior parte dei casi, anche di vivere serenamente.
In conclusione, questo atteggiamento suicida di un governo che rinuncia a investire nei propri cittadini lasciando che il “cervello” italiano venga esportato è uno spettacolo molto poco edificante, eppure incredibilmente affascinante.
Osserviamo impotenti mentre il nostro Paese si svuota, e con esso, tutte le idee innovative e le risorse che potrebbero farlo prosperare.
Ma chissà, forse un giorno i nostri governanti si sveglieranno e realizzeranno che, invece di continuare a soffocare la nostra economia con tasse insostenibili, avrebbero dovuto ascoltare i giovani che chiedevano semplicemente un’opportunità.
Fino ad allora, benvenuti nel circo del paradosso italiano, dove l’unico spettacolo costante è il numero di valigie che continuano a partire senza ritorno.
