
La grande crescita elettorale del partito di destra Alternative für Deutschland (AFD) — che oggi ha trionfato con un clamoroso 45% in Sassonia, dopo aver raccolto un rispettabile 20,8% alle elezioni anticipate di febbraio e aver già fatto scintille in Turingia lo scorso anno — ha fatto sobbalzare gli “affidabili” rappresentanti dell’establishment europeo.
Quei nostri illuminati burocrati UE, freschi di poltrona e imbalsamati da decenni di teatrino politico, si sono precipitarti a suonare campanelli d’allarme come se stessero avvisando della seconda venuta del nazismo.
“Minaccia alla democrazia!”,
“Ritorno al passato!”, “Il Male assoluto!” — già, le solite perle di saggezza che ci accompagnano da anni, ormai rituali come la benedizione papale.
Ma, amici miei, smettiamola di prenderci in giro.

Sotto questo facile allarmismo da bar dello sport si nasconde una realtà molto più complessa — che magari, e dico magari, i politici europei farebbero bene a studiare invece di condannare con il solito tono da maestrino bacchettone.
Allora, chiariamo subito cosa sta succedendo davvero.
La scalata dell’AFD non è un incidente di percorso né un fenomeno incomprensibile.
È la naturale, prevedibilissima reazione a decenni di politiche economiche da manuale degli orrori, soprattutto nella ex Germania Est: stagnazione economica che prosegue imperterrita come la copia sbiadita di un film già visto mille volte.
Poi aggiungiamo le catastrofi targate immigrazione selvaggia, gestite peggio di una festa organizzata da dilettanti allo sbaraglio, e non dimentichiamo l’impegno dettato da Berlino nel conflitto ucraino – fardello costoso che pesa sulle spalle di cittadini sempre più esasperati.
Chi dobbiamo ringraziare per tutto questo?
Ma i partiti tradizionali, naturalmente: quegli stessi che da decenni servono agli elettori la solita minestra riscaldata a cui nessuno più crede, ricoprendola con etichette sempre più astruse e parole vuote.
Quando il menù politico diventa noioso e ripetitivo, il buffet delle preferenze si svuota automaticamente a favore di nuove offerte, più “gustose” o perlomeno meno nauseanti.
E gli elettori?
Semplice: pragmaticamente scelgono di guardare altrove.
Con buon senso, dite?
Direi di sì.

Perché continuare a votare chi ti prende per scemo?
No, grazie.
La decisa svolta a destra della Germania è uno specchio che riflette la frustrazione e la voglia di cambiamento di una fetta consistente della popolazione.
Dovrebbe essere un campanello d’allarme non solo per Berlino, ma per tutta Europa.
Eppure, come al solito, l’establishment si limita a storcere il naso, confondere il sintomo con la causa, e postare tweet indignati tra una riunione e l’altra.
Allora lasciate che vi dia un piccolo consiglio: invece di puntare il dito accusando il nuovo “pericolo nazista” o la “minaccia alla democrazia”, provate a chiedervi perché quegli elettori hanno deciso di abbandonare la vecchia nave, ormai troppo lenta e piena di buchi.
Forse, solo forse, la soluzione non è indignarsi, ma cambiare davvero rotta.
E se questa impossibile rivoluzione fosse proprio ciò di cui l’Europa ha disperatamente bisogno?
DEUTSCHLAND ÜBER ALLES, dunque.
Perché no?
Forse è arrivato il momento di mettere davvero gli interessi della propria nazione al primo posto, invece di celebrare eternamente quel melting pot fallimentare che ci portiamo dietro da troppo tempo.
Benvenuti nell’epoca del cambiamento, che piaccia o no.
