
Il totale, testardo, assoluto impazzimento di una parte politica italiana nel recente panorama sociale e politico rappresenta un fenomeno sconcertante, che merita una riflessione approfondita.
Molti di noi si sentono smarriti di fronte a una realtà in cui il dibattito pubblico sembra ridursi a una ripetizione ossessiva di schemi preconfezionati, quasi come se si fosse divenuti spettatori impotenti di una pièce teatrale in cui le parti sono rigidamente assegnate e ogni tentativo di dissenso viene immediatamente escluso.

Si tratta di un comportamento che richiama tristemente l’immagine delle scimmiette giapponesi che non vedono, non sentono, non parlano, ma che qui assume una valenza ben più devastante: quella dell’inconsapevolezza volontaria e della negazione della complessità della realtà.
Al centro di questa deriva vi è un cinismo impressionante, che permea molte delle scelte e dei discorsi pubblici di una certa fazione politica.
Questo cinismo si manifesta con particolare evidenza nella strumentalizzazione politica di eventi tragici, come la morte di Bologna, trasformata da lutto cittadino in un’occasione per un’immediata e senza riserve mobilitazione politica.
Tale approccio denota una mancanza di rispetto per la dimensione umana degli eventi e una riduzione del dolore al mero strumento elettorale.
La narrazione che emerge è netta e implacabile: il mondo deve essere diviso in oppressi e oppressori, categorie rigide nelle quali gli oppressi sono considerati vittime sacre e quindi bacino certo di consenso elettorale.
Questa prospettiva manichea, tuttavia, impoverisce il dibattito democratico e impedisce la costruzione di analisi critiche e plurali.
Oltre al cinismo, occorre considerare la presenza di meccanismi di ricatto e paura, in particolare la paura di essere isolati o espulsi da una fazione politica che appare particolarmente rigida e intollerante verso chi si discosti anche minimamente dal dogma.
Questa dinamica crea un clima di conformismo forzato e di autocensura, che limita la libertà di pensiero e la capacità di discutere apertamente questioni complesse e scomode.
Il risultato è un indebolimento della qualità del confronto pubblico e un aumento delle fratture interne, spesso silenziate ma presenti.
Tuttavia, dietro questi meccanismi si cela qualcosa di ancora più profondo e inquietante: vigliaccheria e razzismo.
La vigliaccheria si manifesta nell’incapacità o nella riluttanza a uscire dal coro, a mettere in discussione le narrazioni dominanti e a guardare la realtà in modo indipendente, con coraggio e onestà intellettuale.
Tale atteggiamento tende a perpetuare stereotipi e pregiudizi, a rinchiudersi in visioni di comodo e a evitare il confronto con la complessità del reale.
Il razzismo, invece, si esprime attraverso l’infantilizzazione costante delle minoranze, un processo che le priva di agency e autonomia.

In questa visione, chi non è bianco viene considerato incapace di essere un pericolo o di avere un ruolo attivo nella società, relegando i gruppi non europei a uno stato d’inferiorità fittizia.
Paradossalmente, il pericolo percepito viene attribuito esclusivamente a soggetti bianchi, europei, «noi stessi».
Questo spiega anche l’ossessione per il rischio di un ritorno del fascismo, inteso come minaccia proveniente da dentro, da chi condivide la stessa appartenenza etnica e culturale.
Tale fissazione, oltre a essere parziale, dimentica le molteplici forme di violenza e discriminazione che possono provenire da diverse direzioni, riducendo così la capacità di analisi e di intervento.
Un esempio emblematico di questo atteggiamento riguarda la reazione all’attentato al Pride avvenuto lo scorso sabato.
Non una parola, non una condanna da parte di quella parte politica che si mostra così pronta a scendere in piazza per altre cause, ma che qui preferisce il silenzio o l’ambiguità.
Ma anche le comunità LGBTQIA+, pur essendo direttamente coinvolte, sembrano talvolta cadere in una forma di infantilizzazione di alcuni gruppi sociali, non riuscendo a cogliere che, difendendo queste persone, proteggono in realtà coloro che le considerano il primo bersaglio.
L’ironia tragica è che l’ideologia di questi ultimi non prevede mai un’accettazione vera e duratura delle diversità, ma solo un’esclusione radicale.
Questo scenario ci pone davanti a una sfida enorme.
È necessario chiamare in causa la responsabilità individuale e collettiva di ciascuno di noi, per rompere il silenzio complice, per rifiutare l’adesione acritica a narrazioni semplicistiche e dannose.
Serve coraggio per riconoscere la complessità delle questioni sociali, per affrontare il razzismo in tutte le sue forme, anche quelle subdole e sottili che si nascondono dietro a buone intenzioni apparenti.
Dobbiamo imparare a vedere, sentire e parlare – proprio come le tre scimmiette rovesciate – per costruire una società più giusta, inclusiva e consapevole.
Solo così potremo uscire da questa spirale di impazzimento politico e sociale, che mina alle radici la nostra convivenza civile e mette a rischio i valori fondamentali della democrazia e della solidarietà.
La strada è difficile e richiede impegno costante, ma è l’unica via percorribile per evitare che il nostro futuro sia segnato da divisioni insanabili e da un silenzio assordante.
