
Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore, ha ormai un posto fisso nel pantheon degli intellettuali “tanto per cambiare” che si scagliano contro il governo Meloni.
In una delle sue ultime uscite, ha definito l’esecutivo “profondamente fascista” e lo accusa di voler smantellare la sacra Costituzione del 1948.
Non contento, ci regala una lettura dell’attualità politica dipinta con colori che richiamano Mussolini e il Ventennio, sostenendo che l’ideologia dell’esecutivo limiti il conflitto sociale e miri a concentrare i poteri. Roba forte.
Montanari, per chi non lo sapesse (ma dubito), è stato ben saldamente in orbita sinistra: presidente di Libertà e Giustizia dal 2017 al 2019, collaboratore di Sinistra Italiana e promotore del “percorso del Brancaccio”, quella raffinata operazione per unire la sinistra alternativa.

Insomma un protagonista del circo progressista con tanto di pallino per il No al referendum Renzi-Boschi 2016 e critiche feroci al Pd colpevole secondo lui di essere una “destra moderata” o addirittura aver “distrutto il Paese”.
Da buon cattolico radicale influenzato da don Lorenzo Milani e Giorgio La Pira Montanari si muove tra ideali sociali e cultura identitaria.
Perfetto no?
Un mix letale per chiunque osi schierarsi “dall’altra parte”.
E qui scatta il primo promemoria — ma a Montanari qualcuno glielo farà mai?
Giorgio La Pira, il suo “padrino spirituale”, fu un vero e proprio precursore del dialogo Est-Ovest sfidando le logiche della Guerra Fredda con viaggi in URSS incontri con Krusciov tentativi di mediazione tra superpotenze e soprattutto un impegno totale per la pace.
Non era comunista né tantomeno filo-comunista ma un cattolico integrale personalista che credeva nel dialogo con tutti — marxisti inclusi — per costruire una società più giusta ispirata al Vangelo e non ai capricci ideologici.
La sua opposizione al fascismo fu netta e coraggiosa tanto da fondare una rivista clandestina come Principi soppressa dal regime perché troppo pericolosa per la narrativa totalitaria.
Il rapporto tra La Pira e Amintore Fanfani altra figura chiave del cattolicesimo sociale e dell’Italia repubblicana chiarisce come le cose siano raramente in bianco o nero.
Fanfani stesso dopo una giovinezza di simpatia verso alcuni aspetti del regime fascista — corporativismo compreso — si distaccò definitivamente diventando uno dei padri della DC e della Prima Repubblica.
Certo non è esattamente il ritratto di un santo immacolato ma nemmeno la caricatura demonizzante che sembra piacere a Montanari & Co.
Ed eccoci al capitolo “ex comunisti”.
Per Montanari, evidentemente, l’etichetta di comunista è qualcosa di permanente, un marchio a fuoco da cui non si può mai liberare.
Figurarsi Giorgio Napolitano, che pure ha fatto autocritica sulle sue posizioni giovanili e da Presidente della Repubblica ha commemorato le vittime della repressione sovietica in Ungheria.
O Massimo D’Alema, che ha sempre riconosciuto il legame complesso e talvolta ignoto ai più tra PCI e URSS ma ha anche difeso la diversità storica del partito rispetto a quel modello promuovendo una versione riformista ed eurocomunista negli anni ’80.
Andiamo, diciamolo: stiamo parlando di personaggi politici con storie stratificate non caricature da bar sport.
Vorrei poi ricordare all’illustre Montanari che l’Unione Europea stessa in Parlamento ha ufficialmente condannato tanto i crimini del nazifascismo quanto quelli dei regimi comunisti stalinisti inclusi equiparandoli nella loro dimensione tragica e nella necessità di una memoria comune.
Quindi se si vuole essere coerenti fino in fondo occorre smettere di utilizzare la categoria “fascista” come un comodo insulto e imparare a maneggiare la storia con più attenzione magari lasciando perdere le semplificazioni e biforcando la retorica da talk show.
Alla fine c’è qualcosa di stranamente rassicurante nel vedere Montanari scagliarsi contro la Meloni con le armi del passato quasi fosse alla ricerca di un nemico grande quanto un regime totalitario per brillare sotto i riflettori.
Ma la realtà è meno epica più pragmatica e senz’altro più complessa.
Forse sarebbe il caso per lui e i suoi colleghi di concedersi una pausa dalla battaglia culturale a colpi di definizioni infuocate e guardare un po’ più in là al di là delle etichette e degli schemi rigidi per capire che la democrazia italiana oggi ha radici profonde e articolate costruite su compromessi riconciliazioni anche qualche macchia ma certo non su un revival fascista in piena regola.
In definitiva caro Tomaso la storia è materia sfuggente e spesso contraddittoria non si presta ai colpi di spada in salsa ideologica.
Forse un po’ d’ironia e autoironia non guasterebbe per non cadere nell’effetto boomerang della retorica scontata che fa più danno a chi la usa che a chi la subisce.
Ma tranquillo nel grande spettacolo della politica italiana la prossima polemica è già dietro l’angolo pronta a farti tornare protagonista.
Nel frattempo buon lavoro con la Costituzione quella vera non solo quella che si sventola nei discorsi da salotto.
