
Ecco la motosega applicata al Belpaese
Immaginate per un momento Javier Milei a Palazzo Chigi.
Non con una cartellina sobria e un sorriso istituzionale, ma con la motosega d’ordinanza, lo sguardo spiritoso e una domanda semplice: «Quanti ministri servono davvero per governare un Paese?
La risposta italiana, naturalmente, sarebbe: dipende.
Dipende da quanti sottosegretari devono essere sistemati, da quante commissioni occorre convocare, da quanti enti partecipati devono continuare a esistere per non lasciare disoccupati i rispettivi consigli d’amministrazione.
In Italia, infatti, ogni problema non si risolve: si istituisce un tavolo.

Milei, tuttavia, non sarebbe venuto per apparecchiare. Sarebbe venuto per tagliare.
Non soltanto la spesa pubblica, ma anche il nastro inaugurale, la burocrazia, le poltrone, i bonus, le consulenze e probabilmente pure qualche nastrino tricolore.
Ecco come potrebbe essere il suo programma italiano, in cinque punti.
Con una precisazione: la motosega è un efficace simbolo politico, ma lo Stato non è un cespuglio.
Tagliare tutto indiscriminatamente non è una riforma: è giardinaggio con ambizioni costituzionali.
## 1. Stato minimo: proteggere vita, libertà e proprietà
Il primo obiettivo sarebbe ridurre lo Stato alle sue funzioni fondamentali: sicurezza, giustizia, difesa, tutela della libertà e della proprietà privata.
Tutto il resto verrebbe sottoposto a una domanda terribile, quasi sovversiva: “È davvero necessario che lo faccia il settore pubblico”.
In Italia questa domanda produbbebbe effetti devastanti. Migliaia di enti scoprirebbero improvvisamente di non avere una ragione precisa per esistere. Molti uffici, interrogati sulla propria funzione, risponderebbero con la formula più antica della pubblica amministrazione: «Abbiamo sempre fatto così.
Sanità e istruzione non sparirebbero necessariamente, ma verrebbero riorganizzate attorno a una maggiore libertà di scelta. Voucher, convenzioni, concorrenza tra strutture e responsabilità individuale sostituirebbero parte del monopolio pubblico.
Il cittadino non sarebbe più un suddito del sistema, ma un utente con la facoltà — almeno teorica — di cambiare fornitore.
La pensione, poi, sarebbe un campo di battaglia.
Il sistema a ripartizione, fondato sul principio secondo cui i lavoratori di oggi finanziano i pensionati di oggi nella speranza che domani qualcuno faccia lo stesso, verrebbe giudicato con la delicatezza di un elefante in una cristalleria: insostenibile.
Spazio dunque alla capitalizzazione individuale, ai conti personali e a una maggiore responsabilità nella costruzione del proprio futuro.
Naturalmente resterebbe il piccolo dettaglio di milioni di pensionati attuali, che non possono essere liquidati con un «arrangiatevi» e un applauso liberista.
Ma questi sono dettagli, e la politica italiana ha dimostrato di saperli trasformare in emergenze nazionali.
Il principio sarebbe chiaro: lo Stato non deve promettere tutto a tutti, perché alla fine presenta il conto a tutti.
E quando arriva il conto, nessuno ricorda più chi abbia ordinato l’antipasto.
## 2. La motosega sulla spesa pubblica
Nei primi cento giorni, Milei annuncerebbe la chiusura di decine di enti inutili.
In Italia sarebbe un’impresa quasi archeologica: per ogni ente soppresso ne emergerebbero due, uno commissariale e uno temporaneo, entrambi dotati di sito internet, logo e consulente per la comunicazione.
La spesa corrente non essenziale verrebbe sottoposta a una riduzione drastica.
Ministri, agenzie, autorità, osservatori, cabine di regia e strutture di missione dovrebbero dimostrare di produrre un beneficio concreto per i cittadini.
Non basterebbe più organizzare convegni sulla necessità di organizzare meglio i convegni. Cultura, Sport, Ambiente e Pari Opportunità verrebbero probabilmente accorpati o ridimensionati.
Apriti cielo.
Qualcuno denuncerebbe l’avvento delle barbarie, come se Michelangelo avesse dipinto la Cappella Sistina grazie a un fondo ministeriale per la promozione delle buone pratiche inclusive.
Il punto, però, dovrebbe essere affrontato con un minimo di serietà: eliminare un ministero non eliminare automaticamente le funzioni che svolge.
La tutela ambientale resta necessaria, la cultura non si finanzia con i buoni propositi e lo sport non può essere considerato soltanto una faccenda privata quando si tratta di salute pubblica.
La vera motosega dovrebbe quindi colpire sprechi, sovrapposizioni, clientela e inefficienze, non le parole che suonano ideologicamente sospette. L’obiettivo sarebbe portare la spesa pubblica a una quota molto più contenuta del PIL e restituire i risparmi ai cittadini attraverso la riduzione di IRPEF, IRES e IVA.
Qui arriverebbe il primo applauso generale, seguito immediatamente dalla domanda: “Ma i servizi?’. Perché il cittadino italiano desidera meno tasse, ma non vuole rinunciare a nulla.
Vorrebbe pagare come in Svizzera, curarsi come in Francia, andare in pensione come negli anni Ottanta, ricevere sussidi come in Scandinavia e avere tempi amministrativi da Singapore.
Il tutto possibilmente senza trasferirsi.
La motosega, dunque, dovrebbe essere accompagnata da un righello: tagliare sì, ma sapere cosa si sta tagliando e con quali conseguenze.
## 3. Deregolamentazione totale, o quasi
Il terzo fronte sarebbe la burocrazia.
Mille moduli, quindici autorizzazioni, tre piattaforme digitali incompatibili e una marca da bollo: il percorso standard per aprire un’attività in Italia.
Una grande legge di semplificazione abrogherebbe migliaia di norme obsolete.
Silenzio-assenso generalizzato, principio del “once only” — il cittadino fornisce un dato una volta sola — e responsabilità chiara dei funzionari sostituirebbero il sistema attuale, basato su autorizzazioni preventive, controlli tardivi e rimpalli eterni. Il Codice degli Appalti verrebbe semplificato radicalmente.
Oggi, per evitare corruzione e sprechi, abbiamo costruito procedure talmente complesse che spesso riescono soltanto a ritardare i lavori.
Il risultato è che un’opera pubblica può richiedere anni prima di iniziare, mentre il ponte da riparazione continua ad essere lì, con una pazienza che ormai ha assunto tratti filosofici.
Milei introdurrebbe probabilmente un principio molto semplice: chi decide deve essere responsabile, chi sbaglia deve rispondere, chi blocca tutto senza motivo non può essere intoccabile.
Un concetto talmente rivoluzionario che potrebbe richiedere una conferenza internazionale.
Sul piano europeo, il governo italiano cercherebbe di sottrarsi ai vincoli considerati più penalizzanti del Green Deal e di riaprire il dossier sui rapporti commerciali con Stati Uniti, Regno Unito e America Latina.
La parola d’ordine sarebbe sovranità economica. Naturalmente, “fare da soli” è uno slogan più semplice della realtà. L’Italia esporta, importa, utilizza l’euro, dipende da catene produttive internazionali e siede in un’unione normativa e commerciale dalla quale non si può uscire con un post sui social. Rinegoziare è possibile; immaginare che basti sbattere la porta per diventare immediatamente più ricchi è, invece, una forma di turismo nell’economia fantastica.
La vera sfida sarebbe convincere Bruxelles che la semplificazione non equivale alla deregolamentazione selvaggia e convincere Roma che ogni regola non è necessariamente un complotto contro l’imprenditore.
## 4. La battaglia culturale contro il “partito dello Stato”
Il quarto punto sarebbe il più rumoroso, perché non riguarderebbe soltanto bilanci e norme, ma il modo in cui gli italiani pensano lo Stato.
Taglio ai finanziamenti pubblici a media, fondazioni, associazioni e organizzazioni considerate portatrici di propaganda ideologica.
Trasparenza online di ogni euro speso, pubblicazione dei contratti, dei compensi e dei risultati ottenuti.
La RAI verrebbe ridotta, riformata o privatizzata.
Fin qui, molte proposte potrebbero trovare consensi. Nessuno ama pagare per progetti vaghi, consulenze misteriose o fondazioni che sembrano nate ieri ma vantano già una rete di relazioni lunga quanto la Salerno-Reggio Calabria.
Il problema arriverà nel momento in cui il governo decide chi produce “cultura” e chi produce “propaganda”.
