C’è un’immagine che più di ogni altra racconta lo stato dell’amministrazione capitolina: aiuole appena rifatte che vengono smantellate nel giro di pochi mesi. Succede a Viale Mazzini, ma potrebbe essere ovunque. È il simbolo di una città dove la programmazione sembra un optional e dove le opere pubbliche si contraddicono a vicenda. La riqualificazione dell’area era partita a settembre 2024, con l’obiettivo di restituire decoro e funzionalità a uno dei quadranti più importanti della città. I lavori si sono conclusi nell’agosto 2025. Tempo di qualche fotografia, qualche dichiarazione e qualche post celebrativo, e tutto è stato rimesso in discussione. Da febbraio 2026, infatti, le stesse aree sono state nuovamente aperte per fare spazio ai cantieri della Metro C. Non si tratta di una fatalità, né di un imprevisto. I lavori della tratta T2, che interessano anche la futura stazione Mazzini, erano pianificati da tempo. Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda politicamente esplosiva: com’è possibile che si sia deciso di intervenire su quelle aree senza tenere conto di cantieri imminenti? La risposta, per l’opposizione, è tanto semplice quanto allarmante: mancanza di coordinamento, assenza di visione, gestione frammentaria. Fabio Sabbatani Schiuma, esponente di Fratelli d’Italia, ha sollevato il caso con parole dure, parlando apertamente di spreco di risorse pubbliche e di interventi pensati più per l’impatto immediato che per la loro durata. Il tema non è solo politico, ma anche economico. Le risorse impiegate, comprese quelle legate al PNRR e al Giubileo, avrebbero dovuto rappresentare un’occasione per interventi strutturali e duraturi. Invece, secondo i critici, sono finite per alimentare una spirale di lavori che si annullano a vicenda. E mentre i cantieri si rincorrono, Roma resta ferma. O peggio: arretra. Perché ogni intervento rifatto due volte non è solo uno spreco di denaro, ma anche un’occasione persa per migliorare davvero la città. A rendere ancora più controversa la vicenda è la gestione del verde urbano. Le nuove piantumazioni, spesso realizzate senza una strategia chiara, stanno sollevando forti perplessità. Giovani alberi collocati accanto a esemplari già maturi, in condizioni non sempre favorevoli, rischiano di non attecchire e di trasformarsi in simboli di un approccio superficiale. Le associazioni ambientaliste denunciano una situazione sempre più critica: abbattimenti considerati ingiustificati, potature drastiche e una generale mancanza di trasparenza. In alcuni casi, alberi ritenuti sani sarebbero stati rimossi senza spiegazioni convincenti, alimentando la sensazione che la tutela del verde sia ormai subordinata ad altre logiche. Il paradosso è evidente. Da un lato si parla di sostenibilità, resilienza urbana e tutela ambientale. Dall’altro, si assiste a interventi che sembrano andare nella direzione opposta, moltiplicando lavori e costi senza garantire risultati duraturi. La Metro C è un’infrastruttura fondamentale per il futuro della città, e su questo non ci sono dubbi. Ma proprio per la sua importanza, avrebbe richiesto una pianificazione rigorosa e coerente, capace di integrare i diversi livelli di intervento urbano. Il caso di Viale Mazzini dimostra invece l’assenza di questa regia. Una città che rifà e disfa, che spende e rispende, che inaugura e smantella nel giro di pochi mesi, non è una città che cresce. È una città che si limita a sopravvivere alle proprie contraddizioni. E a pagare, come sempre, sono i cittadini.
