Non può avere una riserva culturale

Giorgia Meloni ha escluso il Quirinale dai propri programmi personali e ha indicato come obiettivo politico la conclusione del mandato di governo, seguita da una nuova richiesta di fiducia agli italiani.
Nelle anticipazioni del libro di Bruno Vespa diffuse dall’Ansa il 1° novembre, tuttavia, il presidente del Consiglio solleva una questione che supera le proprie ambizioni: una persona di cultura conservatrice deve poter aspirare alla presidenza della Repubblica senza essere considerata, per questo solo fatto, inadatta.
La rivendicazione è condivisibile.
In una democrazia compiuta, l’appartenenza politica può certamente costituire un elemento di valutazione, insieme alla storia personale, alle idee espresse e ai comportamenti istituzionali.
Non può però trasformarsi in una causa di esclusione preventiva.
La credibilità di una candidatura al Quirinale si misura sulla capacità di esercitare la funzione, rispettarne i limiti costituzionali e rappresentare anche i cittadini che hanno orientamenti diversi da quelli del presidente eletto.
Meloni definisce «razzismo culturale» la pretesa secondo cui un ottimo presidente della Repubblica dovrebbe necessariamente provenire dal centrosinistra.
Si può discutere dell’espressione, forse volutamente aspra e destinata a suscitare reazioni.
Il problema politico che essa intende descrivere, però, resta reale: chi assegna a una sola area culturale il monopolio dell’affidabilità istituzionale introduce una gerarchia tra cittadini che, nella Repubblica, hanno gli stessi diritti politici.
La funzione di garanzia si dimostra nei comportamenti
La Costituzione affida l’elezione del capo dello Stato al Parlamento in seduta comune, con la partecipazione dei delegati regionali, e prevede maggioranze qualificate nei primi tre scrutini.
Non è un dettaglio procedurale.
È il modo attraverso cui i costituenti hanno immaginato una scelta capace di superare la logica della maggioranza semplice e di cercare una convergenza ampia.
Il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale.
Proprio per questo, la sua elezione non dovrebbe essere considerata il premio riservato a una determinata parte del Paese, né il risultato automatico dell’orientamento politico prevalente in una certa fase storica.
Ma rappresentare l’unità nazionale non significa appartenere necessariamente alla cultura politica del centrosinistra.
Significa possedere autonomia di giudizio, senso delle istituzioni, equilibrio e autorevolezza.
Una persona può avere una biografia politica riconoscibile e, una volta eletta, saper esercitare con rigore una funzione di garanzia. Può anche rivendicare una superiore neutralità e poi comportarsi in modo parziale o utilizzare le prerogative del ruolo secondo una logica di parte.
Il discrimine, dunque, non è la provenienza politica in sé.
È l’uso dei poteri, la correttezza delle decisioni, il rispetto degli equilibri costituzionali e la capacità di non confondere la propria storia con il mandato ricevuto.
Il capo dello Stato non è privo di convinzioni.
Nessun essere umano lo è, e tanto meno lo è una figura che abbia ricoperto responsabilità pubbliche per decenni.
La garanzia istituzionale non consiste nell’assenza di idee, ma nella capacità di esercitare la funzione al di sopra degli interessi immediati della propria parte.
Questo vale per un candidato progressista come per un candidato conservatore.
Le obiezioni devono essere concrete
Per questo, l’obiezione a un possibile candidato di cultura conservatrice dovrebbe indicare ragioni concrete.
Si può sostenere che una persona non abbia sufficiente esperienza istituzionale.
Si possono richiamare precedenti comportamenti ritenuti incompatibili con la funzione.
Si possono sollevare dubbi fondati sulla sua indipendenza, sul suo equilibrio o sulla disponibilità a rispettare le prerogative degli altri organi costituzionali.
Sono argomenti legittimi, e su questi il confronto deve essere severo.
Un candidato al Quirinale non può essere valutato con indulgenza soltanto perché appartiene alla propria area politica.
Ma il semplice richiamo alla provenienza culturale non basta.
Dire che una persona è inadatta perché conservatrice significa trasformare un giudizio politico in una presunta condizione di illegittimità repubblicana.
Il rischio è quello di lasciare intendere che una parte della Nazione possa governare, ottenere il consenso degli elettori e assumere la responsabilità dell’indirizzo politico, ma debba sempre cercare altrove chi possa rappresentarla ai massimi livelli istituzionali.
È una concezione che separa artificialmente il Paese reale dalla Repubblica ufficiale: da una parte gli italiani autorizzati a governare, dall’altra quelli ritenuti degni di incarnare la Nazione.
Una simile distinzione non è compatibile con il principio di uguaglianza politica.
Il presidente della Repubblica non deve essere espressione di una maggioranza partitica, ma non può neppure essere scelto sulla base dell’idea che soltanto una determinata tradizione culturale possieda i requisiti morali per accedere al Quirinale.
Il centrosinistra ha il diritto di difendere i propri candidati
Il centrosinistra ha pieno diritto di sostenere i propri candidati e di contrastare quelli proposti dagli avversari.
Può ritenere che una personalità progressista sia più adatta a interpretare il ruolo, può giudicare preferibile una determinata storia istituzionale e può cercare i voti necessari per costruire una maggioranza.
La competizione politica non deve essere cancellata in nome di una neutralità astratta.
L’elezione del capo dello Stato è anche una scelta politica, sebbene sottoposta a regole e responsabilità diverse da quelle che riguardano la formazione di un governo.
I partiti hanno il diritto di proporre, negoziare, votare e opporsi.
Altra cosa, però, è sostenere che una determinata area culturale debba disporre di una riserva sul Colle.
Una preferenza politica diventa allora una presunta condizione di legittimità repubblicana.
Non si dice più: “riteniamo migliore quel candidato”.
Si lascia intendere: “un candidato dell’altra parte, proprio in quanto appartenente a quell’altra parte, non può essere un buon presidente”.
È questo il salto che Meloni contesta, e sul quale la sua critica coglie il punto.
La presidenza della Repubblica non può essere consegnata a una tradizione politica come se fosse un patrimonio esclusivo.
La storia repubblicana conosce presidenti con sensibilità, percorsi e culture diverse.
Ciò che deve accomunarli non è l’adesione a un’unica visione ideologica, ma il rispetto della Costituzione e la capacità di svolgere la funzione con indipendenza.
La responsabilità del centrodestra
La stessa logica impone, tuttavia, una responsabilità al centrodestra.
Denunciare una preclusione culturale non significa rivendicare un diritto automatico al Quirinale.
Vincere le elezioni politiche attribuisce il mandato a governare; l’elezione del presidente della Repubblica segue il proprio percorso costituzionale. Sono due piani distinti e non possono essere sovrapposti.
Il consenso ottenuto alle elezioni politiche non basta, da solo, a legittimare qualsiasi candidatura al Colle.
Una maggioranza di governo può avanzare una proposta, ma deve dimostrare che la persona indicata possieda caratteristiche adeguate alla funzione: autorevolezza, equilibrio, cultura istituzionale, capacità di dialogo e indipendenza.
Soprattutto, un presidente eletto con il sostegno della maggioranza dovrebbe essere in grado di esercitare le proprie funzioni anche nei confronti della maggioranza che lo ha sostenuto.
Il Quirinale non è il prolungamento di Palazzo Chigi e il capo dello Stato non è il garante politico di chi lo ha eletto.
La prova decisiva della sua autonomia arriva spesso proprio quando deve assumere decisioni sgradite alla parte che ha contribuito alla sua elezione.
Per questo il centrodestra non dovrebbe limitarsi a rivendicare una rappresentanza simbolica.
Dovrebbe dimostrare di essere capace di proporre figure realmente nazionali, non semplicemente esponenti di partito trasferiti in una posizione più alta.
La cultura conservatrice ha pieno diritto di aspirare alla massima carica istituzionale, ma deve accettare fino in fondo il livello di severità richiesto da quella carica.
Un candidato conservatore credibile non dovrebbe essere scelto soltanto perché appartiene alla parte politica che in quel momento dispone dei numeri parlamentari.
Dovrebbe poter convincere anche interlocutori esterni al proprio schieramento, mostrando una storia di responsabilità e una concezione del potere compatibile con i limiti costituzionali.
Il miglior modo per superare una preclusione è presentare una personalità che renda la preclusione indifendibile.
