
Va in scena l’ennesima magia della politica trasformist
In un teatro immerso nella tradizione e nella cultura partenopea, la scena politica campana si trasforma in un palcoscenico degno di una commedia.
Ogni atto è caratterizzato da un cast di personaggi che, nel corso degli anni, hanno cambiato costume così spesso che ci si chiede se non stiano recitando in una pièce teatrale scritta da un drammaturgo un po’ folle.
E ora, le cariche pubbliche sono diventate il premio per la miglior interpretazione di un ruolo che, a quanto pare, prevede solo due opzioni: l’ipocrisia e la convenienza.
Giorgia Meloni, con una domanda che potrebbe rimanere nella storia del dibattito politico come una delle più pungenti, ha colto Roberto Fico in un momento di vulnerabilità.
“Se De Luca è così bravo, perché per anni lo avete definito un sistema clientelare?
Mentivate prima… o vi piace adesso farne parte?” Un attacco diretto che non lascia scampo.
In un colpo solo, ha messo a nudo le contraddizioni di un sistema che sembra più una danza macabra che una piattaforma politica.
Immaginate gli applausi sarcastici che risuonavano tra il pubblico.
Qui, il vero spettacolo non è solo la domanda, ma la risposta – o piuttosto l’assenza di essa.
È come se avessimo assistito a un’illusione ottica: si vedono i politici schierati, ma quando cerchi di ascoltarli, la loro voce svanisce nell’aria, come un eco lontano.
E mentre il sipario cala, ci si rende conto che stiamo guardando una farsa ben orchestrata, dove gli alleati di oggi erano i nemici di ieri.
E così, abbiamo lo “stretto indispensabile” degli impresentabili che sostiene l’“incapace”, mentre l’“incapace” si aggrappa all’impresentabile come se fosse l’ultimo salvagente in un mare in tempesta. Questa commedia dell’assurdo supera persino le più sfrenate fantasie di Eduardo De Filippo; qui, la dignità è stata abbandonata da tempo, sostituita da una sorta di danza delle sedie dove, alla fine, nessuno sa mai chi rimarrà in piedi.
La verità, ahimè, è che nel mondo della politica campana c’è chi cambia idea per convenienza e chi, come un ottimo giullare, resta dov’era, divertendosi a osservare lo spettacolo da una posizione privilegiata.
Da un lato Giorgia Meloni e il suo compagno di viaggio Cirielli, che sembrano aver scelto di non iscriversi alla “Scuola Serale del Ribaltone”.
Ah, quanto ci fanno paura!
Se il ribaltone potesse parlare, nella sua lingua stentorea e insensata ci racconterebbe storie di riconciliazioni improbabili e alleanze fatte in un batter d’occhio, come i fuochi d’artificio di Ferragosto.
Guardate un po’ la situazione: tutti questi ribaltoni avevano promesso di portare avanti un’onda di rinnovamento, eppure eccoci qui, circondati da un’infinità di nomi che abbiamo imparato a conoscere e a disprezzare.
Era un cliché più che prevedibile: i nostalgici dell’antica arte di arrampicarsi sugli specchi tornano a farci visita per mostrare le loro nuove abilità.
Ci chiediamo: è questo il miglior lavoro di squadra che riescono a mettere in piedi, o stiamo assistendo a una sorta di grazia divina che calca il palcoscenico delle inefficienze?
Eppure, la gente è stanca di tutto ciò. Tra un selfie e l’altro sui social media, in fondo ai cuori dei cittadini c’è una domanda che riecheggia come un canto di stagione: dove sono finiti i veri valori?
La politica dovrebbe essere un’arte nobile, un’opportunità per costruire e non per distruggere. Ma sembra che, da queste parti, il monumento alla buona politica sia crollato sotto il peso delle convenienze personali e delle alleanze instabili.
In questa commedia infinita, i protagonisti girano attorno a un tavolo imbandito, dove non si parla mai del menu ma solo della prossima grande occasione per cambiare sponda.
Un gioco che ricorda il celebre “gioco delle tre carte” dei cantastorie napoletani: chi sa dove si trova la verità, non è mai sicuro di poterla trovare.
Dobbiamo quindi accontentarci di una politica che sventola la bandiera della finta coerenza mentre nasconde sotto il tappeto un’infinità di scheletri e contraddizioni.
E mentre i Campani assaporano questo dramma in continua evoluzione, ci rimane solo da chiedere: riusciranno mai a trovare un attore principale onesto in questa rappresentazione?
O continueremo ad assistere a uno spettacolo dell’assurdo, in cui il copione viene scritto ogni giorno, tanto per divertire il pubblico e farci dimenticare che dietro le quinte c’è una giostra che gira senza sosta?
In questo contesto, la lotta tra Meloni e Fico sembra vivere nel regno delle favole, dove tutto è possibile e dove le uniche leggi da seguire sono quelle del mercato e delle opportunità.
Ma, ahimè, il popolo, seduto tra le poltrone logore peccato che non possa andare in scena a reclamare il proprio diritto a una narrazione diversa.
Perché in fondo, cambiare idea dovrebbe essere un atto di coraggio, non di convenienza.
E finché la commedia continua, noi, in platea, rimarremo sempre in attesa della vera ovazione finale.
Questa è la politica trasformista della Campania, un luogo dove anche i cartoni animati più surreali sembrano avere più coerenza.
Non ci resta che osservare questa danza dei pupazzi, berci un caffè e aspettare il prossimo atto di questa tragicommedia.
E se mai dovessero aver bisogno di un nuovo autore per il copione, potremmo sempre suggerire un parente di Eduardo, così magari si potrà ritrovare un pò di quella dignità perduta.

