Esiste una domanda che vale la pena fare ogni volta che Hollywood si avvicina a un testo antico: fin dove può spingersi una reinterpretazione prima di diventare un’altra cosa?

Finalmente, dopo mesi di marketing incessante e un’attesa carica di aspettative, posso esprimere una valutazione critica sul film di Christopher Nolan, definito da molti un capolavoro.

Due premesse fondamentali accompagnano questo mio giudizio, parlo del mio campo di studi e della mia specializzazione, la Comunicazione, pertanto non è un’opinione superficiale; infine, ho una profonda conoscenza del cinema specie quello di Nolan, avendo visto gran parte delle sue opere, e ancora mi domando cosa ci sia di rivoluzionario o geniale in titoli come Oppenheimer e Interstellar

Un’ultima nota: questo testo contiene spoiler importanti.

Se desiderate preservare l’effetto sorpresa, vi consiglio di interrompere qui la lettura.

La prima critica riguarda il linguaggio.

Quindi la distanza, in un testo che viene dall’Età del Bronzo, non è un difetto da correggere.

È la misura di quanto quel mondo fosse davvero diverso dal nostro, e di quanto quella diversità contenga ancora qualcosa da capire.

La seconda critica riguarda gli accenti.

Il film adotta accenti prevalentemente americani contemporanei, per personaggi che vivono nel Mediterraneo del 1200 avanti Cristo.

Altra Critica : I Colori

Omero descrive il mare come “color del vino”, le albe dorate, i metalli lucenti, i colori vividi delle vesti.

La Grecia arcaica, nell’immaginario antico, è un mondo di colori intensi, non di palette grigie e minimaliste.

Il fulcro della questione è semplice ma grave:

L’Odissea di Nolan presenta un protagonista che si autodefinisce Odisseo, ma che in realtà ne rappresenta una caricatura distante anni luce dal modello omerico

Questo Odisseo è un uomo contemporaneo, uno statunitense afflitto da disturbo post-traumatico da stress, schiacciato dai sensi di colpa per le azioni compiute nel corso della guerra.

Una delle motivazioni chiave presentate dal film è che avrebbe infranto una presunta «legge di Zeus» usando il cavallo di legno, negandogli così la legittimità di tornare a Itaca per espiare i suoi peccati.

La figura di Atena, guida e protettrice nel poema originale, qui è ridotta a un’allucinazione, una sorta di fantasma di una sacerdotessa uccisa indirettamente dal cavallo e che perseguita il protagonista nella mente tormentata del guerriero.

Soffermiamoci un attimo sul piano culturale e storico: la «legge di Zeus» evocata nel film non ha alcun fondamento reale nel contesto omerico.

Ciò che contava nell’antica Grecia era la xenia, l’obbligo sacro di ospitare lo straniero o viandante, un codice d’onore sociale che però trova sospetti limiti durante i tempi di guerra.

È evidente che i valori che Nolan mette in scena sono alieni al mondo greco antico: sono, piuttosto, i valori di un Occidente contemporaneo immerso in un malessere culturale, dove la guerra è trattata sistematicamente come un male intrinseco, un errore morale da condannare senza appello.

Questa operazione narrativa e ideologica non è altro che un prodotto americano, una forma di colonizzazione culturale che riscrive l’epica greca per veicolare un messaggio pacifista dozzinale e unilaterale, svuotando il mito della sua complessità originaria.

Non posso non notare come Nolan trasfiguri Odisseo fino a ridurlo a un personaggio che ricorda più Shinji Ikari, il celebre antieroe dell’anime Neon Genesis Evangelion: un gigante emotivamente fragile che si crogiola nei sensi di colpa e nelle ansie personali, incapace di agire con la forza d’animo e la determinazione che contraddistinguevano l’eroe omerico.

Se paragoniamo questa interpretazione a figure cinematografiche militari come Rambo — e mi riferisco al primo film del 1982 — appare chiaro quanto la trasformazione sia stata drastica e negativa.

Il soldato John Rambo, pur immerso in un contesto bellico traumatico, non cadeva in un pietismo psicologico simile; al contrario, manteneva una tenace vitalità.

Siamo di fronte a un cambiamento che riflette meno una evoluzione artistica e più un atteggiamento culturale contemporaneo fatto di autocommiserazione e autoassoluzione.

Ciò che queste quattro critiche hanno in comune è la stessa domanda di fondo: quando si adatta un testo che qualcuno ha scritto — o cantato, o tramandato — con un’intenzione precisa, in un contesto preciso, per un pubblico preciso, quante libertà si possono prendere prima che l’adattamento smetta di essere un dialogo con il testo e diventi qualcosa d’altro?

Potrà essere obiettato che Nolan, in quanto autore, avesse pieno diritto di reinterpretare il mito a suo piacimento e secondo la propria sensibilità.

Non solo rispetto questo diritto, ma lo rivendico per ogni artista.

Tuttavia, è doveroso sottolineare che ciò che ne esce è un impoverimento notevole, che non arricchisce lo spettatore, ma lo lascia frustrato e deluso.

Ci si aspetta un’immersione nel mondo classico, nei suoi valori e nelle sue sfumature, ma invece ci si ritrova di fronte a uno specchio deformato che rimanda solo l’immagine di sé, delle paure e dei sensi di colpa moderni, in particolare quelli occidentali.

Ciò che sarebbe stato davvero prezioso per il pubblico sarebbe stato incontrare «l’altro», cioè un mondo culturale differente dal proprio, almeno in apparenza — quello greco antico — e non vedersi semplicemente riflessi con un filtro contemporaneo e ideologico.

Una certa modestia intellettuale avrebbe consentito a Nolan di evitare di imporre una visione esclusivamente personale, scrivendo se stesso su un eroe che appartiene a un universo distante nello spazio e nel tempo.

Infine, è importante ricordare che per gli antichi la guerra non era mai bella, ma non era nemmeno oggetto di moralismo assoluto come oggi accade.

Si partiva per combattere, si tornava o si moriva sperando che la gloria sopravvivesse alla propria carne mortale.

Questo era un modo di vivere e pensare che oggi si tende a dimenticare o addirittura a condannare a priori senza comprenderne la complessità.

Se continuiamo a scambiarci rassicurazioni reciproche basate su trame che banalizzano e colpevolizzano l’identità occidentale e greca, non usciremo mai da quella cultura dell’autocommiserazione che ci invita a macerare nel peccato di essere ciò che siamo stati.

In conclusione, l’Odissea di Nolan è un’occasione mancata, un progetto sbagliatissimo e un’opera sopravvalutata, che pecca di presunzione e semplificazione, consegnandoci un’epica sbiadita e poco autentica.

Di Admin

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