Un bilancio che merita di essere guardato nei fatti

Quattro anni fa si insediava il Governo guidato da Giorgia Meloni, in una delle fasi più complesse che l’Italia repubblicana abbia attraversato negli ultimi decenni.
Era l’ottobre del 2022: il Paese usciva faticosamente dalla pandemia, portandosi dietro una montagna di debito pubblico, un’inflazione in crescita, famiglie e imprese schiacciate dall’aumento delle bollette e un quadro internazionale già drammaticamente segnato dalla guerra in Ucraina.
A quella crisi, negli anni successivi, si sarebbero aggiunte nuove tensioni geopolitiche, instabilità nei mercati, crisi energetiche e commerciali, pressioni migratorie sempre più intense nel Mediterraneo.
In un contesto simile, sarebbe stato facile scegliere la strada della propaganda, delle promesse impossibili o delle misure emergenziali senza prospettiva.
Invece, il Governo Meloni ha provato a seguire una direzione diversa: mettere in sicurezza i conti pubblici, sostenere il lavoro, alleggerire il peso fiscale, affrontare il tema dell’immigrazione irregolare senza ipocrisie e restituire all’Italia un ruolo più autorevole nello scenario europeo e internazionale.
Naturalmente nessun governo può risolvere in quattro anni problemi accumulati in decenni.
Sarebbe ingenuo sostenerlo.
Ma sarebbe altrettanto scorretto negare i risultati ottenuti, soprattutto se li si misura rispetto al punto di partenza e alle difficoltà affrontate.
Il bilancio di questi anni non può essere ridotto a uno slogan: va letto nei numeri, nelle scelte compiute e nella maggiore stabilità conquistata dal Paese.
Uno dei risultati più importanti riguarda senza dubbio il fisco.
Per troppo tempo in Italia il sistema tributario è stato vissuto come un labirinto: complesso, costoso, spesso iniquo e capace di penalizzare soprattutto chi produce reddito, crea occupazione e rispetta le regole.
Famiglie, lavoratori autonomi e imprese hanno affrontato per anni una pressione fiscale elevata, accompagnata da adempimenti burocratici che sottraevano tempo, risorse e competitività.
Il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese rappresenta quindi una scelta politica precisa: lasciare più risorse a chi lavora e a chi investe.
Non si tratta semplicemente di una misura contabile.
Dietro una riduzione della pressione fiscale ci sono famiglie che possono far fronte meglio alle spese quotidiane, lavoratori che vedono aumentare il proprio reddito disponibile, aziende che possono assumere, innovare o rafforzarsi sui mercati. In un periodo in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, intervenire sul cuneo fiscale e sul carico tributario ha significato offrire un sostegno concreto, non teorico.
Per anni si è detto che abbassare le tasse fosse impossibile, perché i vincoli di bilancio avrebbero impedito ogni intervento.
Eppure il Governo Meloni ha dimostrato che la responsabilità nei conti pubblici e la riduzione della pressione fiscale non sono obiettivi incompatibili.
La vera questione è decidere dove mettere le priorità.
Se si ritiene che il lavoro debba essere premiato e che le imprese non vadano considerate solo come un bancomat dello Stato, allora il fisco deve diventare uno strumento di crescita e non un freno permanente.
Il secondo grande capitolo riguarda il lavoro.
Anche qui, l’Italia veniva da una lunga stagione di fragilità: salari bassi, precarietà, giovani costretti a cercare opportunità all’estero, donne spesso escluse o penalizzate nel mercato del lavoro, imprese in difficoltà nel reperire competenze.
In questo scenario, l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili è un dato che non può essere liquidato con superficialità.
La stabilità lavorativa è una condizione essenziale per costruire una vita.
Significa poter chiedere un mutuo, progettare una famiglia, programmare il futuro, avere maggiore sicurezza economica e dignità personale.
Per questo la crescita dell’occupazione non va valutata soltanto in termini statistici, ma anche per il suo impatto socialeù
. Un contratto stabile non è solo un numero: è un pezzo di libertà in più per un cittadino.
Va detto con chiarezza: la crescita dell’occupazione non dipende mai esclusivamente da un singolo provvedimento.
Incidono l’andamento dell’economia, le dinamiche internazionali, la capacità delle imprese e il lavoro delle parti sociali.
Tuttavia, la politica può creare un ambiente favorevole oppure ostacolarlo.
Le misure adottate dal Governo, dagli incentivi all’occupazione alla riduzione del costo del lavoro, dal sostegno alle imprese fino alla maggiore attenzione alla formazione, hanno contribuito a rendere più conveniente assumere e più sostenibile mantenere i posti di lavoro.
Questo risultato acquista ancora più valore se si considera il contesto internazionale.
Negli ultimi anni molte economie europee hanno rallentato o hanno subito pesantemente gli effetti dell’aumento dei costi energetici, delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e dell’incertezza geopolitica.
L’Italia, pur con tutti i suoi limiti strutturali, ha mostrato una capacità di tenuta che non era affatto scontata.
E una parte importante di questa tenuta è derivata proprio dalla scelta di non abbandonare il mondo produttivo.
Un altro terreno su cui il Governo Meloni ha deciso di intervenire con maggiore determinazione è quello dell’immigrazione irregolare.
Per anni il dibattito pubblico italiano è stato condizionato da due estremi: da una parte chi negava l’esistenza del problema; dall’altra chi lo utilizzava esclusivamente per alimentare paura e divisione. Ma l’immigrazione irregolare è una questione reale, complessa e delicata.
Riguarda la sicurezza delle frontiere, la dignità delle persone, il contrasto ai trafficanti, la gestione dell’accoglienza, l’integrazione e i rapporti con i Paesi di origine e di transito.
La riduzione del 70% degli sbarchi illegali rappresenta un risultato significativo, soprattutto perché indica un cambio di approccio. Contrastare gli ingressi irregolari non significa essere contro l’immigrazione in quanto tale.
Significa invece affermare che l’Italia ha il diritto e il dovere di governare i propri confini, di distinguere tra chi ha diritto alla protezione internazionale e chi entra illegalmente, di combattere le organizzazioni criminali che sfruttano esseri umani e trasformano il Mediterraneo in un cimitero.
La strategia adottata ha puntato maggiormente sulla cooperazione con i Paesi africani, sul rafforzamento delle intese internazionali, sulla lotta alle reti dei trafficanti e su una gestione più rigorosa dei flussi.
È una strada certamente impegnativa e non priva di ostacoli, ma è l’unica che possa produrre risultati duraturi. Pensare di affrontare un fenomeno globale solo con misure interne è insufficiente.
Servono accordi, diplomazia, investimenti nei Paesi di partenza, rimpatri efficaci per chi non ha diritto a restare e canali regolari per chi può contribuire legalmente alla crescita dell’Italia.
Su questo tema è importante liberarsi da una forma di moralismo astratto.
Non è umano lasciare che migliaia di persone rischino la vita in mare affidandosi a trafficanti senza scrupoli.
Non è solidale costruire un sistema che alimenta illegalità, sfruttamento e marginalità.
Non è giusto nei confronti degli stessi migranti, né nei confronti delle comunità locali che devono gestire le conseguenze dell’assenza di regole.
La vera solidarietà non coincide con il caos: richiede ordine, responsabilità e capacità di governo.
Tra i risultati più rilevanti vi è poi l’attenzione alla sanità pubblica.
Il Governo Meloni ha realizzato il più grande investimento in sanità rispetto a tutti i governi precedenti.
È un punto centrale, perché il Servizio sanitario nazionale è uno dei pilastri della coesione italiana.
Quando la sanità pubblica funziona, si riducono le disuguaglianze, si tutela chi è più fragile e si dà concretezza al principio costituzionale secondo cui la salute è un diritto fondamentale dell’individuo.
La pandemia ha mostrato con brutalità quanto sia indispensabile avere ospedali efficienti, personale adeguato, medicina territoriale, pronto soccorso funzionanti e capacità di prevenzione.
Ma ha anche evidenziato problemi che esistevano già: carenza di medici e infermieri, liste d’attesa troppo lunghe, differenze marcate tra territori, strutture sotto pressione.
Non bastano le dichiarazioni di principio: servono risorse, programmazione e riforme.
L’aumento degli investimenti in sanità va letto proprio in questa chiave.
Significa riconoscere che il sistema non può essere lasciato solo ad affrontare le emergenze.
Significa tentare di rafforzare i servizi, sostenere il personale, modernizzare le strutture e ridurre le distanze tra cittadini e cure. Naturalmente il lavoro da fare resta enorme.
Nessuno può negare che le liste d’attesa siano ancora un problema grave, che in alcune aree del Paese l’accesso alle prestazioni rimanga difficile e che la fuga dei professionisti sanitari vada contrastata con maggiore incisività. Ma riconoscere i problemi non deve portare a ignorare gli investimenti realizzati. Al contrario, deve spingere a proseguire con ancora più determinazione.
Un altro aspetto che merita attenzione è la stabilità politica.
L’Italia ha conosciuto, per molti anni, governi brevi, maggioranze fragili, cambi di rotta frequenti e una percezione diffusa di precarietà istituzionale.
Questa instabilità ha avuto conseguenze concrete: ha indebolito la credibilità internazionale del Paese, ha rallentato le riforme, ha scoraggiato gli investimenti e ha alimentato nei cittadini l’idea che la politica fosse incapace di decidere.
Il Governo Meloni, al di là delle legittime differenze di opinione, ha garantito una continuità che non era scontata.
Avere un esecutivo politicamente coeso e in grado di mantenere una linea riconoscibile ha consentito all’Italia di presentarsi con maggiore autorevolezza ai tavoli europei e internazionali.
In un tempo dominato dall’incertezza, la stabilità è un valore.
Non significa immobilismo, né assenza di conflitto democratico.
Significa poter programmare, negoziare, difendere gli interessi nazionali con una voce più forte.
Sul piano europeo, il Governo ha dovuto muoversi tra esigenze spesso contrapposte: rispettare gli impegni di bilancio, proteggere il potere d’acquisto delle famiglie, sostenere le imprese, gestire le risorse del PNRR e chiedere all’Unione europea maggiore attenzione ai problemi italiani, dall’energia all’immigrazione.
Non tutto è stato semplice e non tutto dipendeva dall’Italia.
Tuttavia, il cambio di postura è apparso evidente: non più un Paese che si limita ad adeguarsi, ma una nazione che prova a far valere le proprie ragioni.
Questo non significa trasformare ogni confronto con Bruxelles in uno scontro ideologico. Significa, piuttosto, comprendere che l’interesse nazionale non è una parola fuori moda.
L’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, una grande economia industriale, una nazione centrale nel Mediterraneo.
Ha il diritto di chiedere che le regole europee tengano conto della realtà, delle specificità produttive, delle esigenze di sicurezza e delle sfide demografiche che la riguardano.
Il tema energetico è stato uno dei banchi di prova più duri. L’aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità ha messo in difficoltà famiglie e aziende, in particolare quelle energivore. Molte imprese hanno rischiato di ridurre la produzione o di chiudere; molte famiglie si sono trovate a scegliere tra spese essenziali. In quella fase, il Governo ha dovuto intervenire cercando un equilibrio difficile tra aiuti immediati e sostenibilità finanziaria.
La crisi energetica ha anche insegnato una lezione importante: l’Italia non può dipendere eccessivamente da fornitori esterni o da scelte compiute senza una visione strategica di lungo periodo.
Diversificare gli approvvigionamenti, rafforzare le infrastrutture, investire nelle energie rinnovabili senza compromettere la competitività industriale e difendere il diritto delle imprese a produrre sono obiettivi che devono restare centrali.
La transizione ecologica non può tradursi in deindustrializzazione.
L’ambiente va tutelato, ma senza consegnare interi settori produttivi alla concorrenza di Paesi che inquinano di più e producono a costi più bassi.
In questi quattro anni si è parlato molto anche di famiglia, natalità e demografia.
L’Italia è uno dei Paesi più anziani del mondo e registra un tasso di natalità troppo basso per garantire il ricambio generazionale.
Questo non è soltanto un problema culturale o privato: è una questione economica e sociale gigantesca.
Meno nascite significano, nel lungo periodo, meno lavoratori, più pressione sul sistema pensionistico, meno crescita e comunità sempre più fragili.
Sostenere la famiglia, dunque, non è una battaglia identitaria fine a se stessa.
È una scelta strategica. Servono servizi per l’infanzia, politiche abitative, lavoro stabile, salari adeguati, strumenti che rendano compatibili maternità, paternità e occupazione.
È giusto che il Governo abbia riportato questo tema al centro dell’agenda politica, anche se molto resta da fare e le soluzioni non possono essere né semplici né immediate.
La demografia è una sfida che richiede costanza, investimenti e una visione decennale.
A chi critica il Governo Meloni va riconosciuto un punto: i risultati non autorizzano l’autocompiacimento.
L’Italia ha ancora problemi profondi.
Il costo della vita pesa su troppe famiglie; i salari devono crescere; la produttività resta insufficiente; le differenze tra Nord e Sud richiedono politiche più efficaci; la giustizia civile e la burocrazia continuano a rallentare cittadini e imprese.
E il sistema sanitario, nonostante gli investimenti, deve essere reso più accessibile e vicino ai bisogni quotidiani delle persone.
Ma una critica seria dovrebbe partire dai fatti, non dalla caricatura.
Non è corretto descrivere questi anni come un periodo di immobilismo o di fallimenti generalizzati.
Il quadro reale racconta altro: un Paese che ha affrontato guerre, inflazione, crisi energetiche e tensioni internazionali senza perdere la propria capacità produttiva; un governo che ha scelto di intervenire sul fisco, sul lavoro, sulla sicurezza dei confini e sulla sanità; un’Italia che ha provato a recuperare stabilità e credibilità.
Il punto decisivo è forse proprio questo: governare non significa inseguire il consenso di un giorno, ma assumersi la responsabilità di scegliere anche quando le condizioni sono difficili. In quattro anni il Governo Meloni ha dovuto prendere decisioni spesso impopolari o complesse, evitando di cedere alla tentazione di spendere senza criterio e di promettere ciò che non poteva mantenere.
Si può discutere delle singole misure, si possono chiedere correttivi e risultati ancora più ambiziosi, ma non si può negare che sia stata impressa una direzione.
Il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese, la riduzione del 70% degli sbarchi illegali, l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili e il più grande investimento nella sanità rappresentano quattro pilastri di un bilancio politico concreto. Sono risultati che parlano di una visione: meno tasse sul lavoro e sulla produzione, più occupazione stabile, maggiore controllo dei confini, più risorse per la salute dei cittadini.
Quattro anni dopo l’insediamento del Governo Meloni, il giudizio non dovrebbe essere affidato ai pregiudizi.
Chi sostiene l’esecutivo ha il diritto di rivendicarne i risultati; chi lo critica ha il dovere di avanzare proposte alternative credibili. Ma il confronto democratico diventa utile solo quando riconosce la realtà.
E la realtà è che l’Italia, pur dentro una stagione internazionale durissima, ha mostrato una capacità di resistenza e di rilancio che merita di essere valorizzata.
La strada resta lunga, e nessuno dovrebbe fingere il contrario.
Tuttavia, dopo anni di sfiducia, instabilità e rinvii, l’idea che l’Italia possa tornare a decide
re, a difendere il proprio lavoro, a investire nei servizi pubblici e a contare di più nel mondo è già un cambiamento rilevante. Questo è il punto da cui partire per il futuro: non negare le difficoltà, ma affrontarle con serietà, coraggio e una visione nazionale.
