Quando la deterrenza smette di proteggere la pace

«Si vis pacem, para bellum»: se vuoi la pace, prepara la guerra. Poche formule hanno avuto una fortuna tanto duratura nella storia del pensiero politico e militare.

La frase, attribuita generalmente a Vegezio, è diventata nel tempo una sorta di principio universale: gli Stati, per non essere aggrediti, devono disporre di forze armate credibili; chi appare debole invita l’avversario all’attacco; la sicurezza, dunque, si costruisce attraverso la capacità di minacciare una risposta devastante.

È il nucleo concettuale della deterrenza.

Un Paese non deve necessariamente vincere una guerra: deve convincere il potenziale nemico che il costo dell’aggressione sarebbe troppo alto rispetto ai vantaggi attesi.

La pace, in questa prospettiva, non nasce dalla fiducia reciproca, dalla cooperazione o dal diritto internazionale, ma dalla paura.

È una pace armata, instabile e spesso ipocrita, ma pur sempre una forma di equilibrio.

Il problema è che questo principio viene oggi ripetuto come una verità eterna e indiscutibile, anche quando le condizioni che lo rendono plausibile non esistono più.

Gli strateghi della domenica lo utilizzano per giustificare il riarmo dell’Europa, l’invio crescente di armi all’Ucraina e l’idea che l’aumento della pressione militare costringerà prima o poi la Russia a sedersi al tavolo dei negoziati.

Più armi, più sicurezza; più minacce, più possibilità di pace.

Una formula apparentemente semplice, che tuttavia rischia di confondere la deterrenza con l’escalation e la fermezza con l’incapacità di immaginare una soluzione politica.

## La deterrenza appartiene alla pace

Il primo punto da chiarire è concettuale.

La deterrenza, per funzionare, presuppone che una guerra non sia ancora cominciata.

Il suo obiettivo è impedire l’azione dell’avversario, non costringerlo a interrompere un conflitto già in corso.

Essa opera attraverso un calcolo preventivo: il potenziale aggressore valuta i costi di un attacco, li confronta con i benefici attesi e, se ritiene il prezzo troppo alto, rinuncia.

In questo senso, la deterrenza è una strategia di prevenzione.

È legata a una situazione nella quale esistono ancora margini di scelta, canali diplomatici, possibilità di interpretare i segnali dell’avversario senza che ogni mossa venga immediatamente tradotta in un’azione militare.

Il suo funzionamento richiede inoltre razionalità, comunicazioni affidabili e una certa stabilità degli obiettivi.

L’avversario deve sapere che cosa si intende difendere e quale risposta seguirà a una determinata azione.

Quando però la guerra è già scoppiata, il quadro cambia radicalmente.

L’equilibrio precedente si è spezzato.

Una parte ha già deciso di correre il rischio del conflitto, oppure ha valutato in modo diverso i costi e i benefici dell’aggressione.

La deterrenza non ha funzionato, almeno in quella forma e in quel momento.

Pretendere di ricostruirla semplicemente aumentando le armi significa ignorare la realtà politica e psicologica della guerra. In guerra, infatti, ogni nuova capacità militare non viene percepita soltanto come uno strumento difensivo.

Viene interpretata anche come una minaccia futura, come il tentativo di modificare i rapporti di forza, come la preparazione di un’offensiva.

L’arma inviata per rafforzare la posizione negoziale di una parte può essere letta dall’altra come la prova che il negoziato non è l’obiettivo reale.

Da qui nasce una spirale nella quale ciascun attore dichiara di armarsi per difendersi, mentre l’altro interpreta quel riarmo come una conferma delle proprie paure.

Il risultato è una dinamica autoreferenziale: io mi rafforzo perché temo le tue intenzioni; tu ti rafforzi perché temi le mie; ciascuno presenta la propria condotta come necessaria e quella dell’avversario come aggressiva.

In un simile contesto, la deterrenza non ricostituisce automaticamente l’equilibrio.

Può invece trasformarsi in un meccanismo di escalation.

## L’illusione del riarmo come strumento negoziale

Una delle argomentazioni più frequentemente utilizzate a sostegno dell’invio di armi è che soltanto una posizione militare forte consentirebbe all’Ucraina di negoziare da una posizione di forza.

Secondo questa impostazione, il sostegno bellico non sarebbe in contraddizione con la ricerca della pace, ma rappresenterebbe la condizione necessaria per ottenerla.

La Russia, trovandosi di fronte a una resistenza sempre più efficace e a un avversario sempre meglio armato, sarebbe infine costretta ad abbandonare le proprie ambizioni e ad accettare un accordo.

Questa tesi contiene una parte di verità, ma viene spesso presentata in modo assoluto e semplificatorio.

È evidente che i rapporti di forza incidono sulle trattative.

È altrettanto evidente che uno Stato aggredito ha il diritto di difendersi e che una pace imposta unilateralmente dall’aggressore non può essere considerata una soluzione equa.

Tuttavia, da queste premesse non deriva automaticamente che ogni aumento delle armi produca più negoziato o che il massimo sostegno militare conduca alla pace più rapidamente.

La storia delle guerre dimostra spesso il contrario.

Gli attori non si siedono al tavolo soltanto quando uno di essi è diventato militarmente impotente.

Talvolta negoziano quando comprendono che la vittoria totale è irraggiungibile, che i costi del conflitto stanno superando i benefici, o che il proseguimento della guerra rischia di produrre conseguenze peggiori rispetto a un compromesso.

Ma perché questa consapevolezza maturi, devono esistere canali politici e diplomatici attraverso i quali trasformare il riconoscimento dell’impasse in un accordo.

Il riarmo può contribuire a rendere più costoso l’attacco; non produce, da solo, la volontà di negoziare.

Anzi, se ciascuna parte continua a credere di poter migliorare la propria posizione sul campo, l’incentivo al compromesso diminuisce.

La guerra diventa una scommessa sul futuro: ancora qualche mese, ancora un’offensiva, ancora nuovi sistemi d’arma, ancora un tentativo di spostare la linea del fronte.

Il tavolo negoziale viene continuamente rinviato perché ogni attore spera che il prossimo pacchetto di aiuti, la prossima mobilitazione o la prossima crisi interna dell’avversario modifichi l’equilibrio in suo favore.

In questo modo, la formula «armi per arrivare alla pace» rischia di diventare un alibi per non discutere di pace.

Non perché il dialogo debba essere avviato a qualunque condizione, né perché la vittima debba essere costretta a cedere, ma perché la dimensione militare non può sostituire quella politica.

Se l’obiettivo dichiarato è una soluzione negoziata, la diplomazia non dovrebbe essere trattata come una ricompensa da concedere soltanto dopo l’esaurimento di tutte le opzioni belliche.

## Una corsa agli armamenti senza traguardo

Il riarmo viene spesso descritto come una risposta temporanea a una minaccia eccezionale.

Ma le dinamiche create dalla competizione militare tendono a diventare strutturali.

Ogni nuovo sistema d’arma genera una contromisura; ogni aumento della spesa militare viene presentato come insufficiente; ogni vantaggio tecnologico è destinato a essere superato.

La sicurezza diventa così una condizione irraggiungibile, perché dipende dal mantenimento di una superiorità sempre relativa e sempre minacciata.

In Europa, l’invasione russa dell’Ucraina ha certamente modificato la percezione della sicurezza.

Per decenni molti governi hanno ridotto le spese militari, confidando nella protezione statunitense e nella convinzione che una guerra convenzionale su larga scala nel continente fosse ormai improbabile.

L’aggressione russa ha dimostrato che questa fiducia era fragile.

È legittimo, quindi, interrogarsi sulla difesa europea, sulla protezione delle frontiere e sulla necessità di rendere credibili gli impegni di sicurezza.

Ma riconoscere l’esistenza di una minaccia non significa accettare qualsiasi politica di riarmo.

Il problema non è stabilire se l’Europa debba possedere capacità difensive adeguate: ogni Stato ha il diritto di proteggere la propria popolazione.

Il problema è definire il limite, gli obiettivi e le conseguenze di questo riarmo.

Se la spesa militare cresce senza una strategia politica chiara, essa rischia di diventare una risposta automatica, alimentata dall’industria degli armamenti, dalla competizione elettorale e dalla paura.

Un arsenale più grande non equivale così a una maggiore deterrenza.

Di Admin

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