
Ah, ma davvero crediamo alla favoletta che Lavitola, in un impeto di fratellanza e generosità, abbia deciso di commissionare una bomba sull’auto dell’amico Ranucci senza che quest’ultimo ne fosse minimamente al corrente?
Ma certo, perché quale modo migliore di dimostrare amicizia se non piazzare un ordigno esplosivo sotto il veicolo del proprio amico, e per giunta tenendolo all’oscuro?
È il massimo gesto di affetto, quasi una dichiarazione d’amore in codice esplosivo, un abbraccio micidiale, un brindisi a base di polvere da sparo.

Se questa non è la quintessenza del nuovo “codice dell’amicizia” nella scena politica e mediatica italiana, allora cosa lo è? Immaginatevi la scena: Lavitola, con la mano sul cuore e l’altra che tiene il timer dell’ordigno, mentre pensa “Ranucci, amico mio, ti voglio bene più di quanto tu possa immaginare… ecco una bomba sotto la tua auto, perché l’amicizia vera passa attraverso il rischio e il brivido della morte improvvisa.”
Un gesto così fresco e originale che rischia di diventare il nuovo must-have tra gli amici politici: “Ti tengo nascosto un esplosivo sotto casa, così sai che ti voglio davvero bene.”
Da oggi, l’invito a cena con sorpresa non è più solo un cliché, ma un corso accelerato di sopravvivenza.
E mentre ci gustiamo questo spettacolo di affettuosa violenza, volgiamo lo sguardo ai nostri intoccabili paladini dell’informazione: Floris, Formigli, Travaglio, Repubblica, FanPage, Report e Il Fatto Quotidiano.
Quei nomi che sono come i supereroi dell’etica giornalistica – salvo quando si tratta di certe verità scomode o complotti intricatissimi.
In quei casi, beh, tirano fuori la versione moderna delle “tre scimmiette”: “non vedo, non sento, non parlo.”
Una meravigliosa sinfonia di silenzi e omissioni che farebbe impallidire le migliori produzioni teatrali di bassa lega, quelle dove il dramma si risolve nel niente e il pubblico esce confuso ma soddisfatto di aver visto una “performance”.
È quasi commovente la loro dedizione a non disturbare il manovratore, a non sporcare le mani con realtà troppo scomode, a preferire il lusso dell’indifferenza.
Perché scavare nella melma quando si può fare un salto acrobatico e cadere comodamente nell’oblio dell’omertà?
Il giornalismo investigativo, insomma, prende una meritata pausa caffè, lasciando spazio alla narrativa conveniente – quella che fa comodo a certi potentati, a certe complicità sotterranee, a quei giochi di potere che si consumano dietro le quinte di un teatro ormai talmente grottesco da sembrare un cabaret mal scritto.
Dall’altra parte, dunque, abbiamo Lavitola, l’amicone-esplosivo, che ci regala uno spettacolo umano degno di un film di Quentin Tarantino girato con il budget di un cineforum locale.
Dall’altra, i nostri media italiani – quelli che, invece di scavare in profondità e fare il loro dovere, si concedono il lusso di fingersi ciechi e sordi, lasciando che il circo tragicomico si monti e smonti sulle nostre teste senza un minimo di decenza o responsabilità.
Questa combinazione di saggezza e fraternità, di violenza amichevole e silenzio complice, è ciò che rende il panorama politico-mediatico italiano un circo tragicomico dove realtà e finzione si intrecciano al punto da confondersi.
Dove l’amicizia non è più fatta di parole, strette di mano o pizze condivise, ma di ordigni piazzati a tradimento e mezze verità raccontate a metà.
Benvenuti nella nuova era dell’informazione democratica, dove la bomba sotto l’auto dell’amico non è un dettaglio da poco, ma un simbolo di una società che ha smarrito ogni senso di misura, ironia e – soprattutto – dignità.
Se solo qualcuno avesse voglia di raccontarla davvero, senza veli, senza omertà, senza quel fastidioso silenzio che pudicamente copre gli scandali come una coperta strappata.
Ma forse – qui sta tutto il paradosso – è più comodo credere alle favole che ci raccontano, a quelle menzogne confezionate con la cura di chi sa che il pubblico ha una memoria corta e uno spirito critico ancora più corto.
E allora avanti, godiamoci lo show: Lavitola, l’amico-esplosivo, e la stampa bendata.
Che lo spettacolo continui, tra applausi di circostanza e sipari calati con tempismo perfetto.
Perché questa, cari amici, è la nostra bellissima Italia postmoderna, dove tra una bomba e un silenzio significante, si costruisce il futuro della democrazia.
O almeno, così dicono loro.
