Il futuro della moda italiana non si decide soltanto nelle sale dove vengono presentate le nuove collezioni. Una parte sempre più importante della partita si gioca lontano dalle passerelle: nei laboratori dove si studiano nuovi materiali, nelle aziende che devono tracciare le proprie filiere, nelle università, nei tavoli istituzionali e persino nei campi agricoli dai quali provengono le fibre tessili. È dentro questo cambiamento che si colloca il lavoro di Valeria Mangani, fondatrice della Sustainable Fashion Innovation Society e presidente del Phygital Sustainability Expo. Il suo percorso parte dall’esperienza maturata nel mondo della moda e del Made in Italy e arriva oggi a toccare questioni che riguardano la politica industriale, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. La domanda di fondo è diventata inevitabile: come può la moda italiana mantenere il proprio valore internazionale mentre il mercato europeo chiede maggiore trasparenza, tracciabilità e sostenibilità? Mangani ha scelto di affrontare il problema partendo da un principio piuttosto concreto: la sostenibilità deve poter essere verificata. In un settore nel quale termini come “green”, “naturale” o “riciclato” sono entrati stabilmente nel linguaggio commerciale, la differenza tra una promessa e un dato certificato diventa fondamentale. Per questo la ricerca sui materiali, la validazione scientifica e la conoscenza della filiera occupano un posto centrale nella sua attività. La Sustainable Fashion Innovation Society nasce proprio con questa impostazione. L’obiettivo è favorire il dialogo tra aziende, università, startup, istituzioni e centri di ricerca, creando un ambiente nel quale le innovazioni possano passare dalla sperimentazione alla produzione. È un passaggio particolarmente delicato per il sistema italiano, caratterizzato da una rete capillare di piccole e medie imprese. Molte di queste aziende possiedono competenze manifatturiere di alto livello, ma non sempre dispongono delle risorse necessarie per sostenere autonomamente attività strutturate di ricerca e sviluppo. Avvicinare queste realtà alla tecnologia significa quindi intervenire direttamente sulla capacità competitiva della filiera. Uno dei progetti che meglio raccontano questa visione arriva dalla Sicilia. Nel 2023 la FAO ha riconosciuto Mangani come World Food Hero, anche per il suo impegno nel collegare moda, agricoltura e sostenibilità. Tra le iniziative sostenute dalla Sustainable Fashion Innovation Society figura il progetto per il recupero della coltivazione del cotone biologico nell’isola, con un obiettivo indicato di circa 100 ettari. È una storia che riporta la moda alle sue origini. Prima di diventare un tessuto, infatti, una fibra è una materia agricola. Dietro una camicia o un abito esistono un terreno, una coltivazione, consumi d’acqua, tecniche di lavorazione e una filiera. Se si vuole ridurre l’impatto ambientale della moda, bisogna quindi guardare anche a ciò che accade prima della fabbrica. La stessa attenzione riguarda i materiali rigenerati. Il principio dell’economia circolare applicato al tessile non consiste semplicemente nel riutilizzare uno scarto, ma nel progettare prodotti e processi pensando fin dall’inizio alla possibilità di recuperare materia e valore. È un cambio di prospettiva che richiede competenze tecniche e una maggiore conoscenza dell’intero ciclo di vita del prodotto. Ed è qui che la tecnologia entra in modo decisivo. La sostenibilità della moda, infatti, sta diventando sempre più digitale. Il Digital Product Passport rappresenta una delle evoluzioni più significative in questa direzione: il prodotto dovrà essere accompagnato da informazioni che consentano di comprenderne meglio caratteristiche, materiali e percorso produttivo. Per le aziende significa organizzare dati e processi che fino a poco tempo fa potevano rimanere frammentati tra diversi fornitori. Per il consumatore significa avere strumenti più efficaci per conoscere ciò che acquista. Per il Made in Italy può rappresentare una possibilità di valorizzare la qualità attraverso la trasparenza. È una trasformazione che rende il concetto di “phygital” particolarmente attuale. Il Phygital Sustainability Expo, presieduto da Mangani, nasce nel 2021 e nel corso delle successive edizioni amplia progressivamente il proprio raggio d’azione. L’idea è mettere in dialogo la dimensione fisica della produzione con quella digitale della tecnologia e dei dati. Roma diventa così il luogo nel quale imprese, istituzioni, ricercatori e innovatori possono confrontarsi sui problemi concreti della transizione. Il progetto è cresciuto fino ad assumere la forma degli Stati Generali dedicati alla moda sostenibile, portando nel dibattito anche questioni che fino a pochi anni fa sembravano estranee al fashion system. Tra queste ci sono PFAS, microplastiche, microfibre, sicurezza chimica e rapporto tra tessile e salute. Nel 2026 il confronto con l’Istituto Superiore di Sanità ha rafforzato proprio questa dimensione scientifica. È un passaggio importante perché cambia la domanda. Non si tratta più soltanto di sapere quanto sia “verde” un tessuto. Occorre capire anche quali sostanze siano presenti, come vengano utilizzate durante la produzione, quali particelle possano disperdersi nell’ambiente e quali informazioni debbano essere disponibili per chi compra e utilizza il prodotto. La sostenibilità diventa così una questione che riguarda contemporaneamente ambiente, industria e salute. Per un settore abituato a comunicare soprattutto attraverso l’immagine, è una rivoluzione non marginale. Significa introdurre nella narrazione della moda elementi come dati, ricerca, analisi chimiche e tracciabilità. Ma significa anche affrontare una questione economica: quanto costerà questa trasformazione alle imprese e chi sarà in grado di sostenerla? È una delle domande che rendono significativo il ruolo di Mangani nel Tavolo Nazionale della Moda presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il passaggio dalle buone pratiche alla politica industriale è infatti inevitabile. Se la transizione sostenibile deve coinvolgere l’intera filiera, non può riguardare soltanto le aziende più grandi e strutturate. Servono strumenti, competenze e occasioni di collaborazione anche per i distretti produttivi e per le piccole imprese che costituiscono una parte essenziale del sistema italiano. La carriera di Mangani si è sviluppata proprio all’incrocio tra questi mondi. La sua esperienza internazionale comprende il ruolo di Head Delegate dell’International Alliance of Women presso le Nazioni Unite a Roma, mentre nel settore industriale ha ricoperto, tra gli altri, un incarico nel consiglio di amministrazione di Corneliani. A questo si aggiunge l’attività accademica al Politecnico di Milano e alla Sapienza Università di Roma e una produzione editoriale che comprende “Vestire il Futuro”, dedicato ai temi dell’ecologia e della qualità della vita. Non è un dettaglio biografico secondario. L’esperienza maturata in ambienti diversi spiega in parte la scelta di affrontare la moda come un sistema e non come un singolo comparto creativo. Oggi la filiera tessile è infatti attraversata da problemi che non possono essere risolti da un solo attore. Le imprese hanno bisogno della ricerca; la ricerca ha bisogno di applicazioni industriali; le istituzioni devono costruire regole praticabili; i consumatori chiedono informazioni più affidabili. Se uno di questi elementi rimane fuori dal processo, la transizione rischia di procedere a velocità diverse. Il punto, allora, non è stabilire se la moda italiana debba diventare sostenibile. Quella fase appartiene ormai al passato. La domanda è come riuscirà a farlo senza perdere competitività. Per il Made in Italy la sostenibilità potrebbe diventare una nuova forma di valore aggiunto, ma soltanto se sarà sostenuta da prove, competenze e innovazione. La reputazione costruita in decenni non è più sufficiente da sola. Dovrà essere accompagnata dalla capacità di raccontare e dimostrare ciò che avviene lungo la filiera. È probabilmente questo il tratto più interessante del lavoro di Valeria Mangani: aver portato la sostenibilità in luoghi nei quali fino a poco tempo fa non era considerata una priorità, dalla ricerca sui materiali alla politica industriale, dalla formazione al confronto internazionale. La sua attività mostra anche quanto sia cambiato il significato stesso della parola “moda”. Oggi un capo non è più soltanto design, manifattura e brand. È anche materia prima, tecnologia, energia, dati, chimica, logistica e fine vita. Tutto questo rende la transizione più complessa, ma offre anche al sistema italiano una possibilità. La moda italiana possiede già una rete produttiva, competenze artigianali e una cultura del prodotto che molti mercati internazionali cercano. La sfida consiste nel mettere questo patrimonio al servizio di un modello industriale nuovo. Non sarà sufficiente aggiungere la sostenibilità al racconto del Made in Italy. Bisognerà farla entrare nella sua struttura. Ed è proprio in questo passaggio, tra ciò che la moda italiana è stata e ciò che dovrà diventare, che si colloca il lavoro di Valeria Mangani.
