Mancano nove giorni alle elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore

i sondaggi stanno regalando a Friedrich Merz un settembre piuttosto rilassante.

AfD: 37%.
SPD: 34%.
CDU: 7%.

Sette per cento.

Non è soltanto un numero basso.

È un numero che racconta una possibile frattura storica.

Se venisse confermato alle urne, sarebbe infatti il peggior risultato della CDU in un’elezione regionale nella Germania del dopoguerra.

Un partito che per decenni ha rappresentato una delle colonne portanti della Repubblica federale rischierebbe di diventare una presenza marginale, quasi decorativa, nella sfida tra Alternative für Deutschland e Sozialdemokratische Partei Deutschlands.

La CDU, insomma, potrebbe non essere più il partito che contende il governo agli altri.

Potrebbe diventare quello che osserva gli altri contenderselo.

E qui sta il punto: non siamo davanti a un incidente locale, a una giornata storta o a un sondaggio particolarmente severo.

Il dato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore arriva dopo la batosta in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha ottenuto il 43,8% contro il 17,2% della CDU.

Due Länder dell’Est, due fotografie molto simili: l’AfD cresce, la SPD resiste e la CDU arretra fino a non essere più riconoscibile.

Naturalmente, un sondaggio non è un risultato elettorale.

Da qui al 20 settembre possono cambiare molte cose: la partecipazione, la campagna, gli errori dei candidati, un evento nazionale, una polemica dell’ultimo minuto.

Ma sarebbe comodo, e forse irresponsabile, usare questa cautela metodologica per evitare il problema politico.

Perché anche se il 7% diventasse il 9 o il 10%, la domanda resterebbe intatta: come ha fatto la CDU a ridursi a un ruolo secondario proprio nei territori in cui un tempo avrebbe dovuto essere una forza naturale di governo?

Dentro il partito qualcuno ha già smesso con le formule diplomatiche.

Il vicepresidente della CDU del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Tino Schomann, ha chiesto apertamente che Merz venga sostituito:

«Deve alzarsi da quella poltrona e deve salirci qualcun altro.ᄏ

Non è una critica di corridoio. Non è una lamentela affidata a una riunione interna.

È una richiesta pubblica di dimissioni rivolta al leader nazionale.

Quando un esponente di primo piano di un’organizzazione regionale parla in questi termini, significa che la paura sta diventando più forte della disciplina di partito.

Merz, naturalmente, risponde che mollare non è un’opzione.

È una risposta comprensibile.

Nessun leader politico vuole lasciare il proprio incarico mentre il partito è in difficoltà, soprattutto se ritiene di poter ancora raddrizzare la situazione.

E, dal punto di vista istituzionale, dimettersi davanti a ogni sondaggio negativo sarebbe una ricetta per l’instabilità permanente.

Ma c’è un’ironia piuttosto evidente: con il 7%, il problema potrebbe essere che presto l’opzione la scelgano gli altri.

La questione non riguarda soltanto il destino personale di Friedrich Merz.

Riguarda l’identità della CDU e la sua strategia nei confronti dell’AfD. Merz è arrivato alla guida del partito promettendo di riportarlo al centro della scena, di recuperare gli elettori perduti, di parlare con maggiore durezza su immigrazione, sicurezza, ordine pubblico e identità nazionale.

Una parte della sua leadership si è costruita proprio sull’idea che la CDU potesse fermare l’ascesa dell’AfD adottando alcuni dei suoi temi, ma mantenendosi dentro i confini della democrazia costituzionale e del rispettabile conservatorismo tedesco.

Il problema è che questa strategia non sembra funzionare.

L’AfD non viene indebolita perché la CDU le sottrae il linguaggio.

Al contrario, può finire per essere rafforzata. Quando un partito tradizionale insegue una forza radicale sul suo terreno, raramente riesce a convincere gli elettori di essere l’originale. Più spesso legittima il tema e lascia all’avversario il vantaggio dell’autenticità.

Se l’elettore vuole una posizione dura sull’immigrazione, sull’Europa o sulla sicurezza, perché dovrebbe scegliere una copia moderata quando può votare direttamente il partito che ha costruito la propria identità su quelle battaglie?

La CDU rischia così di perdere su entrambi i lati.

A destra non è abbastanza radicale per competere con l’AfD.

Al centro non è più sufficientemente rassicurante per rappresentare l’elettore moderato.

E nel frattempo la SPD, pur con tutte le sue debolezze, può presentarsi come l’argine più concreto all’estrema destra.

Questo è il paradosso della situazione: Merz voleva riportare la CDU al governo, ma potrebbe aver contribuito a trasformare le elezioni regionali in un referendum sull’AfD.

E quando la competizione viene raccontata come “AfD contro tutti”, il partito che dovrebbe incarnare l’alternativa di governo rischia di scomparire dal quadro.

Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore non è un territorio qualunque.

È un Land dell’ex Germania orientale, con una storia politica, economica e sociale diversa da quella dei Länder occidentali.

Qui il rapporto con i grandi partiti nazionali è più fragile, la sfiducia verso le istituzioni è più profonda e il voto di protesta ha avuto per anni un peso maggiore.

Ma proprio per questo sarebbe un errore liquidare tutto come una peculiarità dell’Est.

L’Est tedesco è spesso il laboratorio anticipato delle trasformazioni politiche nazionali.

Ciò che oggi appare come una dinamica regionale può domani diventare una tendenza generale.

La crisi della CDU non è soltanto una crisi di consenso in due Länder.

È una crisi del modello secondo cui bastava essere il principale partito di centrodestra per rappresentare automaticamente la parte conservatrice del Paese.

Quel modello non esiste più.

La CDU di Angela Merkel aveva costruito la propria forza su una combinazione molto precisa: stabilità, prudenza, pragmatismo, capacità di assorbire il centro politico e, in alcuni momenti, di spostarsi verso posizioni progressiste per neutralizzare la concorrenza.

Merz ha cercato di cambiare registro.

Ha voluto una CDU più combattiva, più ideologica, più disposta allo scontro.

Ma la questione non è semplicemente scegliere tra una CDU “merkeliana” e una CDU “merziana”.

Il vero problema è capire se esista ancora uno spazio politico sufficiente per una grande forza popolare conservatrice in un sistema sempre più polarizzato.

L’elettorato si sta frammentando.

I Verdi occupano una parte del campo progressista e urbano.

La SPD conserva una base sociale soprattutto nei territori industriali e tra i lavoratori, anche se con difficoltà.

L’AfD domina il voto di protesta e intercetta la rabbia verso immigrazione, governo federale, istituzioni europee e trasformazioni economiche.

I liberali cercano di sopravvivere.

La sinistra prova a ricostruirsi.

In questo quadro, la CDU non può più limitarsi a essere “il partito serio”.

Deve spiegare quale futuro propone e per chi.

Il 7% suggerisce che, almeno in questo momento, la risposta non convince nessuno.

C’è anche un altro elemento da considerare: la responsabilità di Merz non può essere separata da quella dell’intero gruppo dirigente.

Se la CDU è in difficoltà, non basta cambiare il presidente per risolvere automaticamente il problema.

La leadership di Merz è certamente esposta, perché il capo di un partito porta sulle proprie spalle i risultati e le scelte strategiche. Ma la crisi viene da più lontano.

È il prodotto di anni di esitazioni, di una classe dirigente incapace di rinnovarsi, di campagne spesso costruite più sulla paura di perdere che sulla capacità di offrire una direzione.

Sostituire Merz potrebbe dare un segnale, ma non sarebbe una soluzione.

Potrebbe persino aggravare il caos se il partito non avesse già pronto un progetto diverso.

La domanda non è soltanto “chi dopo Merz?”.

È “quale CDU dopo Merz?”.

Una CDU più vicina all’AfD? Sarebbe una strada rischiosa e probabilmente inefficace.

L’esperienza dimostra che inseguire l’estrema destra non ne arresta necessariamente la crescita.

Inoltre, spostarsi troppo verso posizioni nazional-conservatrici rischierebbe di rompere i rapporti con gli elettori urbani, europeisti e moderati, senza garantire il recupero di quelli già passati all’AfD.

Una CDU nuovamente centrista?

Potrebbe essere una scelta più coerente con la sua storia recente, ma il centro non è una formula magica.

Di Admin

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