Pensateci bene.

Prima di giudicare un Governo, prima di lasciarsi convincere dagli slogan e dalle dichiarazioni quotidiane, bisognerebbe fare una cosa semplice: guardare con imparzialità alle condizioni in cui quel Governo si è trovato a operare.

Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nell’autunno del 2022, in un’Italia già segnata da anni di difficoltà economiche, da un debito pubblico enorme e da scelte finanziarie che avrebbero continuato a pesare a lungo sui conti dello Stato.

Non è arrivata alla guida di un Paese in equilibrio, con risorse illimitate e problemi facilmente risolvibili.

Ha trovato una situazione complessa, aggravata da misure molto costose come il Superbonus e da una spesa pubblica cresciuta in modo significativo anche attraverso il Reddito di cittadinanza.

Il punto non è negare che quelle misure avessero, almeno nelle intenzioni, obiettivi sociali o economici.

Il punto è valutarne la sostenibilità, gli effetti reali e il conto lasciato alle generazioni successive.

Quando si spendono decine di miliardi, quando gli incentivi vengono progettati senza adeguati controlli o quando una politica assistenziale non riesce a trasformarsi in reale reinserimento nel lavoro, il problema non scompare: viene semplicemente trasferito nel futuro.

Ed è proprio quel futuro che il Governo Meloni si è trovato a gestire.

A questa eredità finanziaria si è aggiunta una fragilità energetica che l’Italia conosce da decenni.

Il nostro Paese non dispone di centrali nucleari attive, ha una produzione nazionale di gas e petrolio insufficiente rispetto al fabbisogno e dipende in larga misura dall’estero per garantire energia a famiglie e imprese. Questa dipendenza non è nata nel 2022, ma nel 2022 è diventata impossibile da ignorare.

Per anni l’Italia ha rinviato decisioni strategiche.

Ha parlato di transizione energetica senza costruire una politica industriale coerente.

Ha ridotto alcune fonti senza sostituirle in modo sufficiente, confidando nella stabilità dei mercati internazionali e nella continuità delle forniture.

Ma la stabilità, quando riguarda energia, materie prime e sicurezza nazionale, non può essere data per scontata.

Poi è arrivata la tempesta.

La guerra tra Russia e Ucraina ha sconvolto gli equilibri europei, ha messo in discussione le rotte commerciali e ha provocato uno shock senza precedenti sui prezzi dell’energia.

Le conseguenze sono state immediate: bollette più alte, costi di produzione aumentati, inflazione, difficoltà per le imprese e riduzione del potere d’acquisto delle famiglie.

A quella guerra si è aggiunta la crisi in Medio Oriente, con nuove tensioni geopolitiche e nuove incognite sui commerci internazionali.

Le minacce alla sicurezza delle rotte marittime, l’instabilità nelle aree strategiche e il rischio di interruzioni nei trasporti hanno reso ancora più vulnerabile un’economia come quella italiana, fortemente integrata nei mercati globali.

Ogni crisi ha prodotto effetti sulla successiva.

L’energia ha alimentato l’inflazione. L’inflazione ha ridotto i consumi.

I tassi d’interesse più alti hanno reso più costoso finanziare il debito pubblico e sostenere gli investimenti.

Le tensioni internazionali hanno indebolito la fiducia e rallentato la crescita.

Le famiglie hanno dovuto affrontare spese maggiori, mentre molte imprese hanno combattuto per mantenere aperte le proprie attività e salvaguardare i posti di lavoro.

È dentro questo contesto che Giorgia Meloni ha dovuto governare.

Non in una fase normale, ma nel pieno di una crisi internazionale complessa, imprevedibile e prolungata.

Non con un bilancio libero da vincoli, ma con un debito pubblico tra i più elevati d’Europa.

Non con un sistema energetico autonomo, ma con una dipendenza strutturale dalle forniture estere.

Non con un’economia isolata dalle turbolenze globali, ma con un Paese esposto alle conseguenze di ogni shock internazionale.

Eppure, nonostante tutto, l’Italia ha retto. Il deficit è diminuito.

Il saldo primario è tornato positivo. I conti pubblici hanno iniziato a mostrare segnali di maggiore controllo.

Il Paese ha continuato a finanziarsi sui mercati e ha mantenuto la propria credibilità internazionale, in una fase in cui molti Stati hanno dovuto affrontare problemi analoghi o persino più gravi.

Questo non significa che ogni scelta del Governo sia stata perfetta.

Nessun Governo può esserlo. Governare significa assumersi responsabilità, scegliere tra priorità diverse e affrontare compromessi inevitabili.

Significa anche riconoscere gli errori e correggere la rotta quando necessario.

Ma proprio per questo il giudizio dovrebbe essere serio, non ideologico.

Dovrebbe fondarsi sui dati, sui risultati e sul confronto con le condizioni di partenza.

Non basta elencare ciò che ancora non funziona: bisogna spiegare cosa sarebbe stato possibile fare, con quali risorse e con quali conseguenze.

L’opposizione, naturalmente, ha il diritto e il dovere di criticare.

In una democrazia, il Governo deve essere controllato e messo davanti alle proprie responsabilità.

Ma chi si propone come alternativa non può limitarsi a promettere più spesa, più diritti astratti o soluzioni semplici a problemi complessi.

Deve dimostrare di saper governare i vincoli reali.

Ed è qui che nasce la domanda fondamentale.

Come avrebbero affrontato una tempesta di questa portata Giuseppe Conte, Elly Schlein e quella stessa sinistra che oggi si presenta nuovamente come alternativa di Governo?

Come avrebbero gestito l’aumento del costo dell’energia?

Come avrebbero sostenuto famiglie e imprese senza aggravare ulteriormente il debito?

Come avrebbero difeso il potere d’acquisto senza alimentare altra inflazione?

Come avrebbero garantito la sicurezza energetica di un Paese privo di una produzione nazionale sufficiente?

Come avrebbero affrontato le pressioni dell’Unione Europea, dei mercati finanziari e degli investitori internazionali?

Sono domande legittime. E non basta rispondere con slogan.

Il Movimento Cinque Stelle ha avuto responsabilità di Governo in anni decisivi.

Il Reddito di cittadinanza è stato presentato come uno strumento per combattere la povertà e favorire l’occupazione, ma la sua attuazione ha mostrato limiti evidenti.

In molti casi non ha prodotto un efficace collegamento con il mercato del lavoro; in altri ha generato distorsioni e difficoltà nei controlli.

Il Superbonus, nato per rilanciare l’edilizia e migliorare l’efficienza energetica degli edifici, ha avuto costi enormi per lo Stato e ha creato un sistema di crediti difficile da gestire, con conseguenze che si sono protratte ben oltre la fine del provvedimento.

Chi ha approvato quelle misure non può oggi comportarsi come se il conto non esistesse.

Allo stesso modo, la sinistra che oggi critica ogni intervento del Governo dovrebbe spiegare con chiarezza quali sarebbero le proprie priorità.

Più tasse o meno tasse?

Più spesa o più rigore?

Più dipendenza dall’estero o una strategia energetica nazionale?

Più annunci sul futuro o investimenti concreti nel presente?

Dire che bisogna fare di più è facile. Dire come farlo, con quali risorse e senza danneggiare i conti pubblici è molto più difficile.

La politica italiana ha spesso premiato chi promette senza spiegare.

Ha abituato i cittadini all’idea che lo Stato possa risolvere ogni problema con un nuovo bonus, un nuovo sussidio o una nuova spesa.

Ma la realtà è diversa.

Lo Stato non dispone di risorse infinite. Ogni euro speso deve essere finanziato.

Ogni debito accumulato dovrà essere restituito.

Ogni promessa non mantenuta genera sfiducia. Governare, soprattutto in una fase di crisi, significa anche dire dei no. Significa resistere alla tentazione di distribuire risorse che non ci sono.

Significa proteggere chi è davvero fragile senza trasformare l’assistenza in dipendenza. Significa sostenere le imprese senza creare rendite.

Significa investire sulle infrastrutture, sulla formazione, sulla produttività e sulla sicurezza energetica invece di inseguire continuamente l’emergenza. È questo il valore della stabilità.

In una fase normale, la stabilità può apparire poco visibile.

In una fase turbolenta, invece, diventa una risorsa decisiva.

La stabilità consente di programmare, di negoziare, di rafforzare la credibilità internazionale e di affrontare le crisi senza cambiare direzione ogni settimana.

L’Italia ha bisogno di una politica capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale.

Ha bisogno di una visione industriale ed energetica.

Di Admin

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