Un vescovo parla da un leggio durante una cerimonia religiosa, indossando un abito ecclesiastico e un copricapo distintivo, mentre altri membri del clero sono seduti dietro di lui.

Una notizia che scuote l’anima e che merita di essere raccontata per quello che realmente è: un crimine atroce, una tragedia che fa male non solo alla Chiesa, ma a tutta l’umanità.

Eppure, nei telegiornali, nelle pagine dei giornali, nella comunicazione ufficiale, si parla di “intolleranza religiosa”, di “scontri tra comunità”, di “tensioni interreligiose”.

Parole vaghe, generiche, che sembrano nascondere più di quanto rivelino.

Dietro queste espressioni si perde il punto fondamentale: chi ha ucciso monsignor Afonso?

Perché è stato assassinato?

Qual è il contesto reale di questa violenza?

Ogni giorno, in varie parti del mondo – e oggi parliamo soprattutto dell’Africa – la realtà è sotto i nostri occhi ma troppo spesso viene filtrata da una narrazione attenuata, quasi ammantata da un eccesso di cautela politica e culturale.

Si parla di conflitti religiosi come se fossero normali scontri tra pari, come se il problema fosse un generico scontro di fedi, quando invece esiste una precisa matrice ideologica di terrore, che ha un nome ben definito: il jihadismo.

Non esiste una strage di cristiani in Africa in corso ad opera di milizie cristiane.

Questa è la verità.

Le violenze non sono reciproche.

Non sono una questione di “intolleranza” diffusa tra le religioni, ma un problema serio, concreto, che vede esclusivamente alcune organizzazioni estremiste di matrice islamista radicale attaccare sistematicamente le comunità cristiane, così come altri gruppi religiosi e popolazioni locali, con l’obiettivo spietato di imporre una visione unica, la sharia, attraverso la paura e la morte.

Se oggi torniamo a parlare dell’uccisione di mons. Afonso senza nominarne i responsabili, senza chiamarli per nome, stiamo colpevolmente nascondendo la realtà.

È come se avessimo paura di pronunciare la parola “jihadisti”, come se fosse un tabù, come se descrivere i fatti con chiarezza fosse un atto di intolleranza.

Ma, al contrario, la verità è un dovere morale, è rispetto verso le vittime, è un atto di giustizia.

Pensiamo agli episodi sconvolgenti a cui siamo abituati a reagire con orrore quasi meccanico: gli attentati a Parigi, Bruxelles, Londra, Manchester, Nizza, Berlino, Stoccolma…

Sono tutte azioni di terroristi jihadisti, che non hanno nulla a che vedere con la libertà o la resistenza, ma che portano morte e distruzione.

Nel Medio Oriente, la persecuzione dei cristiani non è un mito, ma una spietata realtà documentata.

E in Africa?

Nigeria, Mozambico, Burkina Faso, Mali, Niger, Kenya, Tanzania, Uganda, Sudan: ovunque i cristiani si trovano a vivere sotto la minaccia costante degli stessi terroristi, i jihadisti, che non nascondono il loro obiettivo: un califfato globale dove l’infedele deve essere sottomesso o eliminato.

Perché allora continuare a parlare di “intolleranza religiosa” quando sappiamo che, di fatto, è un problema di terrorismo islamista? Perché abbiamo paura di rompere lo schema del politicamente corretto?

Forse temiamo di essere accusati di islamofobia, di razzismo, di colonialismo culturale?

Ma la verità non può essere censurata per paura di etichette. Dire la verità non è discriminazione, è testimonianza, è chiarezza necessaria.

La storia recente ci ha insegnato che una narrazione incompleta o distorta non aiuta a risolvere i problemi.

Al contrario, alimenta la confusione, la sfiducia, e lascia le vittime nell’abbandono e nell’oblio.

Monsignor Afonso, come tanti altri, è stato ucciso da chi odia la libertà, la pace e la convivenza fra i popoli.

Meritava di essere difeso dalla verità, non nascosto dietro parole imprecise.

È giunto il momento di smettere di avere paura.

Di smettere di girarci dall’altra parte.

Di smettere di usare un linguaggio ambiguo che non serve né le vittime né la società tutta. La verità deve essere chiamata per nome: mons. Afonso è stato ucciso dai jihadisti.

Questo è il dato incontestabile.

E raccontarlo con onestà è il minimo che possiamo fare per onorare la sua memoria e per cercare insieme una via di pace e di speranza nel XXI secolo.

Solo così potremo guardare in faccia la realtà, affrontarla coraggiosamente e lavorare per un futuro in cui nessuno debba più morire per la propria fede.

Solo così potremo finalmente liberare la parola dalla prigione del silenzio e costruire ponti veri di dialogo e convivenza, basati sulla conoscenza della verità e sulla fermezza nel combattere ogni forma di terrorismo, qualunque sia la sua veste. Monsignor Afonso merita questo.

Lo meritano tutti coloro che soffrono e lottano per vivere liberi e in pace nel nostro mondo.

Di Admin

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