La bocciatura parlamentare delle due misure d’emergenza sulla casa rappresenta molto più di una semplice sconfitta politica per il governo di Pedro Sánchez.

È il segnale di una frattura profonda: da una parte un Paese in cui milioni di persone fanno sempre più fatica a pagare l’affitto, dall’altra un sistema parlamentare incapace di trovare una risposta comune anche davanti a un’emergenza evidente.

I numeri del voto sono inequivocabili.

Il primo decreto è stato respinto con 172 voti favorevoli e 178 contrari; il secondo con 166 sì e 184 no, su un totale di 350 deputati.

A determinare la caduta delle misure è stata soprattutto la scelta di Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra che spesso sostiene l’esecutivo, ma che questa volta ha mantenuto la minaccia annunciata poche ore prima: votare contro entrambi i provvedimenti.

Il governo può certamente accusare Junts, il Partito Popolare e Vox di aver bloccato interventi destinati a proteggere gli inquilini. Ma limitarsi a questa denuncia sarebbe politicamente comodo e analiticamente insufficiente. La crisi non nasce soltanto dall’opposizione parlamentare.

Nasce anche dalla fragilità di una maggioranza costruita su equilibri variabili, da una gestione negoziale spesso tardiva e dalla difficoltà del governo di trasformare un problema sociale urgente in una strategia politica condivisa.

Una bocciatura che va oltre il Parlamento

Il primo decreto conteneva misure pensate per sospendere gli sfratti delle persone vulnerabili, contrastare alcune forme di speculazione immobiliare e introdurre incentivi fiscali per favorire l’affitto. Il secondo puntava a rendere automaticamente rinnovabili i contratti di locazione residenziale e a imporre un risarcimento all’inquilino nel caso in cui il proprietario avesse deciso di interrompere il rapporto.

Al di là dei dettagli tecnici, il messaggio politico era chiaro: il governo voleva presentarsi come argine all’emergenza abitativa. Tuttavia, il fatto che i decreti siano stati sottoposti al voto in una situazione parlamentare così incerta indica che l’esecutivo non è riuscito a costruire preventivamente il consenso necessario. Una legge sulla casa, soprattutto in un Paese segnato dalla tensione tra governo centrale, autonomie territoriali e forze indipendentiste, non può essere affidata all’ultimo minuto a una trattativa d’emergenza.

Junts ha motivato la propria opposizione con ragioni politiche e territoriali. Ma il suo voto ha avuto un effetto più ampio: ha mostrato quanto sia instabile la coalizione parlamentare che sostiene Sánchez.

Il premier può restare formalmente al governo, ma ogni provvedimento importante è esposto al rischio di essere respinto da uno dei partiti che, di volta in volta, decidono il destino della maggioranza.

È questa la contraddizione centrale della legislatura. Sánchez dispone ancora della carica e di una maggioranza sufficiente per governare in alcune circostanze, ma non di una maggioranza politica realmente coesa.

Il risultato è una forma di governo permanente sotto ricatto parlamentare, nella quale ogni decisione deve essere negoziata con interlocutori che hanno priorità molto diverse: la difesa sociale per la sinistra, gli interessi territoriali per gli indipendentisti, il rigore economico e la tutela della proprietà per la destra.

Maricarmen e la politica della vergogna

Lo sfratto di Maricarmen, una donna di 87 anni, ha dato un volto umano a una crisi che da tempo veniva raccontata attraverso statistiche, grafici e prezzi al metro quadrato.

Le immagini dello sgombero trasmesse in televisione hanno provocato proteste e indignazione.

La società immobiliare, sottoposta alla pressione dell’opinione pubblica, ha poi ceduto. Ma il fatto che una soluzione sia arrivata solo dopo l’esposizione mediatica del caso è tutt’altro che rassicurante.

La vicenda ha messo in luce il paradosso di molti sistemi abitativi contemporanei: i diritti formali esistono, ma la protezione concreta dipende spesso dalla visibilità del caso, dalla capacità di mobilitazione dei vicini o dall’intervento dei media.

Chi non ha una telecamera davanti, un comitato di quartiere o una rete di sostegno rischia di affrontare lo sfratto in solitudine.

Le urla di “vergogna” dei manifestanti davanti al Parlamento sono quindi comprensibili.

Non erano soltanto una contestazione contro un governo sconfitto.

Erano la protesta contro una classe politica che discute di procedure mentre l’accesso alla casa diventa sempre più precario.

Erano il rifiuto dell’idea che la sofferenza possa essere affrontata solo quando diventa un caso televisivo.

Il problema è che l’indignazione, da sola, non produce una politica abitativa efficace. Può accelerare una decisione, costringere un proprietario a fare un passo indietro o spingere un governo a presentare un decreto. Ma senza un piano strutturale rischia di trasformarsi in una sequenza di emergenze, ciascuna affrontata quando esplode, nessuna risolta davvero.

Un mercato diventato insostenibile

I dati sul costo degli affitti spiegano meglio di qualsiasi discorso la rabbia sociale. Secondo Idealista, il prezzo medio è passato da 8,20 euro al metro quadrato nel 2016 a 15,10 euro quest’anno. In meno di dieci anni, il costo dell’abitazione in affitto è quasi raddoppiato.

Questo aumento non può essere interpretato soltanto come il risultato della domanda e dell’offerta.

In molte città spagnole, il mercato degli affitti è stato trasformato dalla crescita del turismo, dalla diffusione delle locazioni brevi, dalla concentrazione degli investimenti immobiliari e dall’insufficienza dell’edilizia pubblica. Madrid, Barcellona e altre aree urbane attraggono lavoratori, studenti, visitatori e capitali, ma non costruiscono abbastanza abitazioni accessibili per chi vi vive stabilmente.

Il mercato, lasciato a se stesso, tende a premiare chi possiede già un immobile e a penalizzare chi deve cercare una casa. È una dinamica che riguarda soprattutto giovani, famiglie con redditi medi, lavoratori precari e pensionati.

Non si tratta più soltanto di aiutare una minoranza in condizioni estreme.

La difficoltà di trovare un alloggio adeguato sta diventando un problema generalizzato, capace di compromettere la formazione di nuove famiglie, la mobilità professionale e la stessa permanenza dei residenti nelle grandi città.

In questo contesto, la casa non è una questione settoriale. È una questione economica, demografica e democratica. Chi non può permettersi un affitto non può pianificare il futuro. Chi vive sotto la minaccia costante dello sfratto non gode pienamente dei propri diritti. E chi è costretto ad abbandonare la città in cui lavora perché il prezzo degli alloggi è diventato proibitivo vede ridursi concretamente le proprie opportunità.

Il dilemma delle misure d’emergenza

Le proposte del governo Sánchez rispondevano a problemi reali, ma non erano prive di limiti.

Rendere più difficile lo sfratto delle persone vulnerabili può essere necessario, ma non risolve il problema se non esiste un sistema pubblico capace di offrire alloggi alternativi. Incentivare fiscalmente gli affitti può aiutare, ma se l’offerta resta insufficiente il beneficio rischia di finire nelle tasche dei proprietari, senza abbassare realmente i prezzi. Rendere automaticamente rinnovabili i contratti protegge l’inquilino, ma può anche indurre alcuni proprietari a ritirare gli immobili dal mercato ordinario o a preferire affitti brevi e temporanei.

Queste obiezioni non giustificano necessariamente il voto contrario, ma mostrano che una politica abitativa seria deve essere più articolata. Non basta scegliere tra proprietari e inquilini

. Occorre aumentare il numero di abitazioni disponibili, finanziare l’edilizia sociale, regolamentare in modo efficace gli affitti turistici, contrastare gli immobili vuoti e sostenere i comuni nella costruzione di nuove case a prezzi accessibili.

La Spagna ha bisogno di una strategia di lungo periodo, non di decreti sottoposti al Parlamento come risposta immediata a un caso di cronaca. La protezione degli inquilini deve essere accompagnata da investimenti, controlli e regole prevedibili. Altrimenti ogni intervento rischia di produrre effetti collaterali e di alimentare il conflitto tra categorie sociali.

Il governo avrebbe dovuto presentare le misure come parte di un piano complessivo, con obiettivi misurabili e una copertura finanziaria chiara. Invece, la discussione è stata dominata dall’urgenza e dalla contrapposizione.

La destra ha potuto descrivere i provvedimenti come un attacco

Di Admin

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