Recentemente, l’ondata mediatica e politica sollevata dalla denuncia contro il consigliere leghista Silvia Sardone ha acceso un acceso dibattito sulle tematiche legate al velo islamico, alla libertà personale e all’integralismo religioso in Italia.

In particolare, desta perplessità la schiera di dieci persone – fra cui spiccano figure come Davide Piccardo, direttore editoriale de «La Luce», Salma Ghrewati, vicepresidente di Progetto Aisha, e Adil Anouar, presidente dell’Ente Islamico in Italia – che ha deciso di procedere legalmente contro Sardone con accuse gravi quali molestie, diffamazione, lesione dell’onore e istigazione alla discriminazione religiosa aggravata dalla presenza di un minore.

Ma dietro questa battaglia legale non si cela tanto una difesa sincera delle libertà femminili quanto una strategia ben più subdola e pericolosa.
Se infatti l’argomentazione principale del fronte pro-velo è che indossare il niqab o il velo sia una libera scelta di espressione individuale sorprende notare come nessuna delle accuse mosse a Sardone riguardi la violazione della libertà personale o della libertà d’espressione.

Tutte le imputazioni si concentrano piuttosto su ambiti connessi alla religione e all’onore: la dignità della comunità islamica sarebbe lesa da chi critica il velo.

Come se il velo stesso non fosse un simbolo di un’oppressione che si abbatte proprio sulle donne considerate membri subordinati di quella comunità e custodi di un presunto onore collettivo.
Questa discrepanza non è un dettaglio casuale ma rappresenta il cuore della questione: si cela infatti un «cavallo di Troia» ideologico e culturale che utilizza la retorica della libertà e dell’autodeterminazione per imporre una forma d’oppressione mascherata da diritto inviolabile.

Il velo lungi dall’essere una semplice scelta personale viene difeso come componente imprescindibile della religione e identità comunitaria diventando così strumento controllo segregazione.

In tal modo la donna non è più considerata come individuo autonomo libero ma veicolo simbolico attraverso cui rivendicare sistema valori che limita pesantemente le sue libertà reali.
La retorica attorno alla libertà d’uso del velo rischia dunque d’essere trappola cognitiva sociale: facendo leva sui diritti garantiti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali si legittimano pratiche che nella realtà quotidiana si configurano come imposizioni coercitive discriminatorie.

Chi si oppone criticamente a questo fenomeno non viene accusato di negare libertà bensì ledere dignità religiosa categoria spesso tende essere considerata intoccabile superiore ai diritti individuali ogni singolo membro della comunità.

In questo modo critica diventa blasfema chi la muove viene isolato marginalizzato persino perseguito legalmente.
Un altro aspetto preoccupante viene dal profilo di alcune delle persone che sostengono questa battaglia legale controversa: Davide Piccardo, per esempio, noto per aver provato a portare il libro di Sinwar alla Sapienza e per aver chiamato il 7 ottobre una giornata di “Resistenza”, oltre a promuovere iniziative per far entrare la poliginia in Italia. 

Queste posizioni mostrano come dietro il velo si nascondano potenze e ideologie che vogliono rafforzare strutture patriarcali e limitare i diritti delle donne, mascherandole dietro una cortina di ‘diritti culturali’ da proteggere a ogni costo.
In conclusione, il caso Sardone non può essere visto come un semplice problema legale o un conflitto politico tra forze progressiste e conservatrici.

È invece simbolico di una contraddizione profonda che attraversa le società occidentali moderne: quella tra la protezione delle libertà individuali delle donne e il rispetto – spesso senza pensare – di pratiche e simboli religiosi che ne minano la stessa essenza. La sfida da affrontare è quindi complessa e richiede una riflessione che superi slogan e faziosità.

Bisogna riconoscere che la vera difesa delle donne passa attraverso la riaffermazione del loro diritto di autodeterminarsi, libero da imposizioni esterne di qualsiasi natura, anche se rivestite da abiti sacri.
La vera battaglia non si gioca solo sul campo delle accuse legali ma sulla capacità comune di capire cosa sia vera libertà e cosa sia una sua pericolosa imitazione.

Solo così si potrà fare in modo che la parola “libertà” non venga mai tolta di senso per diventare un comodo scudo dietro cui nascondere nuove forme di oppressione.

Di Admin

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