
Accusare Giorgia Meloni di non conoscere il coraggio e la dignità è davvero il colmo
. Non perché la politica debba trasformarsi in una gara a chi possiede la virtù più splendente, né perché chi governa debba essere considerato immune da critiche.
Al contrario: chi ricopre un incarico pubblico deve essere giudicato, contestato e persino smentito.
Ma c’è una differenza, piuttosto evidente, tra una critica fondata e una predica pronunciata dal pulpito sbagliato.
E qui il pulpito, più che autorevole, sembra uscito da una commedia dell’assurdo.
A impartire lezioni di coraggio e dignità è infatti lo stesso leader che, in passato, aveva promesso solennemente di lasciare la politica dopo il referendum.
Una promessa chiara, senza sottotitoli, clausole nascoste o asterischi in fondo alla pagina.
Il popolo avrebbe votato, lui avrebbe preso atto del risultato e avrebbe abbandonato la scena politica.
Una parola data, insomma.
O almeno così sembrava.
Poi, come spesso accade quando la realtà si mette di traverso, quella promessa è stata calpestata con notevole disinvoltura.
Non semplicemente accantonata, non momentaneamente sospesa, ma archiviata con la stessa leggerezza con cui si cambia opinione durante un talk show.
E allora la domanda sorge spontanea: questa sarebbe dignità?
Perché la dignità, a quanto pare, è una virtù elastica.
Vale quando la si invoca contro gli avversari, ma diventa improvvisamente flessibile quando riguarda il proprio percorso politico.
È una parola solenne, da pronunciare con voce grave e sguardo pensoso, soprattutto davanti alle telecamere.
Ma quando arriva il momento di applicarla alla propria condotta, può essere riposta comodamente in un cassetto, magari accanto alle promesse elettorali non più necessarie.
Il problema non è cambiare idea. In politica, come nella vita, cambiare idea può essere segno di intelligenza, maturazione o semplice presa d’atto dei fatti.
Il problema è pretendere di essere giudicati per la coerenza quando si è costruita una carriera sulle giravolte
. Il problema è chiedere agli altri una rettitudine assoluta mentre si considera la propria parola una bozza rivedibile.
Ma la parte più gustosa arriva quando si passa dalla promessa di lasciare la politica alla disponibilità ad allearsi con i Cinque Stelle.
Gli stessi Cinque Stelle che per anni sono stati descritti come il male assoluto, la rovina della democrazia, una banda di incompetenti, populisti, irresponsabili e magari, nei momenti di massima ispirazione retorica, perfino pericolosi per le sorti della Repubblica.
Insulti, accuse, attacchi quotidiani.
Distanze siderali.
Incompatibilità antropologiche.
Ogni confronto sembrava una lotta tra il bene e il male, con l’avversario collocato stabilmente dalla parte del male.
Poi, improvvisamente, le porte si sono aperte.
Le differenze si sono ridotte.
Le incompatibilità hanno iniziato a sembrare dettagli.
Le dichiarazioni del passato, evidentemente, erano soltanto esercizi stilistici.
E questa sarebbe coerenza?
Un tempo i Cinque Stelle erano impresentabili.
Oggi diventano interlocutori.
Ieri erano l’incarnazione del populismo; oggi, evidentemente, possono rappresentare una componente utile di una possibile alleanza.
Prima venivano accusati di incompetenza; adesso basterebbe forse un tavolo, qualche dichiarazione congiunta e una fotografia con sorrisi prudenti per trasformarli in partner affidabili.
È la magia della politica contemporanea: ciò che ieri era una minaccia per la nazione oggi può diventare un alleato strategico. Basta cambiare prospettiva, aggiornare la convenienza e magari scegliere con cura le parole.
Il nemico di ieri diventa il compagno di domani, mentre il vecchio insulto viene rapidamente consegnato alla memoria selettiva degli elettori.
Naturalmente ci verrà spiegato che la politica è fatta di responsabilità, che il Paese viene prima dei rancori personali, che i tempi cambiano e che bisogna saper dialogare.
Tutto vero. Il dialogo è importante.
Le alleanze possono evolvere.
Nessuno pretende che i partiti restino congelati nelle posizioni assunte dieci anni prima.
Ma allora sarebbe utile applicare lo stesso metro a tutti.
Se cambiare posizione è responsabile quando lo fa uno, non può diventare tradimento quando lo fa un altro.
Se allearsi con chi si è attaccato per anni è una scelta necessaria e lungimirante, non può essere considerato automaticamente un atto di incoerenza quando accade altrove.
Se la politica richiede elasticità, almeno si abbia l’onestà di non venderla come una prova di assoluta coerenza.
La coerenza a geometria variabile è una specialità nazionale.
Funziona così: le proprie svolte sono evoluzioni, quelle degli avversari sono tradimenti.
I propri compromessi sono senso dello Stato, quelli altrui sono poltronismo.
Le proprie contraddizioni sono frutto della complessità, quelle degli altri dimostrano inaffidabilità morale.
È una matematica curiosa, nella quale il risultato dipende sempre da chi sta facendo i conti.
Sul coraggio, invece, si potrebbe quasi stendere un velo pietoso.
Non perché manchi il coraggio personale nel lanciare accuse, organizzare conferenze stampa o presentarsi davanti alle telecamere. Da questo punto di vista, bisogna riconoscerlo: un certo coraggio esiste.
Anzi, ce ne vuole parecchio per fare la morale agli altri mentre si porta sulle spalle un curriculum politico pieno di promesse dimenticate, alleanze improbabili e posizioni riciclate.
Quella sì che è audacia.
Non il coraggio delle scelte difficili, ma quello della faccia tosta.
Il coraggio di guardare gli elettori negli occhi e sostenere, con tono professorale, che la dignità è una cosa seria, dopo aver trattato la propria parola come un contratto modificabile.
Il coraggio di ergersi a campione della coerenza mentre si studiano nuove combinazioni parlamentari con coloro che fino a ieri venivano descritti come irricevibili.
Con il 2%, poi, ci si può perfino sentire Churchill.
È una delle meraviglie della politica: la percentuale elettorale può essere microscopica, ma l’autopercezione resta monumentale. Bastano pochi punti, o magari meno, per assumere la postura dello statista che salva l’Europa, indica la rotta all’Occidente e dispensa lezioni di leadership a chiunque abbia la sfortuna di trovarsi nel raggio di una telecamera.
Il consenso può essere ridotto, ma la retorica resta smisurata.
Il partito può stare in una stanza, ma il leader parla come se avesse ricevuto un mandato storico da milioni di cittadini.
Il risultato elettorale suggerisce prudenza; la comunicazione, invece, pretende tribune, fanfare e libri di storia.
È il paradosso del piccolo partito con l’ego da grande potenza.
Non conta quanti voti si prendono: conta quanto alta è la voce con cui si commentano quelli degli altri.
Non importa essere decisivi nelle urne: basta dichiararsi decisivi nel racconto politico.
E così il 2% diventa una sorta di licenza poetica per indossare i panni del grande condottiero.
Peccato che, a osservarlo con un minimo di distanza, l’effetto sia meno epico di quanto si desideri.
Più che Churchill, sembra una caricatura del grande statista.
E, nei momenti di massima teatralità, viene quasi da pensare ad Alvaro Vitali quando interpretava Pierino: non per il gusto dell’insulto personale, ma per quella combinazione irresistibile di solennità fuori luogo, battuta pronta e ambizione di apparire molto più grandi della parte assegnata.
La differenza, naturalmente, è che Pierino faceva ridere consapevolmente.
Nella politica reale, invece, il rischio è che la scena venga recitata con assoluta serietà, mentre il pubblico si chiede se debba applaudire, preoccuparsi o semplicemente attendere la prossima giravolta.
Il punto, comunque, non è stabilire chi sia più simpatico, chi possieda il volto più telegenico o chi sappia pronunciare meglio la parola “dignità”.
Il punto è la credibilità.
La credibilità non si proclama: si costruisce nel tempo, attraverso le scelte e il rapporto tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Non basta accusare gli altri di incoerenza per diventare coerenti.
Non basta evocare il coraggio per dimostrare di averlo.
Non basta parlare di dignità per cancellare le proprie promesse tradite.
La politica, per quanto possa sembrare sorprendente, conserva una memoria.
Gli elettori ricordano tutto
