Il coraggio delle domande vale anche quando riguardano noi In un’epoca in cui il giornalismo si trova al centro di un acceso dibattito sulla sua funzione sociale e politica, emerge con forza una questione cruciale: il coraggio di porsi domande scomode deve valere in egual misura per chi le pone e per chi le riceve.

Non si tratta semplicemente di una questione di galateo professionale, ma di un principio di coerenza etica che dovrebbe guidare ogni operatore dell’informazione.

Tuttavia, spesso assistiamo a un fenomeno paradossale e frustrante: chi esercita la critica come mestiere e rivendica la libertà di stampa come baluardo di democrazia, tende a diventare reticente, difensivo o addirittura ostile quando è lui stesso al centro del mirino interrogativo.

Questo doppio standard mina profondamente la fiducia nel giornalismo e ne compromette la credibilità.

Prendiamo ad esempio la figura di Marco Travaglio.

Editor incisivo, voce autorevole e spesso implacabile contro il potere politico ed economico, Travaglio incarna quel modello di giornalismo senza riguardi, fatto di domande dirette, critiche taglienti e nessuna paura di smascherare interessi nascosti.

Le sue parole e i suoi articoli sono divenuti simbolo di un’informazione che non si piega alle pressioni e che pretende trasparenza assoluta da tutti i soggetti coinvolti, siano essi ministri, presidenti del Consiglio o leader di partito.

La legittimità di questo approccio, anzi, il suo valore sociale, sono indiscutibili.

È infatti proprio grazie a queste «domande coraggiose» se molte verità sono venute alla luce e se la democrazia italiana ha potuto godere di un controllo più stringente sulle istituzioni. Eppure, quando il riflettore mediatico si sposta sullo stesso Travaglio, qualcosa si incrina.

Si nota un atteggiamento meno incline al confronto aperto e alla trasparenza.

Quando gli si chiede di spiegare alcune scelte editoriali o i rapporti con sponsor e finanziatori – questioni legittime e di interesse pubblico –, si avverte spesso una chiusura o una reazione difensiva che sfocia in un’accusa di provocazione o attacco strumentale.

Questa discrepanza tra ciò che si pretende dagli altri e ciò che si accetta in prima persona solleva un interrogativo di fondo: può un giornalista esigere trasparenza e disponibilità al confronto senza offrire lo stesso?

Può un paladino della libertà di stampa rifiutarsi di rispondere, irrigidirsi o negare il diritto di approfondimento fino a trasformare ogni domanda sgradita in un’aggressione personale?

La risposta, almeno dal punto di vista deontologico e morale, dovrebbe essere negativa. Il coraggio delle domande non deve avere selettività, né filtri di comodo.

Quando si esalta il contraddittorio come fondamento della libera informazione, ci si deve mettere nell’ottica di accettare e rispettare l’interrogazione anche quando tocca noi stessi o i nostri interessi.

Questo non significa che ogni domanda sia sempre giusta o formulata in modo adeguato: il tono, i fatti e la modalità giocano un ruolo fondamentale nel determinare il valore e la legittimità di un’indagine.

Ma ancor più importante è l’atteggiamento verso l’interlocutore e il merito della questione.

Rifiutare il confronto o liquidare con sufficienza le domande diventa così un modo comodo e distruttivo per sottrarsi al dibattito pubblico e alla responsabilità.

Chiunque eserciti il giornalismo dovrebbe sapere che anche il silenzio o un diniego comunicano qualcosa: spesso la poca volontà di mettersi in discussione o la paura di essere messi in difficoltà.

Se il fine ultimo è la ricerca della verità e la tutela del diritto del cittadino a essere informato, allora la trasparenza non può essere parziale e la libertà di stampa non può trasformarsi in uno scudo da usare solo contro i potenti o gli «altri».

Deve invece essere uno strumento di responsabilità reciproca, che implica la disponibilità a sottoporsi allo stesso rigore e alla medesima apertura che si pretende dagli altri.

Il problema, come sottolineato nell’opinione critica, non riguarda dunque tanto la persona di Marco Travaglio quanto l’atteggiamento consolidato e a volte vizioso di una parte rilevante dell’informazione italiana.

Spesso il giornalismo si posiziona come controllore inflessibile di tutti, ma si sottrae al proprio ruolo di controllato.

Questo squilibrio genera sfiducia e alimenta il sospetto che la libertà di stampa non sia sempre esercitata per il bene comune, ma possa diventare un privilegio riservato a pochi eletti.

La vera schiena dritta, quella che conferisce dignità e autorevolezza al giornalismo, si dimostra non solo facendo domande dure agli altri, ma anche avendo il coraggio di restare seduti – cioè disponibili, trasparenti e pronti al confronto – quando le domande dure vengono rivolte a noi.

È in questa capacità di ascolto, di dialogo e di autocritica che si misura la maturità di una professione e la sua utilità reale per la società.

In conclusione, il coraggio delle domande vale sempre, anche – e soprattutto – quando riguardano noi stessi.

Solo attraverso questo esercizio di onestà intellettuale e apertura possiamo sperare in un’informazione veramente libera, credibile e funzionale a una democrazia sana.

Senza questo equilibrio, rischiamo di assistere a un gioco di specchi deformanti, dove la critica diventa strumento di potere e la trasparenza una concessione occasionale.

Serve invece un cambio di paradigma che riaffermi valori imprescindibili: la coerenza, la reciprocità e la responsabilità condivisa.

Perché soltanto così il giornalismo potrà continuare a essere quella «voce del popolo» che non teme di chiedere, ma nemmeno di rispondere.

Di Admin

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