Chissà se la conversione “volenterosa” di Giorgia Meloni non rappresenti davvero una scelta strategica, maturata in una fortunata convergenza di eventi che possano ripagarla dal dolore di aver visto svanire quel ruolo di “pontiera” tra Stati Uniti e Europa che forse aveva idealizzato per l’Italia.

È importante, a questo proposito, leggere con attenzione le continue frecciate di Donald Trump nei confronti della premier italiana: non sono semplici battute o critiche casuali, ma esprimono una precisa vena di malignità anti-italiane, con un chiaro sottotono di minaccia, e riflettono soprattutto la stizza del tycoon per non essere riuscito a usare il nostro paese come strumento per dividere ulteriormente l’Europa.

In questo scenario altamente complesso, l’attenzione in questi giorni si concentra su Parigi, dove i paesi “volenterosi” si apprestano a discutere una missione di sminamento nelle acque del Golfo Persico, finalizzata a ristabilire la sicurezza della navigazione mercantile

. L’operazione – più che un atto di intervento militare diretto – appare come un passo pragmatico e necessario per garantire una sorta di normalità e libertà di movimento in uno degli snodi più delicati per il commercio globale.

Si parla anche di un possibile dispiegamento di unità navali maggiori che forniscano un servizio di scorta, al fine di dissuadere attacchi o impedimenti al transito delle navi.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che l’Europa ha posto paletti rigorosi: un’azione unilaterale senza un accordo fra le parti in conflitto trasformerebbe automaticamente i paesi coinvolti in belligeranti schierati in modo parziale – un rischio politico e diplomatico inaccettabile, poiché questa non è una nostra guerra e l’Europa deve mantenere una posizione di equilibrio.

Solo attraverso un’intesa preliminare fra le parti in causa può essere legittimato qualsiasi passo operativo.

Ebbene, negli ultimi giorni sono arrivati segnali incoraggianti, quasi a sfida dell’infausta data del Venerdì 17, che lasciano aperta la porta a un esito positivo del summit di oggi.

Trump ha annunciato dieci giorni di tregua nel conflitto tra Israele e Libano, un gesto di notevole rilevanza politica che potrebbe spianare la strada a dialoghi più ampi.

Gli iraniani, tradizionalmente molto cauti, si sono detti invece aperturisti riguardo alla possibilità di garantire la sicurezza del transito nello Stretto di Hormuz, nelle acque omanite, offrendo così una potenziale via d’uscita diplomatica.

Secondo il Guardian, Teheran starebbe persino invitando le cancellerie europee a farsi avanti in modo da ritagliarsi uno spazio di manovra più ampio rispetto all’intransigenza americana e israeliana.

Questo significa, probabilmente, che l’Iran potrebbe essere disposto a fare concessioni specifiche proprio all’Europa, concessioni che difficilmente accetterebbe dagli altri attori della crisi.

Su questo sfondo, emerge un punto di dibattito delicato e fondamentale: Trump avrebbe avanzato la dichiarazione secondo cui gli iraniani sarebbero disposti a consegnare uranio arricchito al 60%.

La controparte iraniana, però, ha negato questa versione, sostenendo che l’ipotesi più realistica sarebbe una “diluizione” del loro uranio ad alto arricchimento: mescolare cioè il materiale arricchito con quello meno arricchito o naturale per abbassarne la concentrazione e garantirne la sicurezza.

Seppure in termini tecnici diversi, entrambe le parti sembrano avvicinarsi a un compromesso che potrebbe consolidare la fiducia reciproca.

Questo quadro fornisce all’Europa un’opportunità, forse inaspettata, per rientrare con dinamismo in una crisi che rischiava di sfuggirle di mano.

Ma cosa dovrebbero fare concretamente Meloni, Macron, Starmer e Merz oggi?

Quali linee guida devono ispirare il loro operato?

Innanzitutto, i paesi volenterosi devono chiarire senza ombra di dubbio la natura della missione di sminamento.

Si tratta di un atto funzionale esclusivamente alla sicurezza della navigazione internazionale, non di un impegno bellico o di un intervento militare contro qualcuno.

Questo principio deve essere esplicitamente incluso nel mandato, condizionandolo alla tenuta della tregua e alla garanzia di non ostilità da parte iraniana.

Solo in questo modo si potrà offrire a Teheran una via d’uscita diplomatica dignitosa, evitando che l’operazione venga percepita come una provocazione o come un pretesto per un’azione ostile mascherata.

In secondo luogo, va formalizzata al più presto la proposta di creare un corridoio di transito sicuro nelle acque omanite.

Passare da un’apertura informale a un dispositivo operativo concreto non significa risolvere tutti i problemi, ma introdurre un meccanismo pragmatico di de-escalation che delimiti uno spazio condiviso e garantito.

Il coinvolgimento di un attore regionale neutrale e credibile come l’Oman potrebbe conferire autorevolezza e credibilità all’iniziativa, senza militarizzarla ulteriormente e nel contempo riconoscendo implicitamente a Teheran un ruolo nel processo di stabilità.

Il terzo punto, e forse il più delicato, riguarda il collegamento immediato del dossier marittimo con quello nucleare. Sarebbe infatti ingenuo inseguire l’illusione di un grande accordo complessivo e globale, quando invece un’intesa tecnica, limitata ma verificabile – come ad esempio sul tema della diluizione dell’uranio ad alto arricchimento – potrebbe rappresentare un importante passo avanti.

Questa misura tecnica, apparentemente modesta, ha il pregio di consolidare la fiducia reciproca e di acquistare tempo, creando condizioni più favorevoli per negoziati futuri.

Infine, quarto aspetto imprescindibile, occorre istituire al più presto un meccanismo di prevenzione degli incidenti. In una situazione così tesa e carica di sospetti, il rischio non è solo politico e strategico, ma è anche accidentale.

Senza canali di comunicazione diretti, protocolli condivisi e regole minime di ingaggio, basterebbe un piccolo errore tattico o un incidente involontario per far precipitare nuovamente la crisi in un’escalation incontrollata.

Questo tipo di intervento – che spesso resta invisibile ai media e all’opinione pubblica – è forse il più urgente e necessario.

L’Europa, dunque, si trova davanti a una chance reale ed importante per rientrare in gioco e giocare un ruolo di mediazione costruttiva e positiva.

A condizione, tuttavia, che ci siano due condizioni imprescindibili: la prima è la disponibilità iraniana a un compromesso, almeno parziale, sul dossier nucleare; la seconda è che gli Stati Uniti, e soprattutto Trump, non pretendano che l’Europa si comporti come un semplice vassallo, un braccio velato della politica americana senza margini di autonomia e iniziativa.

In conclusione, se Giorgia Meloni saprà interpretare questa occasione con responsabilità e lungimiranza, riuscendo a superare le tentazioni di protagonismo e a costruire alleanze equilibrate, allora potremo assistere veramente a un cambio di passo – e forse a una svolta nella difficile politica internazionale mediterranea e medio-orientale.

Le carte sono in tavola e mai come ora saranno decisive le scelte di chi saprà coniugare fermezza e dialogo, pragmatismo e visione strategica. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di questo, e il tempo stringe.

Di Admin

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