
Nella lista dei novantanove rilasciati dalla criminale dittatura, non appare il nome di Alberto Trentini
È con un profondo senso di rifiuto e incomprensione che Armanda Colusso, la mamma di Alberto Trentini, ha appena affrontato una delle prove più dure della propria vita: passare il secondo Natale senza il suo amato figlio.
Martedì mattina, la sua voce tremante ha risuonato attraverso le onde radio del podcast “Sei e trenta”, trasmettendo non solo la sua angoscia, ma anche il coraggio di una madre che si aggrappa alla speranza in un contesto di desolazione.
«Sono stati tredici mesi di calvario», ha dichiarato Colusso, descrivendo il lungo periodo di sofferenza che ha accompagnato la sua vita da quando il destino le ha sottratto Alberto, arrestato dalle autorità venezuelane mentre si recava in missione per l’organizzazione Humanity & Inclusion.
Da quel tragico 15 novembre 2024, il silenzio ha riempito la casa, un silenzio assordante che ricorda costantemente la presenza mancante di un figlio che, pur in assenza, aveva sempre mantenuto vivo il legame familiare attraverso contatti quotidiani.
«Eravamo abituati alle sue assenze», ha continuato, «ma c’era sempre un contatto giornaliero.
Ora c’è solo una frustrazione e un’angoscia che non possiamo ignorareᄏ.
La realtà drammatica della detenzione di Alberto è stata svelata dagli ex prigionieri del carcere di El Rodeo I, dove è recluso.
Il racconto dell’avvocato colombiano Ivan Colmenares, recentemente liberato, offre uno scorcio dell’inferno in cui Alberto sta vivendo.
Le celle piccole e sporche, le torture inflitte dalle guardie incappucciate, tutto si unisce in un quadro desolante della condizione umana.
Eppure, nonostante tutto, la madre di Alberto ha tenuto accesa una piccola fiammella di speranza, supportata dalle parole del figlio: «Ci ha detto che il peggio era passato».
Ma quale possa essere stato quel “peggio” rimane un mistero avvolto nella paura.

Nelle tre occasioni in cui è riuscito a telefonare a casa, Alberto ha mostrato una forza che, seppur messa a dura prova, riesce a sprigionarsi tra le righe del dolore e dell’incertezza.
«Non ci siamo detti molto perché eravamo troppo emozionati» ha confidato Armanda, e quel silenzio carico di emozione parla più di mille parole.
La condizione di Alberto rimane avvolta nel mistero, ma l’amore di una madre riesce a oltrepassare le barriere fisiche. In quella quotidianità stravolta dall’assenza, la speranza rimane l’unico filo che la lega al suo ragazzo.
La lettera inviata al presidente Nicolás Maduro rappresenta un tentativo di rompere l’oblio e la solitudine che hanno caratterizzato questi mesi.
Armanda ha voluto spiegare a Maduro il vero motivo della missione di Alberto: portare aiuto a chi ne ha bisogno. Un gesto che, purtroppo, sembra non aver trovato la giusta comprensione in un paese in cui le istituzioni possono sembrare lontane e indifferenti.

La delusione di Armanda nei confronti del governo italiano, colpevole di non aver gestito con la dovuta urgenza e diplomazia il caso del figlio, si sposa con un desiderio di giustizia che va oltre i confini nazionali.
La presenza del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, nel messaggio di Natale dedicato ad Alberto è un richiamo collettivo a non dimenticare, a non far scivolare nella routine del quotidiano il dramma di una famiglia.
La città di Venezia si unisce intorno a un ragazzo che, con il suo gesto altruistico, ha incarnato il meglio dell’umanità, cercando di dare una mano a chi vive nel dolore e nella sofferenza.
«Che gli arrivi il nostro messaggio di grande vicinanza, corale, di tutta la città», ha dichiarato Brugnaro, e queste parole si sovrappongono a un milione di speranze racchiuse nel cuore di una madre.
A pochi giorni dalle festività che dovrebbero rappresentare la gioia e la condivisione, Armanda Colusso naviga in un mare di ricordi e sogni infranti.
Non è solo una questione di un posto vuoto a tavola; è l’assenza di un amore, di una presenza che trasformava ogni Natale in un momento unico e speciale.
La vita continua, ma la mancanza di Alberto si fa sentire come un eco che risuona in ogni angolo della sua esistenza.
Alberto è forte, lo ha dimostrato nei momenti più bui, e la madre si aggrappa a questa certezza. La speranza, anche se fragile, è un dono prezioso che la spinge a continuare a lottare, a non arrendersi di fronte all’impossibile.
La comunità internazionale, le istituzioni e l’opinione pubblica sono chiamate a non voltarsi dall’altra parte, a considerare il valore della vita umana, e ad agire affinché il grido di una madre non cada nel vuoto.
In questo secondo Natale senza di lui, il dolore di Armanda Colusso non può essere compreso fino in fondo, ma ci insegna qualcosa di profondo su cosa significhi essere genitori in periodi di crisi, su come l’amore possa trionfare anche nelle circostanze più avverse.
La storia di Alberto Trentini è un richiamo alla coscienza sociale, un invito a riflettere sulle ingiustizie e a perseguire la libertà e la dignità di ogni essere umano.
L’augurio è che, in un futuro prossimo, la luce della verità e della giustizia riesca a illuminare questo lungo cammino tortuoso, riportando finalmente a casa chi è stato ingiustamente privato della propria libertà. Natale sarà nuovamente una festa di gioia, solo quando tutte le madri potranno riabbracciare i propri figli, quando ogni tavola potrà riunirsi nella calda luce della solidarietà e dell’amore.
