La lezione che la destra occidentale non può ignorare

Donald Trump ha perso sonoramente le elezioni di metà mandato.

Il risultato può essere letto in molti modi, come accade sempre nella politica americana: una reazione locale, un voto di protesta, una mobilitazione dell’elettorato democratico, una conseguenza delle condizioni economiche o semplicemente un segnale di stanchezza nei confronti di un presidente divisivo.

Ma sarebbe un errore minimizzare ciò che è accaduto. Questa volta non si è trattato soltanto di una battuta d’arresto elettorale.

È stata una vera e propria ondata democratica, capace di mettere in discussione il modo in cui Trump ha interpretato il proprio ruolo sulla scena internazionale e il rapporto tra la destra americana e l’Occidente.

Il voto ha rappresentato una bocciatura delle sue scelte politiche, della sua impostazione muscolare e, soprattutto, della convinzione che gli Stati Uniti possano rafforzarsi indebolendo i propri alleati.

Da uomo di centro destra, dispiace vedere perdere la destra.

Dispiace perché per anni Trump ha rappresentato, almeno in parte, una reazione necessaria agli eccessi del progressismo occidentale: il politicamente corretto trasformato in dogma, l’immigrazione fuori controllo, la perdita di centralità del lavoro, l’idea che ogni identità nazionale debba essere considerata sospetta e che ogni tradizione debba essere sottoposta a processo.

Trump ha avuto il merito di porre questi temi al centro del dibattito, interrompendo il monopolio culturale della sinistra.

Ma proprio perché la destra ha bisogno di una prospettiva politica credibile, non si può difendere ogni scelta di Trump per spirito di appartenenza.

La destra non è una tifoseria.

Non deve giustificare gli errori del proprio leader soltanto perché egli si oppone alla sinistra.

Al contrario, deve essere capace di giudicarlo con maggiore severità, soprattutto quando le sue decisioni danneggiano gli interessi dell’Occidente.

La sconfitta di Trump, per quanto dolorosa, era necessaria.

Doveva essere una lezione. Doveva ricordare a lui e a tutto il movimento conservatore americano che il consenso non nasce soltanto dalla capacità di provocare gli avversari, di dominare il ciclo mediatico o di alimentare lo scontro culturale. Un leader è giudicato anche dalla sua capacità di distinguere gli amici dai nemici, le priorità strategiche dalle questioni secondarie, la fermezza dall’improvvisazione.

Trump avrebbe dovuto essere il punto di riferimento dell’Occidente conservatore. Aveva tutte le condizioni per diventarlo: una visione critica nei confronti dell’ideologia progressista, una forte attenzione alla sicurezza, un approccio realistico alla politica internazionale e la volontà di restituire centralità agli interessi nazionali.

Invece ha finito per trasformare il conservatorismo in un esercizio permanente di conflitto, nel quale gli alleati europei sono stati trattati spesso come avversari e i veri rivali geopolitici sono rimasti sullo sfondo.

È questa la contraddizione più grave della sua politica estera. Gli Stati Uniti si trovano davanti a sfide enormi: l’ascesa della Cina, l’aggressività della Russia, l’instabilità del Medio Oriente, la competizione tecnologica, la sicurezza energetica, la guerra cibernetica e il controllo delle rotte commerciali.

Di fronte a tutto questo, Washington dovrebbe rafforzare la propria rete di alleanze. Dovrebbe rendere più coesa la comunità occidentale.

Dovrebbe convincere gli europei a spendere di più per la difesa, a fare la propria parte e ad assumersi maggiori responsabilità, senza però umiliarli o rappresentarli come parassiti. Trump ha scelto troppo spesso la strada opposta.

Ha trasformato l’Europa in un bersaglio politico, come se il problema principale degli Stati Uniti fosse la debolezza dei governi europei e non la competizione strategica con Pechino e Mosca.

Gli alleati non sono stati considerati una risorsa da riorganizzare, ma un peso da denunciare.

Il risultato è stato paradossale: nel tentativo di rendere l’America più forte, Trump ha indebolito il fronte occidentale.

Criticare l’Europa è legittimo.

Gli europei devono aumentare la spesa per la difesa, ridurre le dipendenze strategiche, diventare più efficienti e sviluppare una politica estera maggiormente autonoma.

L’Unione Europea ha spesso mostrato lentezze, divisioni e ipocrisie. Molti governi hanno chiesto protezione agli Stati Uniti senza investire abbastanza nella propria sicurezza.

Questo squilibrio va corretto.

Ma correggere uno squilibrio non significa distruggere un’alleanza. Un conto è chiedere agli europei di contribuire di più; un altro è trattarli come nemici economici, mettere in discussione la loro affidabilità o alimentare l’idea che il futuro dell’America passi attraverso il ridimensionamento politico dell’Europa.

Una grande potenza non si comporta come un imprenditore irritato perché i propri partner non pagano abbastanza.

Stabilisce priorità, costruisce consenso e usa la propria leadership per orientare gli alleati. Lo stesso vale per l’Ucraina e per i rapporti con Volodymyr Zelensky.

È assolutamente legittimo discutere gli obiettivi della guerra, i costi del sostegno americano, la sostenibilità dell’impegno occidentale e la necessità di una prospettiva diplomatica.

Nessun alleato può pretendere un assegno in bianco.

Gli Stati Uniti hanno il diritto di chiedere all’Europa una partecipazione più consistente e all’Ucraina una maggiore chiarezza politica.

Tuttavia, la questione non può essere affrontata attraverso l’umiliazione pubblica degli alleati o la banalizzazione delle responsabilità russe.

L’Ucraina non è un problema astratto di bilancio.

È il luogo in cui si decide se i confini europei possono essere modificati con la forza. È un banco di prova per la credibilità dell’Occidente e per l’intero sistema di sicurezza internazionale.

Un approccio conservatore alla guerra dovrebbe partire da un principio semplice: la pace è preferibile alla guerra, ma una pace imposta dall’aggressore non è necessariamente una pace giusta né stabile.

Se l’Ucraina viene spinta ad accettare qualsiasi condizione soltanto per chiudere il conflitto, la Russia potrebbe concludere che la forza paga.

E altri attori, in altre regioni del mondo, potrebbero trarne una lezione analoga.

Questo non significa sostenere un’escalation senza limiti.

Significa distinguere tra realismo e resa.

Il realismo non consiste nel riconoscere sempre le ragioni del più forte; consiste nel valutare con lucidità i rapporti di forza, i costi dell’inazione e le conseguenze di ogni scelta.

Se Trump vuole essere un leader conservatore, dovrebbe comprendere che la difesa dell’ordine occidentale non può essere subordinata al desiderio di ottenere un successo comunicativo immediato.

Anche il rapporto con Zelensky avrebbe richiesto maggiore equilibrio.

Un presidente americano può e deve esercitare pressioni sul leader ucraino.

Può chiedergli riforme, trasparenza, disciplina e disponibilità al negoziato.

Ma deve ricordare che Zelensky guida un Paese invaso, non un avversario politico interno.

Trattarlo come un ostacolo personale o come un interlocutore da mettere in difficoltà davanti alle telecamere non rafforza la posizione americana.

La indebolisce.

La medesima mancanza di misura è emersa nella politica dei dazi.

Il protezionismo può avere una funzione in circostanze precise. Può essere uno strumento per contrastare pratiche commerciali sleali, tutelare settori strategici o negoziare accordi più equilibrati. Ma i dazi generalizzati e utilizzati come arma politica rischiano di produrre inflazione, danneggiare consumatori e imprese americane e provocare ritorsioni da parte degli alleati.

Un’economia moderna non vive in un vuoto nazionale.

Le catene di approvvigionamento sono internazionali, le aziende dipendono da mercati esteri e la competitività americana si basa anche sulla cooperazione con partner europei e asiatici.

Colpire indistintamente amici e rivali significa confondere il campo di battaglia.

Significa costringere gli alleati a difendersi dagli Stati Uniti proprio mentre si chiede loro di sostenere la strategia americana contro la Cina.

La competizione con Pechino dovrebbe essere il centro di una politica estera occidentale seria. La Cina dispone di una capacità industriale enorme, di ambizioni tecnologiche e militari crescenti e di una crescente influenza nei Paesi emergenti.

La risposta non può essere una guerra commerciale improvvisata contro tutti.

Servono investimenti nella ricerca, protezione delle tecnologie sensibili, diversificazione delle catene produttive, accordi con gli alleati e una strategia possibile da sostenere.

Di Admin

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