Manifestante che tiene un cartello con scritto 'IL 25 APRILE È DIVISIVO SOLO SE SEI FASCISTA' durante una protesta.

Sarcasmo, ironia e un pizzico di amarezza per descrivere un fenomeno che si perpetua senza riflessioni effettive, tra fantasmi e fantasiosi combattenti.

Benito Mussolini è morto ottantuno anni e un mese fa, una notizia che dovrebbe tranquillizzare chiunque, soprattutto la sinistra italiana, ma invece no.

La sinistra non fa altro che parlare di fascismo come se fosse lì dietro l’angolo, pronto a bussare alla porta.

Forse non si tratta solo di un problema politico, ma piuttosto di un disturbo psichiatrico o di una disperata necessità di mantenere vive carriere e idee ormai ridotte a un’ombra evanescente.

Immaginiamo allora il cervello degli antifascisti immaginari diviso perfettamente in due emisferi: il primo, quello razionale, e il secondo, beh… diciamo che non ragiona proprio benissimo.

Nel primo emisfero, quello ragionante per davvero, abitano i cinici.

Sono gli intellettuali bene nutriti, i giornalisti che ogni sera si trasformano in deportati dalla verità, gli accademici con cattedre prestigiose, i festival estivi con aperitivo e dibattito annesso.

Questi sanno che il fascismo è morto e sepolto, che nessun regime sta per bussare alla loro porta, e che nessun tribunale speciale è pronto a giudicarli in seduta notturna.

Lo sanno benissimo, ma non possono ammetterlo.

Una donna in bicicletta che passa davanti a un manifesto su un muro di mattoni, con il testo 'Orgoglio Antifascista' e una foto in bianco e nero.

Per loro, sull’antifascismo è stata costruita un’intera economia: collane editoriali, rubriche, talk show e persino manuali con questionari ideati per misurare il “tasso di fascismo nel sangue”.

Michela Murgia, nella sua anima gentile, ci ha lasciato un test da sessantacinque domande da cui non si può mai uscire assolti: anche il più impeccabile antifascista verrà etichettato come “aspirante fascista”.

Perché se il test assolvesse qualcuno, si spegnerebbe la macchina perfetta di questa industria dell’allarme.

Marco Travaglio li ha bonariamente chiamati “facce da Ventotene” – moderni Matteotti della mutua, barricati in salotti con vista sul centro storico, pronti a organizzare una resistenza fatta di appelli e sottoscrizioni.

Raccontano con teatralità di essere censurati dalle reti principali e invocano bavagli immaginari dall’ultima pagina del Corriere.

Aspettano che i gendarmi suonino a casa loro, sperando magari in un esilio dorato a Cortina.

Barcollano non sotto manganelli, ma sotto insulti online, appuntandosi ogni offesa come fosse una medaglia della Resistenza.

Per costoro l’antifascismo non è una fede: è un mestiere.

Un lavoro ben pagato che necessita che il mercato resti sempre aperto.

Se il fascismo sparisse davvero, moltissimi finirebbero in cassa integrazione, e questo proprio non si può permettere.

Dunque il fantasma deve restare… vivo, vegeto e in buona salute, come nei peggiori giochi di prestigio.

Fin qui la logica è cinica ma almeno comprensibile.

Il fascismo reale, quello capace di minacciare davvero la democrazia, non esiste. Esiste solo la sua ombra proiettata sul muro, come in un teatrino infantile.

Ma attenzione al secondo emisfero, quello malato, dove abitano quelli che veramente ci credono.

Qui non c’è calcolo, non c’è finta indignazione né marketing politico: qui si vede il fascista ovunque.

Al supermercato, alla fermata dell’autobus, nella maestra dei figli, persino nel vicino che espone un tricolore un po’ troppo vintage alla finestra.

Ogni voce fuori dal coro è un sintomo di pericolo, ogni dissenso un indizio di regime imminente, ogni elezione perduta un colpo di Stato strisciante.

Vivono in uno stato di allarme permanente, prigionieri di un’illusione che ripete incessantemente che la democrazia è ferita, agonizzante e prossima alla fine.

Se esistono i terrapiattisti e i raeliani che pregano gli extraterrestri, perché stupirsi che qualcuno scorga fascisti ovunque?

Questi non sono cinici: sono affetti da dipendenza ideologica.

La loro mappa mentale si è bloccata in un eterno 1922, come quei soldati giapponesi decenni dopo la guerra convinti di combattere ancora.

L’ideologia ha preso il posto del pensiero critico, l’anatema ha sostituito l’analisi, la liturgia ha rimpiazzato la politica. Il loro antifascismo non è nemmeno più una questione d’opinione: è una sindrome.

Entrambi questi emisferi, quello razionale e quello malato, servono però lo stesso corpo: una sinistra italiana che ormai non sa più dove andare.

Che ha abbandonato le fabbriche per i salotti, i braccianti per gli influencer, i diritti per i pronomi, e le lotte sociali per la cultura woke.

Una sinistra immersa in una bolla autoreferenziale fatta di virtù astratte e di indignazione estetica.

Qui i sessi non sono più due ma sessantasette e chi ne conta meno è automaticamente un bigotto.

Si assume per colore della pelle e non per competenza, chiamando questa follia “inclusione”.

Il delinquente è sempre vittima della società e la società non è mai vittima del delinquente.

Si censurano parole, si riscrivono libri, film e persino fiabe per paura di offendere qualcuno che nemmeno si è offeso.

Si corteggiano voti islamici per disperazione elettorale e si finge di non vedere che sharia e diritti civili viaggiano su diverse galassie.

Si acquistava la Tesla quando Musk era democratico e la si rivendeva indignati appena passava con Trump.

Politica?

No, guardaroba.

Ricordiamoci quanto scriveva Pier Paolo Pasolini, mezzo secolo fa, in una lettera ad Alberto Moravia: l’antifascismo rabbioso, sfogato nelle piazze contro un fascismo ormai finito, è un’arma di distrazione.

Serve solo a spingere studenti e lavoratori contro un nemico inesistente, mentre la vera minaccia si insinua silenziosa e inarrestabile, che allora era il consumismo e oggi potremmo dire l’irrilevanza politica della sinistra stessa.

La sinistra agita il fantasma del fascismo per non ammettere la realtà: che non ha più nulla da dire.

Nulla sulle periferie, nulla sul lavoro, nulla sulla sicurezza, nulla sull’energia, nulla sulla scuola.

Tavoli vuoti, idee perdute.

Ma nei cassetti di riserva c’è sempre una vecchia foto di Mussolini da tirare fuori al momento opportuno.

Una volta, la sinistra parlava la lingua del popolo.

Oggi quel popolo non la capisce più

. E quando vota altrove, lo si chiama fascista.

L’antifascismo immaginario è diventato così l’ultima protesi identitaria di chi ha perso le gambe e non sa più camminare. Non costa nulla, anzi conviene.

Non richiede coraggio, né programmi, né scelte difficili.

Basta un post indignato, una petizione da firmare o un’espressione sgomenta in televisione.

L’antifascismo storico imponeva la scelta tra la vita e la morte.

Quello immaginario chiede solo un divano comodo e una connessione internet stabile.

Winston Churchill, commentando i quarantacinque milioni di italiani che alla caduta del regime si dichiararono improvvisamente antifascisti, disse con ironia: «Non sapevo che gli italiani fossero novanta milioni».

Oggi la proporzione si è capovolta: non sono più novanta milioni gli antifascisti, ma qualche migliaio di professionisti del lutto che vegliano un morto da trentamila giorni e non intendono smettere.

Perché ammettere la fine di questa finzione significherebbe guardarsi allo specchio, e lo specchio, a differenza del fascismo, è reale.

E come tutti sappiamo, il reale fa sempre un po’ paura.


Di Admin

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