De Ficchy Giovanni

Il crollo del rublo, che continua da diversi giorni ha stabilito nuovi record negativi.

Il crollo del rublo alimenta la spirale inflazionistica, che la Banca Centrale cerca di contenere con tassi d’interesse elevati.

Tuttavia, tali misure deprimono l’attività economica e il consumo, perché rendono costosissimi i servizi.

Una valuta nazionale debole aumenta il costo dei beni importati e dei componenti per la produzione, con ripercussione immediata sui prezzi al dettaglio.

Durante una guerra, si genera una forte domanda per beni e servizi destinati all’esercito, che lo Stato fornisce direttamente, poiché la sua stessa esistenza è minacciata.

Lo Stato così sostiene elevate spese militari, commissionando beni e servizi a produttori interni e stimolando così la crescita economica.

Non si tratta di una economia in salute e il beneficio è solo apparente, le importazioni russe comprendono soprattutto beni di consumo indispensabili che il paese non produce autonomamente, come elettronica, automobili, elettrodomestici e componenti critici per vari settori produttivi.

La svalutazione fa perdere potere d’acquisto, quindi rende più cari i prodotti importati, ma allo stesso tempo rende più convenienti i beni destinati all’esportazione.

 Per la Russia non ci sono vantaggi dalla svalutazione.

L’inflazione ha già cominciato a colpire anche altre categorie di beni, come alimentari, abbigliamento e servizi.

I prezzi subiranno un forte l’aumento ad esempio dell’elettronica di consumo potrebbe superare il 20%, a causa sia del tasso di cambio del rublo sia dell’elevato tasso d’interesse fissato dalla Banca Centrale (21%)

Infatti marchi di elettrodomestici prodotti in Russia come Grundig, Kuppersberg, Beko, e Vard e anche la Indesit aumenteranno i prezzi del 10%. Il gruppo francese SEB-Vostok (proprietario di Tefal,Krups) ha annunciato un incremento dei prezzi a partire dal 1° gennaio 2025.

Inoltre la fine dei combattimenti potrebbe rappresentare una minaccia ancora più drammatica per il regime di Putin

Le spese russe per la guerra sono aumentate da 68 miliardi di dollari nel 2021 a 123 miliardi di dollari nel 2023.

Queste rappresentano circa il 41% del bilancio federale e l’8% del PIL.

Attualmente, il costo medio annuo per mantenere un militare russo supera i 5 milioni di rubli, circa dieci volte di più del salario di un lavoratore civile, però i soldati sono impegnati in combattimento e, spesso, muoiono.

C

La politica economica del Cremlino, concentrata sulle spese militari, aggrava la crisi.

Per molte famiglie russe, questo periodo sarà paragonabile alla grave crisi economica degli anni novanta.

Il 17 agosto del 1998 infatti, il Governo russo dichiarò il default sul debito, raggiunto ormai a livelli insostenibili. 

La causa della crisi anche questa volta era stata una guerra, la prima guerra in Cecenia svoltasi tra il 1994 e il 1996 aveva inciso in maniera pesante sulle finanze del Paese, con un costo solo per il conflitto di 5,5 miliardi di dollari.

La crisi di produttività generò una crepa profonda nel cuore dell’economia russa, associata a una crisi politica. 

Oggi la massa monetaria a disposizione della popolazione (soprattutto di quella impegnata nella guerra) supera l’offerta di beni, e questo genera l’inflazione, che è stata accuratamente occultata nelle statistiche ufficiali per almeno tre anni.

 In realtà, l’economia russa è gonfiata dall’inflazione, poiché l’espansione della massa monetaria supera di gran lunga la creazione di valore aggiunto nel paese.

Per contenerla, la Banca Centrale Russa aumenta il tasso d’interesse, che serve a diminuire la quantità di liquidità nel sistema. 

Tutto questo non incide sulle spese militari dello stato, che continuano a inondare l’economia di liquidità, alimentando la spirale inflazionistica, ed un nuovo conseguente aumento dei tassi di interesse. 

 Ecco perchè l’economia russa non si sviluppa né cresce, ma si gonfia a causa dell’inflazione.

Di Admin

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