Di George G.Lombardi

Nel cuore pulsante del Medio Oriente, la tensione è palpabile.

Non si tratta semplicemente di un intreccio geopolitico tra nazioni, ma di una chiamata forte e chiara: ora basta.

Il Capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, non ha usato mezzi termini nel dichiarare il suo impegno totale verso l’Arabia Saudita, definita “scelta da Dio per servire i Due Sacri Santuari”.

Queste parole non sono solo un gesto retorico; rappresentano un patto di sangue e anima, un’immediata disponibilità del popolo pakistano a sacrificarsi per difendere un ruolo sacro che va oltre ogni calcolo politico.

Questo senso di dedizione religiosa e strategica si riflette anche negli Emirati Arabi Uniti (EAU) e nel Bahrain, che hanno compiuto un passo storico normalizzando ufficialmente le loro comunicazioni con Israele.

La fusione dei canali televisivi, con scambi di saluti in ebraico, non è solo un gesto simbolico: è l’embodiment di una nuova alleanza regionale concreta e pragmatica che ridefinisce equilibri secolari, spingendo la regione verso una cooperazione inedita contro minacce comuni.

Ma è il messaggio degli Emirati agli occhi dell’Europa, e specialmente all’Italia e ai leader della NATO, ad essere più diretto e sferzante: “Nessuno vi ha detto ‘andate in battaglia contro l’Iran’.

Difendete il vostro pane, la vostra acqua, le vostre medicine.

Combattete la vostra battaglia, non aspettatevi che altri lo facciano per voi”.

L’accusa è netta: timidezza, ipocrisia, e un’azione diplomatica che proclama virtù ma, nei fatti, permette al male di radicarsi e prosperare.

L’Iran, con la sua potenza missilistica e i suoi droni, è indubbiamente un pericolo reale.

Tuttavia, il paragone con la Libia di Gheddafi fa riflettere.

Allora, nessuna paura ha impedito interventi militari per fermare un dittatore, mentre oggi si esita davanti a un regime che ha versato il sangue di milioni: cristiani, musulmani, ebrei, occidentali.

Le azioni parlano più delle parole: Gheddafi non ha mai chiuso lo Stretto di Hormuz né bloccato il flusso vitale di petrolio e gas europei, né tenuto in ostaggio aiuti umanitari.

Confrontare questi fatti è necessario per smascherare codardia e calcoli fuorvianti.

Europa, svegliati! Vuoi raccogliere i frutti della prosperità e della pace ma temi le spine del coraggio, tremi davanti a terminologie scomode, preferisci ammonire e predicare moderazione mentre sotto i tuoi occhi la regione brucia sotto la morsa iraniana.

Il tempo delle esitazioni è finito.

È ora di crescere come leader responsabili, lasciando da parte partigianerie e vendette di retroguardia.

Non è una questione di politica interna o di scontri ideologici; è una chiamata a proteggere il futuro dei propri popoli con decisione e autenticità.

Gli Emirati Arabi Uniti, definendosi la “Sparta del Medio Oriente”, incarnano questa nuova idea di responsabilità condivisa.

Di fronte agli attacchi iraniani, loro hanno tenuto la linea, bloccando le minacce e mantenendo aperte le vie del commercio globale.

Ricordano a tutti che il flusso degli scambi e delle risorse essenziali non è un fardello da scaricare sugli altri, ma una missione da abbracciare con coraggio.

Non serve stare nascosti dietro a parole vuote o a trattati scritti su pergamene ingiallite dal tempo: ci vogliono mani forti, cuori ardenti e menti lucide per difendere ciò che è vitale.

Il presente implora un cambio di passo radicale: l’era dell’ambiguità diplomatica e delle indecisioni deve lasciare spazio a un’azione concreta, forte e condivisa.

Difendere lo Stretto di Hormuz significa proteggere non solo una regione, ma l’intera economia mondiale, la stabilità internazionale, e soprattutto la dignità di nazioni che non possono più permettersi di nascondersi dietro la paura o il comodo silenzio.

Ora basta. Gli Emirati, i Sauditi e il Pakistan hanno preso posizione.

Hanno mostrato cosa significa davvero unità, coraggio e fedeltà a principi che trascendono confini e interessi immediati.

Tocca ora a Europa, Italia, NATO e comunità internazionale fare altrettanto.

Il tempo dei discorsi è finito: è l’ora dei fatti concreti.

Chi vuole un mondo più sicuro e giusto non può più rimanere spettatore.

Deve prendere parte alla battaglia, con spirito di sacrificio ma anche con mente lucida, perché il futuro di milioni dipende dalla scelta che verrà fatta oggi.

Il Medio Oriente ha gridato il suo “ORA BASTA”: è il momento che il mondo ascolti e agisca.

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