Mitologia

Ares era il dio della guerra.

Non della guerra nobile, però.

Non della guerra pensata, ordinata, necessaria.

Non della guerra combattuta per difendere una città, salvare un popolo o ristabilire un equilibrio. Ares era la guerra nel suo volto più antico e spaventoso: il clamore prima dello scontro, il sangue, la polvere, il ferro, l’urlo che nasce prima ancora che il nemico sia stato visto.

Era la furia che prende il corpo e lo trascina avanti.

Era il desiderio di colpire prima di capire.

Era la battaglia quando smette di essere uno strumento e diventa una febbre.

Eppure, nel mito greco, il dio della guerra è sorprendentemente spesso sconfitto.

Non semplicemente ostacolato. Non raramente ingannato. Sconfitto.

Ares viene ferito da un mortale, Diomede, durante la guerra di Troia.

Viene abbattuto da Atena con una pietra.

Viene catturato da due giganti e rinchiuso per tredici mesi in un vaso di bronzo.

Fugge insieme agli altri dèi davanti a Tifone, il mostro gigantesco che assale l’Olimpo.

E quando cerca consolazione presso suo padre Zeus, riceve non compassione, ma disprezzo.

Il dio che dovrebbe incarnare la potenza assoluta della guerra si comporta spesso come un guerriero impulsivo che entra nello scontro senza sapere come uscirne.



Ares non perde per sfortuna.

Perde per come è fatto.

## Il dio che entra nella battaglia senza pensare

Nella mitologia greca gli dèi non sono immagini perfette di virtù astratte. Sono potenze vive, contraddittorie, capaci di grandezza e di vergogna. Ognuno di loro rappresenta una forza del mondo, ma anche il pericolo nascosto dentro quella forza.

Ares rappresenta la guerra nella sua dimensione più immediata e incontrollabile.

È il desiderio di combattere, la violenza del confronto, l’ebbrezza del pericolo. Non combatte perché abbia calcolato il momento giusto. Combatte perché non riesce a fare altro. Non osserva il campo di battaglia: vi si getta dentro. Non distingue sempre tra coraggio e furia, tra audacia e imprudenza.

Per Ares, essere forte significa colpire.

La guerra, invece, richiede molto più della forza. Richiede attesa, disciplina, obbedienza, calcolo, capacità di sacrificare un vantaggio immediato per ottenere una vittoria futura. Richiede di sapere quando avanzare e quando ritirarsi. Spesso richiede perfino di non combattere.

Ares non conosce bene nessuna di queste cose.

Il suo potere è enorme, ma è un potere che si consuma rapidamente. È la fiamma che divampa e brucia il combustibile in un istante. È il guerriero che può travolgere il primo avversario, ma che, accecato dalla foga, non vede arrivare il secondo.

Per questo il mito lo mette continuamente davanti a figure capaci di controllare ciò che lui non sa controllare: la paura, la pazienza, il tempo e soprattutto l’intelligenza.

## Diomede e la ferita impossibile

Uno degli episodi più umilianti per Ares si trova nell’*Iliade*.

Durante la guerra di Troia, il guerriero greco Diomede affronta un avversario straordinario. Non è un uomo qualunque: è Ares stesso, sceso sul campo per sostenere i Troiani.

Diomede non potrebbe ferire un dio con le sole proprie forze. La sua lancia, tuttavia, è guidata da Atena, dea della sapienza e della strategia militare. È lei a indicargli il punto in cui colpire e a rendere possibile ciò che sembrerebbe impensabile.

Ares viene ferito.

La lancia penetra nel suo corpo divino e il dio emette un urlo terribile, paragonato al grido di diecimila guerrieri che si levasse insieme dal campo di battaglia. Il suo ruggito scuote l’esercito e terrorizza uomini e immortali.

Ma dopo aver urlato, Ares fugge.

Non resta a combattere. Non cerca la rivincita. Non affronta Diomede. Sale sull’Olimpo e corre a lamentarsi dal padre.

La scena ha qualcosa di comico, soprattutto perché Ares è il dio che dovrebbe rappresentare il coraggio del combattimento. Ma proprio per questo è anche una scena amara. Il poema mostra una verità che i Greci conoscevano bene: la violenza ama proclamarsi invincibile finché non incontra una forza capace di ferirla.

Ares è terribile finché può spaventare.

Quando viene colpito, però, scopre di essere vulnerabile come chiunque altro.

Dall’Olimpo Zeus lo ascolta, ma non lo consola. Al contrario, lo rimprovera con parole durissime. Gli dice che è il più odioso tra gli dèi, che ama soltanto risse, guerre e battaglie, che non ha altro piacere se non la distruzione. Se non fosse suo figlio, aggiunge Zeus, lo avrebbe già scaraventato nell’oscurità del Tartaro insieme ai Titani.

Non è una semplice sgridata paterna.

È una condanna morale.

Zeus non rimprovera Ares perché ha perso. Lo disprezza perché rappresenta una forma di guerra priva di misura, incapace di obbedire a qualsiasi ordine superiore.

## Atena, la guerra che pensa

Ares ha una sorella, Atena.

Entrambi sono legati alla guerra, ma in modi opposti.

Ares è la guerra come impeto. Atena è la guerra come intelligenza.

Ares è lo scontro corpo a corpo, la forza che esplode, il piacere del caos. Atena è la strategia, la formazione, la disciplina, la difesa della città. Ares ama la battaglia per se stessa; Atena la considera uno strumento da usare quando serve.

La differenza tra i due non è soltanto caratteriale. È una vera contrapposizione religiosa e politica.

Nel mondo greco, la guerra non era vista soltanto come un combattimento tra uomini. Era anche un problema di organizzazione collettiva. Una città poteva essere coraggiosa e tuttavia soccombere se non sapeva ordinare le proprie forze. Poteva avere guerrieri fortissimi e perdere per una decisione sbagliata. Poteva vincere una battaglia e perdere la guerra.

Atena rappresenta la capacità di trasformare la violenza in ordine.

Ares, invece, ne rappresenta la dissoluzione.

Per questo, nei racconti in cui i due si affrontano, è quasi sempre Atena ad avere la meglio. In un episodio dell’*Iliade*, quando Ares combatte accanto ai Troiani, Atena interviene per aiutare Diomede.

Il dio è pronto a scagliarsi contro l’eroe, ma Atena lo guida, rende possibile il colpo e protegge il guerriero.

Il risultato è umiliante: un mortale ferisce il dio della guerra, ma dietro quel mortale c’è una dea che conosce la guerra meglio di lui.

In un altro mito, Ares affronta Atena e viene atterrato da lei con una grande pietra.

La dea lo colpisce e, secondo la tradizione, lo deride mentre giace a terra.

È un’immagine quasi paradossale: il dio che dovrebbe incarnare il terrore della battaglia finisce sconfitto e deriso proprio dalla divinità che possiede la forma più lucida e disciplinata della guerra.

Ares ha il corpo, Atena ha la mente.

E nel mito greco, quasi sempre, la mente prevale sul corpo.

## Il vaso di bronzo

Ares non viene sconfitto soltanto dagli dèi o dagli eroi.

In una storia raccontata da Apollodoro, il dio viene catturato da due giganti, Oto ed Efialte, conosciuti come gli Aloadi.

I due fratelli sono creature gigantesche e ambiziose.

Crescono con una forza straordinaria e arrivano perfino a minacciare l’ordine degli dèi.

A un certo punto riescono a catturare Ares e lo rinchiudono in un vaso di bronzo.

Il dio della guerra, colui che dovrebbe essere il più libero e terribile degli abitanti dell’Olimpo, rimane prigioniero.

Non per un giorno.

Non per una notte.

Per tredici mesi.

Per oltre un anno Ares resta chiuso dentro il vaso, incapace di liberarsi.

La guerra è immobilizzata.

La violenza è sigillata.

Il dio che vive di movimento e di scontro non può fare altro che aspettare.

La storia mostra ancora una volta il limite di Ares.

Egli è potentissimo quando può agire, ma non sa cosa fare quando l’azione gli sfugge di mano, o egli ne è il bersaglio

Di Admin

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