
Ecco a voi l’onorevole, anzi l’europarlamentare Romano del Partito Democratico: uno di quei personaggi che, quando apre bocca in televisione, riesce a far rimpiangere perfino il silenzio dei talk show durante la pubblicità dei materassi.
L’altra sera, ospite a Quarta Repubblica su Rete 4, l’eurodeputato ha deciso di offrire al pubblico italiano un campionario del pensiero progressista più illuminato.
Illuminato, si fa per dire: più che una luce, sembrava il bagliore intermittente di una lampadina da cantina.
Due frasi. Due perle. Due interventi che dovrebbero essere incorniciati, non per celebrarne la profondità, ma per ricordare fino a che punto può arrivare il degrado della discussione politica quando si scambia l’insulto per analisi, la caricatura per sociologia e il pregiudizio per argomentazione.
La prima uscita riguarda le manifestazioni e le piazze italiane, in particolare Milano. Secondo Romano, quello che sarebbe accaduto nelle piazze sarebbe riconducibile a “ragazze a cui a scuola non si insegna la sessualità” e che, quindi, sarebbero “frustrate”.
Ora, fermiamoci un attimo. Respiriamo. Perché qui non siamo davanti a una frase infelice pronunciata di fretta, a una parola sbagliata, a un concetto espresso male.
Qui siamo di fronte a un autentico capolavoro di superficialità: una spiegazione da bar, peraltro offensiva, data a fenomeni complessi che riguardano giovani, disagio, violenza, proteste, dinamiche sociali e responsabilità individuali.
Il ragionamento, se così vogliamo chiamarlo, è di una banalità sconfortante: se una ragazza protesta, si comporta in modo aggressivo o partecipa a disordini, forse il problema è che a scuola non le hanno spiegato abbastanza la sessualità. E quindi sarebbe frustrata.
Fantastico. Dopo decenni di studi su educazione, famiglia, marginalità, criminalità minorile, dipendenze, modelli culturali, sicurezza urbana, disagio psicologico e contesto sociale, è arrivato l’europarlamentare a risolvere tutto in pochi secondi di televisione nazionale.
Non servono più sociologi, psicologi, educatori, magistrati, forze dell’ordine, assistenti sociali. Basta mettere un paio d’ore in più di educazione sessuale a scuola e, magia: spariscono il disagio, la rabbia, la violenza, le baby gang, la maleducazione, il bullismo e forse, già che ci siamo, anche le buche nelle strade.
È questo il livello dell’analisi politica che ci viene proposto da un rappresentante italiano al Parlamento europeo? Perché, diciamolo chiaramente, non è soltanto una questione di opinioni diverse.
Tutti possono avere una propria visione sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. È legittimo discuterne, proporla, sostenerla o criticarla. Ma un conto è affrontare un tema delicato con serietà; un altro è utilizzare ragazze e giovani come bersagli di una battuta ideologica, insinuando che certi comportamenti derivino da una supposta frustrazione sessuale.
Una frase del genere non è progressista, non è moderna, non è coraggiosa.
È paternalista, volgare e terribilmente vecchia. È il classico commento di chi pretende di spiegare il mondo con quattro slogan preconfezionati, mettendo etichette sulle persone senza neppure preoccuparsi della loro dignità.
Se un esponente di centrodestra avesse detto una cosa simile, probabilmente avremmo assistito a tre giorni di indignazione continua: editoriali scandalizzati, appelli contro il sessismo, hashtag, interrogazioni parlamentari, ospitate televisive e probabilmente qualche richiesta di dimissioni. E forse, in quel caso, sarebbe stato anche comprensibile. Perché ci sono parole che non dovrebbero essere tollerate, indipendentemente dalla tessera di partito di chi le pronuncia.
Ma quando a dire certe cose è un rappresentante della sinistra, allora improvvisamente entrano in scena le attenuanti: il contesto, il tono, la provocazione, la frase estrapolata, il pensiero più ampio che non sarebbe stato capito. Insomma, il solito doppio standard. Quello per cui una frase può essere sessista oppure no a seconda di chi l’ha pronunciata e di quale giornale deve commentarla il giorno dopo.
Poi è arrivata la seconda dichiarazione, forse persino più surreale della prima: “Nelle scuole italiane, i docenti insegnano agli alunni la politica della destra”.
E qui davvero bisogna capire di quale scuola stia parlando l’europarlamentare Romano.
Perché nella scuola italiana reale — quella frequentata da famiglie, insegnanti e studenti — il problema non sembra essere una fantomatica propaganda della destra. Semmai, da anni molti genitori denunciano il contrario: un’impostazione culturale spesso sbilanciata, una certa difficoltà nel rappresentare davvero il pluralismo delle idee, una tendenza a trattare alcuni argomenti come se esistesse una sola posizione moralmente accettabile.
Naturalmente non significa che tutti gli insegnanti siano politicizzati, né che la scuola italiana sia un centro di indottrinamento. Sarebbe assurdo e ingiusto sostenerlo. Ci sono migliaia di docenti seri, preparati e rispettosi della loro funzione, che ogni giorno lavorano con stipendi non certo esaltanti e in condizioni spesso difficili. Docenti che insegnano letteratura, matematica, storia, lingue, diritto, scienze, arte. Docenti che non hanno alcuna intenzione di trasformare una lezione in un comizio.
Ma proprio per rispetto nei loro confronti, sentire un europarlamentare affermare che “i docenti insegnano la politica della destra” è qualcosa di grottesco. Vuol dire gettare un sospetto generalizzato su un’intera categoria, insinuando che la scuola sia diventata un luogo di propaganda ideologica contraria alla sinistra.
Davvero? La scuola italiana, storicamente accusata dalla destra di essere vicina a un certo mondo culturale progressista, sarebbe improvvisamente diventata il laboratorio del pensiero conservatore? È una notizia sorprendente. Forse non se ne sono accorti né gli insegnanti, né gli studenti, né i genitori. Probabilmente nemmeno la destra stessa.
Del resto, per una parte della sinistra contemporanea, “politica della destra” è diventata un’espressione elastica, buona per tutto. Se chiedi più sicurezza nelle città, sei di destra. Se sostieni che le regole vadano rispettate, sei di destra. Se parli di merito, sei di destra. Se chiedi che a scuola si studi prima di fare militanza, sei di destra. Se non accetti che ogni discussione venga trasformata in una lezione di identità, linguaggio inclusivo e oppressioni varie, sei automaticamente di destra.
E così il dibattito muore. Perché non si discute più nel merito: si assegna una patente ideologica e si archivia l’interlocutore.
Romano, con quella frase, sembra fare esattamente questo. Non affronta il tema della scuola, non porta dati, non cita programmi, non indica episodi concreti, non distingue tra casi isolati e fenomeni generali. Lancia semplicemente un’accusa gigantesca: i docenti insegnerebbero politica di destra agli studenti.
Ma su quale base? Con quale evidenza? In quali scuole? In quali regioni? Attraverso quali libri di testo? Con quali modalità? Quanti insegnanti? Quanti studenti? Nulla. Zero. Solo una frase ad effetto, perfetta per il rimbalzo sui social e per alimentare il tifo da talk show.
È questa la politica ridotta a spettacolo: parlare per slogan, esasperare, scandalizzare, dire qualcosa di abbastanza forte da ritagliarsi trenta secondi di notorietà. Poco importa se nel frattempo si banalizza un problema, si offendono categorie intere o si alimenta ulteriore sfiducia nelle istituzioni.
Perché la scuola, piaccia o no, è un’istituzione fondamentale. È uno dei pochi luoghi in cui i ragazzi dovrebbero imparare non soltanto nozioni, ma anche il valore del confronto, della complessità, del rispetto e della libertà di pensiero. Trasformarla nel bersaglio di accuse generiche, senza prova e senza misura, significa indebolirla ulteriormente.
E a farlo non è il commentatore improvvisato sul web, non è il classico utente arrabbiato sui social, non è il vicino di tavolo al bar. È un europarlamentare. Cioè una persona eletta per rappresentare l’Italia nelle istituzioni europee, pagata dai cittadini, chiamata almeno in teoria a ragionare con maggiore responsabilità.
Qui sta il punto principale. Non è che un politico non possa sbagliare. I politici sbagliano, come tutti. Talvolta si esprimono male, talvolta cedono alla foga del confronto, talvolta pronunciano frasi che poi sarebbero da correggere. Il problema è un altro: quando una figura istituzionale pronuncia affermazioni tanto pesanti, dovrebbe almeno avere la maturità di spiegare, chiarire o, se necessario, chiedere scusa.
Non per debolezza, ma per rispetto verso i cittadini. Perché rappresentare le istituzioni non significa essere infallibili: significa assumersi la responsabilità delle parole.
Invece spesso assistiamo al meccanismo opposto. Si pronuncia una frase clamorosa, poi ci si nasconde dietro la polemica, si accusa chi critica di aver frainteso, si trasformano le obiezioni in attacchi personali e il giorno dopo tutto viene dimenticato. Finché non arriva la prossima dichiarazione sopra le righe.
E nel frattempo gli italiani, quelli che lavorano, pagano tasse, mandano i figli a scuola e cercano di capire che cosa succede nel proprio Paese, restano con l’impressione che una parte della classe politica viva in un universo parallelo. Un universo nel quale ogni problema sociale ha una spiegazione ideologica pronta, ogni critica è fascismo, ogni dissenso è ignoranza e ogni elettore che non vota a sinistra è stato manipolato.
La verità è che molti cittadini sono semplicemente stanchi.
Stanchi di essere trattati come incapaci di capire.
Stanchi di politici che parlano dall’alto, come se possedessero l’unica interpretazione corretta della società. Stanchi di una sinistra che, invece di interrogarsi sulle ragioni della propria distanza dal Paese reale, preferisce accusare gli italiani di essere arretrati, frustrati, razzisti, sessisti, populisti o manipolati dalla destra.
Forse il problema non è che nelle scuole si insegnerebbe la politica della destra. Forse il problema è che una parte della sinistra non riesce più a concepire che milioni di persone possano avere idee diverse dalle sue senza essere ignoranti o vittime di qualche condizionamento.
E allora ecco che chi vuole più sicurezza è “reazionario”.
Chi chiede controllo dell’immigrazione è “xenofobo”. Chi difende la famiglia tradizionale è “medioevale”. Chi non approva ogni parola d’ordine del progressismo contemporaneo è “omofobo”. Chi critica certe derive dell’ideologia gender è “intollerante”. Chi difende il merito è “neoliberista”.
Chi fa una domanda sull’educazione sessuale nelle scuole è “oscurantista”.
In questo schema, non esistono cittadini con opinioni legittime.
Esistono soltanto persone da educare, correggere, rieducare. E magari, a quanto pare, anche da analizzare psicologicamente o sessualmente.
Povera sinistra, davvero. Non perché sia destinata a scomparire — la democrazia ha bisogno di una sinistra seria, popolare, concreta e capace di rappresentare il lavoro, la dignità sociale, i servizi pubblici, i salari e le periferie — ma perché quella sinistra sembra oggi sempre più lontana da sé stessa.
Una volta la sinistra parlava ai lavoratori. Oggi spesso parla dei lavoratori, quando non li accusa direttamente di votare male.
Una volta la sinistra stava nelle fabbriche, nei quartieri, nelle case popolari, nei luoghi dove si vivevano le difficoltà quotidiane. Oggi appare spesso più a suo agio nei salotti televisivi, nei convegni autoreferenziali e nelle discussioni linguistiche che interessano soprattutto chi ha già tempo, strumenti e privilegi culturali per seguirle.
Una volta la sinistra contestava il potere.
Oggi sembra spesso rappresentare il potere culturale, mediatico e burocratico, e non tollera che qualcuno ne metta in discussione i dogmi.
E così si arriva al paradosso di un europarlamentare che, davanti a milioni di telespettatori, attribuisce i problemi delle piazze a ragazze “frustrate” per mancanza di educazione sessuale e sostiene che gli insegnanti italiani farebbero politica di destra in classe. Due affermazioni che non spiegano nulla, non migliorano nulla e non aiutano nessuno.
Servono solo a mostrare quanto certa politica sia ormai scollegata dalla realtà.
Il governo dovrebbe prendere provvedimenti?
Sul piano politico e istituzionale, quantomeno dovrebbe pretendere serietà nel dibattito pubblico, difendere la dignità della scuola e ricordare a tutti, maggioranza e opposizione, che le parole hanno un peso.
Non si tratta di invocare censure o tribunali dell’opinione. Si tratta di pretendere uno standard minimo da chi ricopre incarichi pubblici.
Un europarlamentare può esprimere le sue idee, certamente. Ma i cittadini hanno tutto il diritto di giudicarle. E se quelle idee si riducono a stereotipi offensivi e accuse senza fondamento, i cittadini hanno anche il diritto di dire che non sono all’altezza del ruolo.
Dopo casi e personaggi che hanno già lasciato più di una perplessità, molti pensavano che la sinistra avesse toccato il fondo. Ma forse il problema è proprio questo: non c’è un fondo.
C’è un abisso, e a ogni nuova uscita qualcuno sembra impegnato a dimostrare che si può scavare ancora.
E mentre l’Italia affronta questioni enormi — costo della vita, lavoro precario, salari bassi, sicurezza, sanità, scuola, natalità, imprese, immigrazione, energia — una parte della politica continua a offrirci analisi da osteria televisiva.
Non resta che sperare che, prima o poi, qualcuno a sinistra si fermi, guardi lo spettacolo e si faccia una domanda semplice: davvero pensiamo che questa sia la strada per tornare credibili?
Perché se la risposta è sì, allora non serve un’opposizione politica.
Serve un bravo traduttore, capace di riportare il linguaggio dei salotti ideologici nella lingua parlata dagli italiani normali.
