È l’eterno ritorno. Stoccata e fuga.

Come ampiamente previsto, Alessandro Di Battista prepara la sua discesa in campo e annuncia il nome della sua nuova formazione politica.
Questa mossa, pur se apparentemente autonoma, si inserisce perfettamente nella strategia speculare già adottata da figure come Mario Vannacci.
Sebbene non vi siano prove di una coordinazione diretta tra i due, è evidente come entrambe le operazioni rispondano alla stessa logica politica: non quella di vincere le elezioni e diventare il primo partito italiano, obiettivo che sembra lontano anche dalle ambizioni di Di Battista, bensì quella di assumere un ruolo determinante nell’indirizzo politico post-vittoria, condizionando le scelte e l’agenda del governo.
Questa dinamica rivela come alcune formazioni politiche italiane, etichettabili come “putiniane” per la loro fedeltà o simpatia verso il leader russo Vladimir Putin, puntino a raccogliere un elettorato significativo ma limitato, sufficiente però a rivestire un ruolo chiave nel sostegno parlamentare alla coalizione vincente.
In questa prospettiva, poche migliaia di voti possono tradursi in un potere negoziale rilevante, con la possibilità di ottenere concessioni politiche in favore della Russia, come ad esempio diritti particolari o agevolazioni per rimpatri.
Di fatto, ciò rappresenta un ulteriore passo nella strategia di guerra ibrida messa in atto da Mosca, che passa anche attraverso il terreno elettorale italiano.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più preoccupanti: il fatto che il consenso nei confronti di questi movimenti, e quindi indirettamente verso Putin, stia crescendo nel nostro Paese.
Nel caso specifico di Di Battista, la sua percentuale di consenso elettorale rischia di essere tutt’altro che marginale.
Non si sovrappone in modo significativo a quella di Vannacci grazie a un ulteriore elemento identitario forte: il palestinismo.
Di Battista è infatti da anni uno dei principali esponenti di questa corrente politica all’interno della sinistra italiana e molti dei suoi consensi provengono proprio da quell’elettorato sensibile alla causa palestinese.
Diversamente, Vannacci, almeno per ora, non sembra avere mostrato aperture o posizioni riconducibili a questo orientamento.
Ed è proprio qui che emergono le ragioni della mia profonda preoccupazione.
Il palestinismo incarnato da Di Battista ha da tempo oltrepassato la linea della legittima critica politica per sfociare in un antisemitismo aperto, sfrontato e rivendicato senza alcun pudore.
È ormai noto che lo stesso Di Battista affronta spesso e volentieri l’accusa di antisemitismo con una sorta di orgoglio sfidante, arrivando a dichiarare pubblicamente: “Datemi dell’antisemita. Ormai con quest’accusa avete stancato. L’antisemitismo me lo rivendico.”
Questo atteggiamento non solo è gravissimo, ma costituisce un vero e proprio ritorno al passato più oscuro del Novecento.
Di conseguenza, la campagna elettorale di Di Battista appare destinata a focalizzarsi in modo massiccio su questo fronte, facendo leva su retoriche e narrazioni che richiamano in maniera inquietante all’atmosfera politica degli anni Trenta.
Un clima in cui l’odio e la discriminazione erano strumenti politici utilizzati per radicare un consenso esclusivo, basato sulla demonizzazione e sull’isolamento di intere comunità.
Non si tratta più semplicemente di una scelta politica o di una divergenza ideologica, ma di una pericolosa regressione culturale e sociale.
La sfida che si pone oggi per la politica italiana in generale e per i cittadini in particolare è dunque duplice.
Da un lato, è necessario contrastare con fermezza e chiarezza ogni forma di antisemitismo, che non può essere tollerata né minimizzata sotto nessun pretesto; dall’altro, va impedito che strategie di guerra ibrida e manipolazioni politiche straniere guadagnino terreno sfruttando queste forme di odio e divisione.
La presenza di formazioni “putiniane” in Italia, e il loro crescente peso elettorale, rappresenta una minaccia concreta non soltanto per la democrazia e la coesione sociale, ma anche per la nostra autonomia geopolitica.
In definitiva, la comparsa sulla scena di Di Battista con la sua nuova formazione, e la sua esplicita adesione a un palestinismo che si accompagna a un antisemitismo rivendicato, non è solo un fatto politico locale o episodico.
È un segnale allarmante di come ideologie e strategie anacronistiche, alimentate anche da interferenze esterne, possano tornare a contaminare e dividere la società italiana.
Per questo motivo, è necessario un maggiore impegno civico e politico nella difesa di valori fondamentali come la tolleranza, il rispetto reciproco e la memoria della storia, affinché non si ripeta un passato che dovrebbe essere ormai alle nostre spalle.
