A me sembra che la priorità del Partito Democratico sia il Partito Democratico.

Non l’Italia, non i salari, non la sanità, non le scuole che cadono a pezzi, non le liste d’attesa che ormai hanno tempi geologici e forse verranno risolte direttamente dagli archeologi.

Il PD. Prima il PD, poi il PD, quindi il dibattito interno sul fatto che il PD debba mettere al centro il PD, purché naturalmente nessuno dica quale PD.

È un progetto ambizioso, quasi poetico: costruire un partito così impegnato a discutere della propria identità da non rischiare mai di averne una.

Un partito che si interroga, si confronta, si divide, si ricompone, si ridefinisce, si riascolta, si rilancia e infine, esausto, rinvia tutto alla prossima direzione nazionale.

Perché decidere è una pratica novecentesca, persino un po’ autoritaria.

Meglio “aprire un percorso”.

Che non significa andare da qualche parte: significa arredare bene il corridoio.

Il programma, poi, è un oggetto misterioso.

Tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto interamente.

È il Bigfoot della politica italiana: alcuni giurano di averne intravisto una bozza in una commissione tematica, altri sostengono che sia conservato in una cartella condivisa il cui link è scaduto nel 2019.

C’è chi dice che verrà presentato “nei prossimi mesi”, formula che nel linguaggio politico equivale a “in una dimensione parallela”.

Oggi parlare dei problemi degli italiani è facilissimo.

Anzi, è diventato quasi uno sport nazionale.

Si parla dei giovani precari, degli anziani soli, delle famiglie impoverite, delle imprese schiacciate dai costi, dei lavoratori che guadagnano poco, degli affitti impossibili, delle periferie abbandonate, della violenza sulle donne, dei medici in fuga, dei treni in ritardo.

Si parla benissimo.

Con tono grave, sopracciglio corrugato, una sapiente alternanza tra indignazione e preoccupazione.

Il problema è che, appena si passa dalla descrizione alla soluzione, scatta l’allarme antincendio.

“Come intendete affrontare il tema dei salari?”

“È una questione complessa, che merita un confronto serio.”

“E sulla sanità?”

“Non possiamo limitarci agli slogan.”

“E quindi?”

“Bisogna coinvolgere i territori.”

“E poi?”

“Serve una visione.”

“Quale?”

“Una visione condivisa.”

“Condivisa da chi?”

A questo punto, di solito, compare un tavolo.

Non un tavolo da cucina, naturalmente: un tavolo politico.

Il tavolo politico è l’unità di misura dell’impotenza organizzata.

Quando non si sa cosa fare, si istituisce un tavolo.

Quando ci sono due idee diverse, si convoca un tavolo.

Quando non esiste nessuna idea, il tavolo assume un ruolo quasi sacrale, come una reliquia amministrativa.

Talvolta i tavoli producono documenti.

Più spesso producono altri tavoli.

Il PD ha trasformato il rinvio in una categoria filosofica.

Non è semplice indecisione: è una precisa concezione del tempo.

Per il PD, il presente è un luogo rischioso, pieno di domande scomode, elettori irritati e giornalisti maleducati che pretendono risposte.

Il futuro, invece, è rassicurante.

Nel futuro si potrà fare una sintesi.

Nel futuro si troverà una posizione comune.

Nel futuro arriverà il programma.

Nel futuro, probabilmente, arriverà anche Godot, ma prima bisogna verificarne la compatibilità con l’alleanza progressista.

Il problema è che nel frattempo il presente vota.

E spesso vota qualcun altro.

C’è qualcosa di magnificamente paradossale in un partito che, di fronte alla destra, sembra avere come prima preoccupazione quella di non disturbare le proprie correnti.

La destra arriva con proposte magari discutibili, talvolta pessime, talvolta sufficienti a far rimpiangere le istruzioni del mobile Ikea, ma arriva.

Dice: “Faremo questo”.

Il PD risponde: “Attenzione, perché il tema è molto più articolato”.

E lo è, certamente.

Tutto è articolato.

Anche un ombrello è articolato, ma se piove bisogna pur aprirlo.

La sinistra, o almeno una parte consistente di ciò che ancora si definisce sinistra, ha sviluppato una paura quasi mistica della frase assertiva.

Dire “siamo favorevoli” è pericoloso.

Dire “siamo contrari” è un atto di estremismo.

Meglio formulazioni elastiche, posizioni dialoganti, aperture condizionate, disponibilità prudenti, contrarietà costruttive, sostegni critici e critiche solidali.

È un lessico meraviglioso perché consente di sembrare profondi senza dover mai prendere una decisione verificabile.

Prendiamo il voto sul DDL antisemitismo, rinviato.

Un capolavoro di quella politica che considera il rinvio non un incidente ma una soluzione.

Perché dire sì può creare problemi.

Dire no può crearne altri.

Astenersi è brutto, perché sembra che non si abbia il coraggio di scegliere.

E allora?

Si rinvia.

È il massimo della diplomazia italiana applicata alla coscienza civile: se la questione è delicata, non affrontarla subito.

Magari si raffredda. Magari cambia il contesto.

Magari qualcuno ci pensa al posto tuo.

Magari arriva una dichiarazione internazionale, una nuova emergenza, un congresso, una polemica interna, un’intervista di Renzi, una foto con applauso annesso.

L’importante è che, quando finalmente si voterà, nessuno ricordi più chi aveva chiesto cosa.

Del resto, su certi temi dire no è un problema.

Non necessariamente perché sia sbagliato dire no: in democrazia si può e si deve anche dissentire.

Ma bisognerebbe spiegare perché.

Bisognerebbe avere una linea.

Bisognerebbe saper distinguere tra la critica a un testo e l’ambiguità sul principio.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire: “Questo non va bene, e proponiamo quest’altro”.

Ma proporre “quest’altro” richiede tempo, competenza, assunzione di responsabilità e, soprattutto, la pericolosissima eventualità che qualcuno non sia d’accordo.

E nel PD qualcuno non è d’accordo per professione.

Ci sono aree, sensibilità, anime, tradizioni, culture politiche, minoranze organizzate, maggioranze esitanti, ex maggioranze nostalgiche, futuri centristi, centristi di ritorno, riformisti, riformisti veri, riformisti con asterisco, progressisti, progressisti pragmatici, pragmatici progressivamente meno progressisti e una categoria ormai imprescindibile: quelli che “non si riconoscono nelle semplificazioni”.

Che è una frase bellissima, perché consente di non riconoscersi nemmeno in una risposta.

Il risultato è una nebbia permanente.

Non una nebbia poetica, di quelle padane, con i lampioni che si riflettono sull’asfalto e un mistero affascinante nell’aria.

Una nebbia burocratica, fatta di comunicati con parole come “percorso”, “cornice”, “orizzonte”, “centralità”, “fase”, “dialogo”, “complessità”.

Tutte parole rispettabili, per carità.

Ma messe insieme per troppo tempo diventano il modo elegante per dire: non sappiamo ancora.

E quando non sai ancora, mentre gli altri fanno, finisci per applaudire.

Gli applausi di una parte del partito e di Matteo Renzi a Giorgia Meloni sono forse l’unico elemento davvero nitido di questo panorama. Lì non c’è nebbia.

Lì c’è una sala illuminata, mani che battono, sorrisi istituzionali e quella strana atmosfera da spettacolo in cui il pubblico non ha capito bene se stia assistendo a un confronto democratico, a un patto di responsabilità nazionale o alla prima puntata di una serie intitolata Italia Viva, Italia Destra, Italia Boh.

Renzi, del resto, è un uomo coerente nella sua incoerenza: dove vede un microfono, vede un’opportunità; dove vede una telecamera, vede una riforma; dove vede un applauso, vede un possibile elettorato.

La sua presenza accanto alla Meloni, o comunque la sua capacità di riconoscere meriti e aprire spiragli, non dovrebbe sorprendere nessuno.

Renzi non attraversa il campo politico: lo percorre come un corridoio d’albergo, salutando tutti e lasciando la porta della propria stanza socchiusa.

Più interessante è vedere una parte del PD applaudire la presidente del Consiglio.

Non perché sia vietato applaudire: sarebbe persino sano, in un Paese normale, riconoscere qualcosa di positivo all’avversario senza vivere ogni gesto come un tradimento.

Ma qui il punto è un altro.

Se l’unico messaggio politicamente leggibile del principale partito d’opposizione è l’applauso alla leader del governo, forse il problema non è l’applauso.

È il silenzio attorno.

Perché la domanda inevitabile è: bene, avete applaudito.

E voi cosa proponete?

Silenzio.

Non un silenzio assoluto, intendiamoci. Il PD parla tantissimo.

Interviste, convegni, assemblee, post, dichiarazioni, repliche, controrepliche, precisazioni, fonti anonime, retroscena, agenzie, note ufficiali, smentite delle note ufficiali.

È una macchina verbale impressionante.

Ma una cosa è parlare, un’altra è dire qualcosa che sia possibile riassumere senza ricorrere a una mappa concettuale.

Provate a chiedere a un cittadino medio: qual è il progetto del PD sul lavoro?

Se è informato, risponderà citando qualche battaglia, qualche proposta, qualche intervento.

Se è meno informato, probabilmente dirà: “Mah, il salario minimo, forse”.

Poi chiederà: “Ma lo hanno fatto?”

E lì inizierà il viaggio nella palude delle responsabilità incrociate, dei numeri parlamentari, delle proposte emendative, delle mediazioni, dei veti, delle sentenze, dei decreti e delle commissioni.

Tutto vero, spesso.

Ma alla fine resta una sensazione semplice e devastante: loro discutono, gli altri governano.

Non è una colpa governare, ovviamente.

Il problema è che l’opposizione dovrebbe fare opposizione, non solo commento tecnico con venature di autocritica preventiva.

Dovrebbe indicare una direzione.

Dovrebbe dire, con parole comprensibili: “Questa è la nostra idea di Paese. Costa questo. Si finanzia così. Produce queste onseguenze. Se vi piace, votateci. Se non vi piace, votate altri”.

È rischioso.

Qualcuno potrebbe contestare i conti.

Qualcuno potrebbe trovare una contraddizione.

Qualcuno potrebbe perfino ricordare promesse non mantenute.

Ma è il prezzo della politica.

Altrimenti non è politica: è gestione emotiva dell’ambiguità.

Il PD, invece, sembra talvolta convinto che il programma possa essere un dettaglio da definire dopo aver risolto le questioni davvero importanti: chi guida, chi conta, chi rappresenta quale sensibilità, chi ha parlato con chi, chi è stato escluso da quale riunione, quale alleanza è possibile senza offendere chi non vuole quell’alleanza, e quale candidato può unire tutti senza piacere troppo a nessuno.

La formula perfetta è il candidato “unitario”.

Il candidato unitario non è quello capace di entusiasmare: sarebbe troppo divisivo.

Non è quello più preparato: potrebbe far sentire gli altri meno preparati.

Non è quello più riconoscibile: rischierebbe di avere una linea.

Il candidato unitario è quello su cui tutti riescono a dire: “Non era la mia prima scelta, però”.

È la democrazia del sospiro.

Naturalmente, ogni volta che qualcuno chiede maggiore chiarezza, arriva la risposta rituale: “Non possiamo ridurre tutto a uno slogan”.

Ed è sacrosanto.

Nessuno vuole ridurre problemi enormi a slogan.

Il punto è che tra lo slogan e il nulla esiste un intero continente chiamato proposta politica.

Ci sono leggi, priorità, scelte di bilancio, obiettivi misurabili, tempi, responsabilità.

Esistono programmi scritti in modo leggibile.

Esistono persino, incredibile ma vero, partiti che fanno una cosa e poi cercano di difenderla.

La destra di Meloni ha il suo motto, “Pronti”.

Un motto che, a distanza di tempo, può essere letto in molti modi.

Pronti a cosa?

Pronti per chi?

Pronti con quale piano?

Eppure funziona perché comunica una postura: siamo qui, abbiamo una squadra, abbiamo deciso che vogliamo prendere il volante.

Poi magari il motore tossisce, la strada è piena di buche e il navigatore suggerisce di invertire il senso di marcia in autostrada.

Ma il messaggio iniziale era chiaro.

Il PD, invece, potrebbe adottare un motto altrettanto efficace: “Ne parliamo”.

Oppure: “Confrontiamoci”.

O ancora: “Siamo pronti, appena finiamo di capire se essere pronti è una posizione sufficientemente inclusiva”.

Sarebbe più onesto, e anche più distintivo.

Un manifesto elettorale intero potrebbe essere costruito così:

Lavoro: ne parliamo.
Sanità: apriamo un tavolo.
Scuola: serve una riflessione.
Casa: è un tema centrale.
Politica estera: posizione articolata.
Diritti: assolutamente, ma con sensibilità.
Alleanze: vediamo.
Programma: domani.

Domani: il grande alleato della politica senza bussola.

Domani scriveremo il piano.

Domani chiariremo le differenze.

Domani costruiremo un fronte.

Domani parleremo al Paese reale.

Domani faremo sintesi.

Nel frattempo, oggi, possiamo continuare a denunciare che le cose vanno male.

Il vantaggio è evidente: i problemi sono reali, quindi non si rischia quasi mai di sbagliare.

Dire che i salari sono bassi è vero.

Dire che la sanità è in difficoltà è vero.

Dire che i giovani se ne vanno è vero.

Dire che l’emergenza abitativa è drammatica è vero.

Ma la politica non si misura nella capacità di riconoscere che piove.

Si misura nella capacità di decidere se distribuire ombrelli, costruire tetti o almeno smettere di discutere se la pioggia sia un costrutto narrativo.

Intanto gli elettori osservano e si stancano.

Perché l’elettore non pretende l’infallibilità.

È abituato alle promesse mancate, ai governi fragili, alle riforme incompiute, agli annunci spariti nel nulla.

Ma almeno vuole capire chi ha davanti.

Vuole sapere se un partito, su una questione decisiva, sta da una parte o dall’altra.

Vuole sapere se il programma è una promessa o una caccia al tesoro.

Vuole avere l’impressione che qualcuno, da qualche parte, abbia pensato non solo al prossimo congresso ma anche al prossimo contratto d’affitto.

Forse il PD dovrebbe fare un esperimento radicale: scegliere tre o quattro priorità e ripeterle fino alla nausea.

Non ventisette temi con altrettanti distinguo, ma poche cose concrete.

Salari, sanità, casa, scuola, transizione industriale.

Dire come intervenire.

Dire dove trovare le risorse.

Dire chi pagherà di più e chi riceverà di più.

Dire quali interessi verranno toccati.

Perché governare significa anche questo: scontentare qualcuno.

Se non scontenti mai nessuno, probabilmente non stai cambiando nulla.

Oppure stai facendo il cameriere a una cena dove tutti ordinano cose diverse e il menu è finito.

Ma forse è proprio questo il punto: una linea chiara non mette solo in difficoltà gli avversari, mette in difficoltà anche gli amici.

E il PD, tra mettere in difficoltà Meloni e mettere in difficoltà una propria corrente, sembra spesso preferire la prima opzione.

Del resto, Meloni governa e può essere criticata.

La corrente interna, invece, può convocare una riunione.

E non c’è opposizione parlamentare che faccia più paura di una chat di partito con diciassette persone che scrivono “dobbiamo parlarne”.

Così il Paese resta in attesa del programma, il programma resta in attesa della sintesi, la sintesi resta in attesa delle condizioni politiche, le condizioni politiche restano in attesa delle elezioni, e le elezioni arrivano puntualmente prima delle risposte.

Nel frattempo, almeno, gli applausi sono chiari.

Si sente il rumore delle mani.

È qualcosa. In mezzo alla nebbia, un suono netto.

Forse non è una proposta politica, ma è pur sempre una posizione: standing ovation per chi ha già deciso cosa fare, mentre gli altri stanno ancora scegliendo il colore della cartellina per il tavolo di confronto.

E chissà, magari domani arriverà anche il programma.

Domani, naturalmente.

Di Admin

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