
Che come sempre l’Italia ha scoperto con due anni di ritardo
Due anni fa, al cuore pulsante della destra italiana, Giorgia Meloni dal palco di Atreju inveiva contro “quelli che fanno soldi a palate promuovendo carissimi panettoni”.
L’epitome del populismo a buon mercato, condito da una punta di moralismo da salotto borghese. Dall’altra parte, Fedez, il rapper convertito a paladino dell’inclusività, rispondeva a muso duro.
E Sanremo, per non farsi mancare niente, diventava il teatro dove tirava fuori la foto incriminata di un deputato FdI in maschera da nazista per carnevale, giusto per dare un tocco di alta politica alla kermesse canora.
Oggi, però, quei due sono allo stesso tavolo.

Non un circolo privato, non un convegno sorvegliato da centinaia di agenti, ma un podcast registrato a Roma, in via eccezionale, dove la premier si presenta con un cardigan panna e un bloc notes.
Due dettagli che gridano “voglio sembrare amichevole e accessibile”, ma che sanno tanto di strategia di comunicazione ben studiata.
E invece di rimanere solo chiacchiere, la puntata dovrebbe uscire oggi alle 13 su Pulp Podcast, una piattaforma con 302.000 iscritti e puntate che regolarmente superano il milione di visualizzazioni. Per fare un paragone, Vannacci ha fatto 1,8 milioni, Renzi un milione: numeri non proprio da festival delle sagre.
Eppure, Elly Schlein ha rifiutato l’invito con una grazia degna di una diva che sceglie con cura le proprie apparizioni.
Giuseppe Conte, il sempre enigmatico ex premier, manco ha degnato di una risposta l’invito. Tranquilli, non ha dichiarato nulla, probabilmente perso nei meandri della sua agenda o intento a meditare sul significato profondo dell’esistere politico contemporaneo.
Nel frattempo, la premier, a tre giorni dal referendum sulla giustizia – evento che potrebbe cambiare la geografia politica del Paese –, con i sondaggi che danno il No in rimonta, ha deciso di abbracciare la più pura essenza del marketing moderno: l’auto-promozione a costo zero.

È andata dove sta il pubblico che non la ascolta, lontano dalle tradizionali tribune politiche, ed è lì che ha tentato di esistere.
Insomma, ha messo da parte la retorica del comizio in piazza, perché ormai anche la piazza è una vetrina deserta se vuoi conquistare il pubblico giovane o disinteressato.
Il capo gruppo di Avs ha bollato la cosa come “uno spazio promozionale”.
I giornali, dalla loro, hanno già liquidato Fedez come “asservito al potere”, dimenticando forse che lo show business e il potere politico sono sempre stati complici da secoli.
Il podcast nemmeno è uscito e già genera più clamore mediatico di qualsiasi comizio di chiusura, senza un euro speso in media buying.
Un’impresa titanica nel panorama politico italiano, dove il denaro pubblico e le campagne elettorali sembrano spesso seguire logiche misteriose e anacronistiche.
Per capire la portata di questa mossa strategica, facciamo un salto indietro oltreoceano, ottobre 2024, due settimane prima delle elezioni americane. Donald Trump, con la sua tipica inconsueta calma, si siede da Joe Rogan – la leggenda dei podcast con 17,5 milioni di iscritti su YouTube – per una chiacchierata lunga tre ore che diventa virale, raggiungendo 38 milioni di visualizzazioni in appena tre giorni.
Numeri che fanno impallidire qualunque telegiornale serale statunitense.
La controparte democratica, Kamala Harris, ha ricevuto lo stesso invito, ma ha gentilmente declinato. “Problemi di agenda”, si è detto, ma in realtà il timore era di alienare l’ala progressista del suo elettorato.
Harris ha preferito i suoi podcast calibrati, stile Call Her Daddy o Club Shay Shay, pensati apposta per chi già la vota.
Ha scelto di non rischiare, di non parlare a chi non la conosce, lasciando campo libero all’avversario.
Dopo la vittoria di Trump, Dana White, presidente dell’UFC, ringrazia pubblicamente “i Nelk Boys, Adin Ross, Theo Von, e ultimo ma non meno importante, il potente Joe Rogan.” No, non la CNN. Non il New York Times.
La campagna di Trump ha fatto 14 podcast totali durante la corsa, accumulando quasi 70 milioni di visualizzazioni su YouTube.
È stata la prima a capire la potenza del formato lungo, quella conversazione fluida e poco controllata che ti fa smettere di essere un candidato imposto e ti trasforma in una persona reale.
E qui entriamo nel merito della lezione imparata da Meloni e dal suo staff.
Tommaso Longobardi, il consigliere per la comunicazione, l’architetto di questo gesto, è lo stesso che ha costruito la presenza social di Meloni su TikTok, quando gli altri leader italiani ancora erano convinti che i social fossero roba per ragazzini annoiati.
Si può vivere serenamente ignorando che l’Italia nel marketing arriva sempre in ritardo, qualche anno dopo gli Stati Uniti, ma poi si corre dietro ad adattarsi, saltellando sulle novità come delfini disorientati.
Meloni copia Trump con due anni e mezzo di ritardo, Pulp Podcast non è Joe Rogan e 302.000 iscritti non sono certo 17 milioni, ma la dinamica è la stessa.
Se vuoi essere ascoltato, devi andare là dove la tua gente non è già convinta di te.
Devi rischiare una conversazione non filtrata, sederti faccia a faccia con chi potrebbe non amarti.
Oppure puoi restare nei tuoi circoli, parlare a favore di te stesso, ripetere slogan e comunicati stampa, illudendoti che qualcuno stia davvero ascoltando.
In tutto questo, la scelta di Elly Schlein e Giuseppe Conte rappresenta il paradigma opposto.
Rifiutare il confronto pubblico su un canale emergente, lasciando il palco a chi ha il coraggio di esporsi, significa semplicemente sparire dalla conversazione.
E in politica, come nel marketing, se non sei nella conversazione, non esisti.
Il vuoto d’aria che lasci viene colmato dall’avversario, che raccoglie tutta l’attenzione e la fiducia che avresti potuto conquistare.
Nessun comizio in Piazza del Popolo può compensare questa perdita: è come schierarsi in mezzo a un’arena vuota, urlando nel vento.
La frase più azzeccata è arrivata proprio da Longobardi, coordinatore social di Palazzo Chigi, che ha commentato con sarcasmo la polemica: “Con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi.”
Il mondo è cambiato, signori, e o ti adatti, o resti a parlare da solo nella piazza vuota, lontano dagli attacchi ma anche dalla reale possibilità di vincere.
Alla fine, Meloni ha vinto la partita del marketing politico contemporaneo.
Con un cardigan panna e un bloc notes, si è seduta al tavolo più ambito del 2026: quello della conversazione libera, non filtrata, credibile. Schlein e Conte?
Be’, hanno preferito rimanere in panchina.
Che a parole è sempre facile lamentarsi della debolezza del sistema, ma nei fatti bisogna metterci la faccia.
Ecco la nuova frontline della politica italiana: podcast, social e format lunghi, dove si parla come persone normali e non come altoparlanti istituzionali.
Chi lo capisce per primo, vince.
Chi rimane fermo a guardare, perde.
Semplice come bere un bicchiere di acqua… o come accettare un invito a sedersi sul palco, anche se la platea non ti ama ancora.
Che lo show abbia inizio.
