Le recenti dichiarazioni di Roberto Occhiuto, vicesegretario nazionale di Forza Italia e presidente della Regione Calabria, sulla necessità di rendere il partito più moderno, aperto e capace di rafforzare nel Centrodestra una cultura liberale e riformista meritano attenzione.

Non soltanto perché arrivano da una figura di primo piano del partito fondato da Silvio Berlusconi, ma anche perché toccano una questione politica reale: quale identità intende assumere il Centrodestra italiano nei prossimi anni?

Occhiuto ha parlato dell’esigenza di recuperare un metodo riformista e di “dare cittadinanza a liberali e riformisti”.

È un’impostazione che condividiamo.

Tuttavia, proprio a partire da queste parole, è legittimo porsi una domanda: prima di ricercare altrove sensibilità, competenze e contributi, perché non guardare anche a chi, da anni, questa cultura la rappresenta e la sostiene concretamente all’interno del Centrodestra?

La domanda non nasce da una rivendicazione personalistica né dalla richiesta di posizioni, candidature o incarichi.

Nasce dalla consapevolezza che la politica non possa limitarsi a proclamare valori e principi, ma debba riconoscere le esperienze, il lavoro e la coerenza di chi quei valori li ha difesi anche nei momenti più difficili.

I Liberaldemocratici Italiani non scoprono oggi il liberalismo, il riformismo o la necessità di costruire un Centrodestra più moderno.

Non si tratta di parole diventate improvvisamente di moda, né di un’etichetta da utilizzare per aggiornare un’immagine politica. Per noi il liberalismo è una cultura politica fondata sulla libertà individuale, sulla responsabilità, sul rispetto delle istituzioni, sul merito, sulla concorrenza, sull’innovazione e sulla capacità dello Stato di accompagnare lo sviluppo senza soffocare la società.

È anche una visione riformista, perché riconosce che una democrazia moderna non può vivere di conservazione, rendite di posizione e difesa dell’esistente.

Le riforme sono necessarie per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, garantire una giustizia più rapida, ridurre la pressione burocratica e fiscale, sostenere le imprese, valorizzare il lavoro e offrire ai giovani opportunità fondate sulle competenze e non sulle appartenenze.

Questa impostazione i Liberaldemocratici Italiani l’hanno sostenuta con coerenza nel corso degli anni.

Non siamo presenti soltanto nei dibattiti pubblici o nei documenti programmatici.

Abbiamo partecipato a diverse tornate elettorali e alle coalizioni di Centrodestra, presentando nostre candidature e mettendo a disposizione il nostro impegno politico in Veneto, Toscana, Campania, Calabria e in altre realtà del Paese.

Abbiamo scelto una collocazione chiara.

Non ci siamo collocati in una posizione ambigua, oscillando tra schieramenti in base alle convenienze del momento.

Abbiamo ritenuto che il liberalismo democratico potesse trovare nel Centrodestra uno spazio naturale, a condizione che quello spazio fosse realmente aperto al confronto, al pluralismo e alla valorizzazione delle competenze.

La nostra presenza non è stata episodica.

È il risultato di un percorso politico costruito nel tempo, attraverso iniziative, campagne elettorali, attività territoriali e proposte rivolte ai cittadini.

In questo cammino abbiamo incontrato amministratori, professionisti, imprenditori, lavoratori, esponenti della società civile e persone che si riconoscono in un’idea di politica lontana dagli estremismi e dalle semplificazioni.

Per questo riteniamo che il richiamo di Occhiuto alla necessità di rafforzare la componente liberale e riformista del Centrodestra debba tradursi in un confronto concreto con le realtà che già operano in questo spazio politico.

Se si vuole costruire una forza più moderna e inclusiva, non è sufficiente dichiarare l’intenzione di aprire le porte.

Occorre anche riconoscere chi, quelle porte, ha cercato di attraversarle da anni, spesso senza ricevere risposte.

I Liberaldemocratici Italiani hanno più volte chiesto, anche formalmente, una collaborazione più stretta con Forza Italia.

Abbiamo messo a disposizione idee, esperienza e classe dirigente.

Abbiamo espresso la volontà di contribuire a un progetto comune, senza pretendere di sostituirci ad altri e senza avanzare richieste di carattere personale.

A queste richieste, fino a oggi, non è seguito un riscontro adeguato.

Il silenzio non può essere considerato una strategia politica permanente.

Il confronto, soprattutto quando riguarda forze che condividono valori e collocazione, dovrebbe essere la normalità. Ignorare interlocutori che dichiarano apertamente la propria disponibilità significa impoverire il dibattito e rinunciare a risorse che potrebbero rafforzare l’intero schieramento.

È bene ribadirlo con chiarezza: non chiediamo posizioni, candidature o incarichi. Non consideriamo la politica un sistema di compensazioni o una trattativa per ottenere ruoli.

Chiediamo politica.

Chiediamo confronto.

Chiediamo la possibilità di contribuire, con le nostre idee e con la nostra esperienza, alla costruzione di un Centrodestra autenticamente liberale e riformista.

La differenza non è marginale.

Un partito può cercare nuovi esponenti per ragioni di immagine, oppure può costruire un’autentica apertura politica, coinvolgendo le energie già presenti e riconoscendo il valore delle esperienze maturate nel territorio.

La prima strada produce spesso operazioni di facciata; la seconda consente di consolidare una comunità politica.

Forza Italia, per la sua storia, dovrebbe essere particolarmente sensibile a questo tema.

Lo spirito innovatore di Silvio Berlusconi, richiamato dallo stesso Occhiuto, non consisteva soltanto nell’aver introdotto un nuovo linguaggio o nuovi strumenti nella politica italiana.

Berlusconi seppe intercettare una domanda di cambiamento, unendo culture e sensibilità diverse intorno a un progetto politico fondato sulla libertà e sulla modernizzazione del Paese.

Quello spirito significava apertura, capacità di includere, ascoltare e mettere insieme energie differenti senza smarrire la propria identità. Significava comprendere che una forza politica non cresce soltanto attraverso la sua struttura interna, ma anche grazie alla capacità di dialogare con mondi esterni, valorizzando competenze e sensibilità compatibili con il proprio progetto.

Oggi, tuttavia, l’apertura non può essere interpretata come una semplice ricerca di personalità da aggregare in occasione delle elezioni.

Una politica liberale e riformista deve costruire rapporti stabili, confronto programmatico e partecipazione.

Deve riconoscere le realtà che hanno mantenuto una posizione coerente anche quando il liberalismo sembrava relegato ai margini del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni il termine “liberale” è stato utilizzato da forze politiche molto diverse tra loro.

In alcuni casi ha indicato una visione autenticamente orientata alla libertà e alla responsabilità; in altri è rimasto un richiamo generico, privo di conseguenze programmatiche.

Per noi, invece, il liberalismo non può essere un semplice elemento identitario o una formula comunicativa.

Essere liberali significa difendere la libertà economica e personale, ma anche il principio di legalità e la dignità della persona. Significa rifiutare tanto l’idea di uno Stato onnipresente quanto quella di una società abbandonata a se stessa. Significa riconoscere il ruolo delle istituzioni pubbliche, chiedendo però che siano efficienti, trasparenti e sottoposte a responsabilità.

Essere riformisti significa saper cambiare ciò che non funziona, senza cedere alla tentazione di promettere soluzioni facili. Significa affrontare i problemi con serietà, anche quando le decisioni necessarie non sono immediatamente popolari. Significa mettere al centro il futuro del Paese e non soltanto il consenso del momento.

Il Centrodestra ha bisogno di questa cultura. Ne ha bisogno per affrontare le grandi sfide dell’Italia: la crescita economica, la competitività delle imprese, la transizione digitale ed energetica, la qualità dei servizi pubblici, la formazione, la sanità, la sostenibilità dei conti pubblici e il rapporto tra territori e istituzioni.

Ha bisogno di una proposta capace di parlare al mondo produttivo senza dimenticare le fragilità sociali; di difendere la sicurezza senza rinunciare alle garanzie dello Stato di diritto; di valorizzare l’autonomia e il protagonismo dei territori mantenendo forte l’unità nazionale; di promuovere il merito senza trasformarlo in un alibi per ignorare le disuguaglianze di partenza.

Una cultura liberale e riformista può offrire al Centrodestra un punto di equilibrio e una prospettiva di governo.

Ma per farlo deve essere riconosciuta come una componente politica reale, non come un servi…

Di Admin

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