De Ficchy Giovanni

Gentiloni è di nobili origini, ha un Palazzo tutto suo, una strada tutta sua come lo stilista fiorentino conte Pucci in palazzo Pucci in via de’ Pucci e una ascendenza, anche se il Gentiloni del patto Gentiloni, il vecchio Vittorio Ottorino, era un lontano parente non padre o zio, però un bel nome.
Il patto Gentiloni rimetteva in circolo in Italia nel 1913 i cattolici tagliati fuori dal “non possumus” di Pio IX, prima che Mussolini firmasse i Patti Lateranensi e prima che Togliatti firmasse l’articolo 7 della Costituzione che li inglobava, e prima che Bettino Craxi li rifirmasse.
Riceve un’educazione cattolica, frequenta una scuola montessoriana (come ricorderà con orgoglio più volte nelle sue uscite pubbliche) e fa il catechista con la figlia di Aldo Moro.
Durante gli studi di Scienze Politiche alla Sapienza, Gentiloni aderì al movimento studentesco di Mario Capanna, abbandonandolo quando confluì nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo.
In quegli anni di fervore politico e intellettuale, abbracciò l’ideologia maoista e partecipò alla fondazione del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, di cui fu segretario regionale fino alla sua confluenza nel Partito di Unità Proletaria per il comunismo..
Mai un gesto di arroganza, mai una esplosione di arguzia o collera, nulla di eccessivo: papisti se si va a papi, ma quanto al resto, vive la République.
Paolo conte Gentiloni Silveri, da un giorno all’altro si ritrovò a sua insaputa ministro degli Esteri voluto da Renzi che lo preferì a uno che se ne intendeva e che quasi ne morì.
il Conte Rosso (è banale, ma lo è), è molto filorusso: se l’intende bene col ministro degli esteri di Putin, Sergei Lavrov ed è stato sempre riluttante a castigare la Russia per aver occupato la Crimea e per la guerra del Donbass.
L’ex autorevole esponente del Pd, spesso indicato come alternativa a Schlein, ha temporaneamente cambiato vita, seguendo il motto “pecunia non olet”.
Gentiloni è consulente di The European House Ambrosetti con un contratto da 30.000 euro, per il quale ha richiesto l’approvazione di Bruxelles.
La richiesta, necessaria per ottemperare alle norme sulla trasparenza e prevenzione dei conflitti di interesse per i commissari europei uscenti, è stata esaminata dai servizi della Commissione.
Si attende ora il parere finale, che dovrà valutare se l’attività di consulenza, per quanto retribuita, possa in qualche modo compromettere l’indipendenza e l’obiettività di Gentiloni nell’esercizio delle sue attuali funzioni di Commissario Europeo all’Economia.
L’attenzione si concentra in particolare sul potenziale impatto che le analisi e le strategie elaborate da The European House Ambrosetti potrebbero avere sulle decisioni economiche prese a livello europeo, considerando il ruolo chiave di Gentiloni nella definizione delle politiche in materia.
Il caso è seguito con interesse dagli osservatori politici, che sottolineano l’importanza di garantire la massima trasparenza in situazioni di questo tipo, al fine di preservare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee.
La vicenda solleva infatti interrogativi cruciali sull’etica e la responsabilità all’interno delle dinamiche decisionali comunitarie.
L’opacità, reale o percepita, può erodere la credibilità dell’intero sistema, alimentando scetticismo e disaffezione.
Per questo, si auspica un’indagine rigorosa e indipendente che faccia piena luce sui fatti, individuando eventuali responsabilità e proponendo misure concrete per rafforzare i meccanismi di controllo e prevenzione.
Non si tratta solo di punire eventuali colpevoli, ma di riaffermare i principi di integrità e accountability che devono guidare l’azione delle istituzioni europee, nell’interesse di tutti i cittadini.
La posta in gioco è alta: la legittimità stessa del progetto europeo.
A Gentiloni è stata chiesta particolare attenzione per i suoi contatti con gli colleghi dell’esecutivo comunitario.
Nonostante il via libera, Gentiloni è stato duramente criticato dalla sinistra, in particolare dall’eurodeputato tedesco dei Verdi Daniel Freund, che ha definito la decisione “completamente assurda” su Euractiv.
Le regole europee impongono di non rivelare informazioni raccolte durante l’esperienza a Palazzo Berlaymont e di non fare lobbying sulle istituzioni europee su materie di cui loro stessi si sono occupati in passato, almeno per i primi due anni trascorsi lontano da Bruxelles.
.Eppure, la linea tra informazione e lobbying si fa spesso sottile, soprattutto quando ex funzionari approdano in posizioni di rilievo nel settore privato.
La conoscenza approfondita dei meccanismi decisionali e delle dinamiche interne all’UE rappresenta un vantaggio competitivo non indifferente, e le aziende sono disposte a pagare profumatamente per averla.
Si crea così un mercato grigio, dove la consulenza strategica e l’analisi del contesto normativo europeo diventano strumenti per influenzare indirettamente le politiche.
La trasparenza, in questi casi, è cruciale per garantire che l’interesse pubblico non venga sacrificato sull’altare del profitto.
Il rischio è che la regolamentazione europea, nata per tutelare i cittadini, venga manipolata a vantaggio di pochi, minando la fiducia nelle istituzioni e nel processo democratico.
Per questo, il dibattito sull’etica e sul “revolving door” tra pubblica amministrazione e settore privato rimane più che mai aperto.
