Propaganda, diritti e contraddizioni della sinistra radicale

La parola “esproprio” conserva, in una parte dell’estrema sinistra europea, un fascino quasi rituale.

Evoca rivoluzioni, lotta di classe, redistribuzione forzata della ricchezza e rivincita degli ultimi contro i grandi proprietari.

È una parola che, più che descrivere una politica concreta, sembra spesso svolgere una funzione identitaria: serve a riconoscersi, a distinguersi, a ricordare che il conflitto sociale non è stato archiviato.

Il problema è che, quando lo slogan prende il posto dell’analisi, la propaganda finisce per prevalere sulla ricerca di soluzioni efficaci.

Il caso di Berlino è emblematico.

La nuova sindaca, Elif Eralp, esponente della Linke e della sua ala più radicale, ha annunciato l’intenzione di espropriare gli appartamenti detenuti dalle grandi società immobiliari.

L’obiettivo dichiarato è affrontare l’emergenza abitativa che da anni affligge la capitale tedesca: affitti elevati, disponibilità insufficiente di alloggi, gentrificazione e progressiva espulsione dei ceti meno abbienti dai quartieri centrali.

È un problema reale, grave e non più rinviabile.

Ma proprio per questo meriterebbe strumenti seri, non soltanto parole d’ordine capaci di entusiasmare il proprio elettorato.

L’esproprio può essere previsto dagli ordinamenti democratici in circostanze precise e per finalità di interesse pubblico, ma non è una formula magica.

Non basta sottrarre immobili ai grandi proprietari per garantire automaticamente case accessibili, manutenzione adeguata e gestione efficiente.

Occorre stabilire a quali condizioni avverrebbe l’operazione, quali indennizzi sarebbero riconosciuti, chi gestirebbe gli appartamenti, come verrebbero selezionati gli assegnatari e con quali risorse si provvederebbe alla manutenzione.

Il rischio, altrimenti, è di trasformare una questione complessa in una sceneggiatura ideologica.

Da una parte ci sono i “cattivi”, identificati nelle grandi agenzie immobiliari; dall’altra la politica che promette di restituire le case al popolo.

Una narrazione semplice, rassicurante e propagandisticamente efficace.

Ma la realtà delle città è molto meno lineare.

Le società immobiliari possono avere responsabilità importanti, soprattutto quando speculano sul valore degli edifici o accumulano abitazioni senza immetterle realmente sul mercato.

Tuttavia, la crisi abitativa dipende anche dalla scarsità di nuove costruzioni, dai vincoli urbanistici, dall’aumento dei costi edilizi, dalla crescita demografica, dalla trasformazione degli alloggi in strutture turistiche e dall’insufficienza dell’edilizia pubblica.

Colpire un solo soggetto, per quanto potente, non risolve necessariamente tutti questi problemi.

In alcuni casi può persino produrre effetti controproducenti.

Se il settore privato percepisce un rischio politico permanente, gli investimenti possono diminuire.

Se le regole cambiano in modo imprevedibile, i proprietari possono essere spinti a vendere, a sottrarre gli immobili al mercato degli affitti o a trasferire altrove le proprie risorse.

E se il Comune non dispone di una struttura amministrativa capace di gestire migliaia di appartamenti, l’esproprio rischia di consegnare alla collettività non una soluzione, ma un gigantesco problema gestionale.

Naturalmente questo non significa difendere ogni comportamento delle grandi società immobiliari.

Significa soltanto ricordare che una politica pubblica deve essere valutata in base ai risultati, non alla sua capacità di suscitare applausi nei comizi.

Una seria strategia per Berlino dovrebbe includere la costruzione di nuove abitazioni, il recupero degli edifici inutilizzati, incentivi per gli affitti a lungo termine, un rafforzamento dell’edilizia sociale, regole trasparenti per i canoni, misure contro la speculazione e procedure rapide per colpire gli abusi.

L’esproprio, se ritenuto necessario in casi specifici, dovrebbe essere l’ultima ratio, non il primo annuncio.

Il cancelliere Friedrich Merz ha già dichiarato che non consentirà alla sindaca di attuare una simile iniziativa.

Al di là delle valutazioni politiche, la vicenda mostra una tensione istituzionale evidente.

In uno Stato di diritto, anche una maggioranza locale deve rispettare la Costituzione, le leggi nazionali, i vincoli europei e i diritti patrimoniali dei cittadini.

L’autonomia amministrativa non equivale alla libertà di adottare qualunque misura, soprattutto quando questa comporta una compressione radicale della proprietà privata e un costo potenzialmente enorme per le finanze pubbliche.

La sinistra radicale tende spesso a presentare la proprietà come una colpa in sé.

Ma una democrazia liberale non può fondarsi sull’idea che ciò che appartiene a qualcuno sia automaticamente disponibile per chi governa.

La proprietà privata non è un diritto assoluto e può essere regolata nell’interesse generale; tuttavia, resta un diritto tutelato.

La sua limitazione deve essere motivata, proporzionata e accompagnata da garanzie.

Se viene trasformata in un bersaglio ideologico, il confine tra politica redistributiva e arbitrio diventa pericolosamente sottile.

La vicenda berlinese richiama anche un problema più ampio: l’uso delle parole come sostituti delle politiche.

“Esproprio” è un termine forte, evocativo, capace di mobilitare il consenso di una parte dell’elettorato.

Evoca immagini storiche e sentimenti di rivalsa.

Ma la sua forza simbolica può diventare un limite quando impedisce di discutere seriamente di costi, tempi e conseguenze.

È facile annunciare una rivoluzione immobiliare; è assai più difficile amministrare un patrimonio abitativo, assegnare gli alloggi secondo criteri equi e garantire che il servizio funzioni meglio di prima.

In Italia, l’estrema sinistra offre un’altra versione della medesima mentalità.

Qui il tema dell’esproprio viene talvolta accompagnato, o sostituito, da quello dell’occupazione abusiva.

La figura di Ilaria Salis è diventata il simbolo di una cultura politica che guarda con indulgenza all’occupazione di immobili altrui e considera la legalità un ostacolo subordinato alla propria idea di giustizia sociale.

Anche in questo caso, il punto non è negare l’esistenza del disagio abitativo.

Il punto è stabilire se la risposta possa consistere nella violazione dei diritti di chi possiede un immobile.

L’emergenza abitativa è una tragedia per chi non riesce a trovare una casa, ma non può essere risolta trasferendo arbitrariamente il costo dell’emergenza su singoli proprietari.

Tra questi non ci sono soltanto grandi fondi o società multinazionali.

Ci sono anche famiglie che possiedono un appartamento ereditato, piccoli risparmiatori, persone che contano sull’affitto per integrare una pensione o per sostenere i figli.

Generalizzare, come se ogni proprietario fosse un predatore e ogni occupante una vittima, significa sostituire la realtà con una caricatura ideologica.

L’occupazione abusiva non è una forma di politica sociale.

È una violazione della legge.

Può essere motivata da condizioni di estrema difficoltà, ma non per questo diventa legittima.

In una società civile, il disagio deve essere affrontato dalle istituzioni attraverso strumenti pubblici: contributi all’affitto, edilizia popolare, servizi sociali, mediazione, sostegno alle famiglie e interventi contro gli immobili abbandonati.

Delegare la soluzione agli attivisti, o tollerare che alcuni si approprino di beni altrui, significa abbandonare i più deboli al conflitto permanente.

Il paradosso è che chi si presenta come difensore dei diritti sociali finisce spesso per ignorare i diritti individuali.

L’inquilino in difficoltà merita tutela, ma anche il proprietario ha diritto a non vedersi sottrarre il proprio bene.

Il lavoratore precario deve essere protetto, ma anche il datore di lavoro deve poter far valere le proprie ragioni nel rispetto delle regole.

La democrazia non è la difesa automatica di una categoria contro un’altra: è il tentativo di comporre interessi diversi attraverso norme generali e procedure imparziali.

A questo proposito, le accuse mosse da alcuni ex assistenti parlamentari di Ilaria Salis, che avrebbero contestato il proprio allontanamento dal lavoro, aprono una questione politicamente imbarazzante.

Si tratta, naturalmente, di vicende che devono essere accertate nelle sedi competenti e sulle quali non è corretto formulare sentenze anticipate.

Tuttavia, se una rappresentante politica si presenta come paladina dei lavoratori, ogni contestazione relativa a licenziamenti o comportamenti antisindacali assume un rilievo particolare.

Di Admin

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