
C’era una volta un partito che incarnava valori profondi: il lavoro, il sacrificio, la dignità degli operai.
Quella che fu la forza trainante della sinistra italiana, guidata da Enrico Berlinguer, rappresentava una speranza per chi lottava ogni giorno per affermare i propri diritti, per costruire un futuro migliore.
Oggi, però, di quella storia non è rimasto quasi nulla.
Assistiamo, senza più nemmeno stupore, alla fine ingloriosa del Partito Democratico (PD), ridotto a una forza politica senza identità, senza coraggio e soprattutto senza autonomia.
L’attuale conduzione del PD sembra incapace di dettare una linea politica chiara e incisiva.
Elly Schlein, la segretaria che molti avevano visto come una ventata di aria fresca e di innovazione, appare sempre più marginale, una figura schiacciata dalle dinamiche interne e dagli equilibri di potere.
Il partito appena ieri considerato il principale interlocutore del centrosinistra italiano oggi si limita a subire, a muoversi in modo passivo nel panorama politico nazionale.

Non decide, non guida, subisce.
A dettare il passo in quell’orticello ormai allo sbando è oggi il solito “mago di Oz”: Giuseppe Conte. L’ex presidente del Movimento 5 Stelle ha assunto un ruolo dominante nei rapporti interni al centrosinistra, e non solo.
È lui il vero perno intorno al quale gira la politica attuale, colui che tiene il PD sotto scacco politico.
Il disegno è ormai lampante: Conte punta a essere il candidato premier alle prossime elezioni.
E se questo obiettivo non dovesse realizzarsi, è pronto a far saltare tutto, a far collassare ogni accordo e compromesso raggiunto finora.
In cambio di questa subordinazione, il PD avrebbe ottenuto un’opportunità di rilancio simbolico, un via libera per il Quirinale.
Una sorta di scambio politico che, se confermato nei fatti, rappresenterebbe il punto più basso mai raggiunto da quella che fu una grande tradizione politica.
Da partito del lavoro, da simbolo delle lotte popolari, a partito senza anima e volontà propria.
Il PD non è più il partito degli operai, non è più la casa delle lotte sociali.
È diventato un’organizzazione che rincorre temi spesso vuoti, privi di un radicamento reale nel tessuto sociale.
Parla a nicchie, perde il contatto con il paese vero, quello delle periferie, dei lavoratori, delle famiglie in difficoltà.
Ma soprattutto, il PD si è trasformato in un partito subalterno, che ha perso ogni capacità di leadership e di iniziativa autonoma.
Subalterno a un movimento che ha costruito consenso anche attraverso promesse assistenzialiste, politiche che premiano il semplice “restare sul divano” piuttosto che il merito di “muoversi e andare a lavorare”.
È una realtà che pesa come un macigno su tutta la politica italiana.
Non esiste altra spiegazione plausibile: il PD si è piegato, si è inginocchiato davanti all’“avvocaticchio”, una figura politica che molti giudicano inutile, squallida e moralmente discutibile.
Basti ricordare, ad esempio, la vicenda della sanatoria per salvare il suocero, che ha già sollevato molte critiche sull’onestà e sulla moralità di chi guida questo movimento.
E questa non è una strategia politica, è una resa senza condizioni.
E se qualcuno avesse ancora dubbi sulla perdita di autonomia politica e di dignità del PD, basti guardare alla situazione della Sardegna.
Dove la realtà è ancor più evidente e dolorosa.
Il PD è diventato lo zerbino politico dell’incapacità della presidente della Regione, Alessandra Todde. Un’assessora che accumula decisioni discutibili, scelte spesso incomprensibili e indirizzi politici che lasciano perplessi cittadini e imprese.
Il PD locale non alza mai la testa, non esprime alcuna critica, nessuna posizione netta.
Regna soltanto il silenzio e l’obbedienza servile.
Questa è la fotografia più nitida di un partito che ha perso ogni autonomia e ogni dignità politica.
Un partito che si aggrappa a logiche di potere, rinunciando ai propri ideali storici, alle proprie radici popolari.
Viene da pensare che Enrico Berlinguer si stia rivoltando nella tomba di fronte a questo spettacolo tanto triste quanto indecoroso.
E allora la domanda nasce spontanea: ma il PD non ha più alcuna dignità?
È stata tutta venduta in nome del potere, del compromesso, di un’opportunità di carriera o di poltrona?
La vendetta politica, la sopravvivenza personale hanno davvero cancellato quella storia fatta di sacrifici e di lotte sociali?
La fine ingloriosa del PD è una tragedia per la politica italiana.
Ma anche un monito forte per chi crede ancora nella politica come strumento di cambiamento e di progresso sociale.
Il futuro del centrosinistra, e forse dell’intero paese, dipende dalla capacità di ritrovare una nuova identità, una nuova linfa ideale, lontana dai compromessi infimi e dagli scambi oscuri che oggi sembrano prevalere.
Solo così il PD potrà risorgere dalle sue ceneri, tornare a rappresentare il lavoro, la dignità, il sacrificio di milioni di italiani.
Solo così potrà onorare la memoria di chi, come Berlinguer, ha scritto pagine importanti della storia politica e sociale del nostro paese.
Fino ad allora, purtroppo, saremo costretti a testimoniare la lunga agonia di un partito che è stato troppo importante per essere dimenticato, ma che oggi appare destinato a scomparire nella nebbia di un presente incerto e privo di idee.
