E va be’, che devo fare?

Persone e momenti che credevo chiusi, sepolti sotto strati di delusione e disillusione, ma che invece riaffiorano improvvisamente, come un fiume in piena che travolge ogni barriera.

E così accade con il ricordo di quegli anni in Alleanza Nazionale, una stagione politica e personale complessa, fatta di ideali, speranze, ma anche di tradimenti e amarezze.

Nel settembre del 2008, ricordo ancora quel momento alla festa di Atreju, al Parco del Celio a Roma.

Gianfranco Fini, che allora era il leader indiscusso di Alleanza Nazionale, si rivolse a noi giovani di destra con un’affermazione che sembrava quasi un tradimento: “dobbiamo abbracciare l’antifascismo come un valore imprescindibile”.

Una frase forte, che suonava come un manifesto di una nuova era, di una rottura netta con il passato.

Ma come potevamo accettarla davvero?

Quella stessa sinistra, quel cosiddetto antifascismo, erano i responsabili di violenze contro di noi, quando ancora poche settimane prima la “teppaglia rossa” assaliva i gazebo di AN, incendiava i nostri circoli, aggrediva i militanti con una violenza gratuita e cieca.

Erano loro gli avversari da combattere, non certo un “valore da abbracciare”.

Eppure, Fini parlava così, e noi eravamo lì, sconcertati e confusi.

Non era la sola contraddizione nella sua figura.

Anni prima, nel 1998, quando venne ad inaugurare la sezione di AN a Monteverde, qui a Roma, guidata dal nostro caro segretario Carlo Carocci, disse davanti a tutti noi: “Boia chi molla… ma diciamolo a bassa voce”.

Un’affermazione criptica, quasi imbarazzata, che tradiva un senso di vergogna rispetto alle radici e all’identità del partito. Forse Gianfranco si vergognava della nostra storia, della nostra appartenenza. I

o, in quei giorni, cominciai a vergognarmi anch’io.

Non tanto delle mie idee o del mio impegno, ma di avere un leader che sembrava rinnegarle, che cercava di celare quella storia invece di farne un punto di forza.

Non fu facile metabolizzare tutto questo. Cresceva in me una frattura profonda, tra ciò che avevo vissuto, creduto e combattuto, e ciò che vedevo cambiare sotto i miei occhi.

Quando poi Fini divenne l’idolo della sinistra, l’eroe di un mondo politico che fino a poco prima ci aveva guardato con odio e disprezzo, il senso di smarrimento divenne ancora più intenso.

Come era possibile?

Come potevamo riconoscerlo ancora come nostro leader?

Per me, quella fu la fine di un ciclo: la fine di un’appartenenza, di una fedeltà politica che sentivo ormai tradita nel profondo.

Quell’uomo, che un tempo avevamo seguito con passione e dedizione, aveva fondato un piccolo partitino strumentale, una sorta di appendice del PD, lacerando definitivamente il legame con chi credeva in lui.

Per me, da quel momento, non rappresentava più nulla.

La mia mente lo aveva cancellato, archiviato in un cassetto polveroso dove riporre eventi e persone che non meritano più attenzione.

Eppure eccomi qui, mentre scrivo, a domandarmi cosa fare di tutto questo.

Perché quei ricordi tornano, pungono, chiedono conto.

Forse è la natura umana: non si può cancellare con un colpo di spugna il passato.

Forse è il bisogno di comprendere, di dare un senso a ciò che è stato e a ciò che è diventato.

O forse è solo la consapevolezza dolorosa che certe delusioni restano dentro, e non spariscono mai davvero.

Allora, che devo fare?

Continuare a guardare avanti senza voltarmi, oppure fermarmi a riflettere su quell’eredità spezzata?

Forse il modo migliore è parlare chiaramente, senza reticenze, raccontare quella storia con la sincerità di chi l’ha vissuta da dentro, con tutte le sue contraddizioni e ferite aperte.

Perché solo così si può costruire un futuro che non abbia paura di guardare al passato, ma che sia capace di imparare da esso senza ripetere gli stessi errori.

La mia esperienza in Alleanza Nazionale è stata un capitolo importante della mia vita: un capitolo che porta con sé nodi irrisolti, memorie dolenti, ma anche insegnamenti.

E va be’, che devo fare?

Forse, semplicemente, continuare a camminare con onestà, consapevole del fatto che la politica è fatta di uomini e non di eroi, di scelte difficili e strade tortuose.

E che a volte, purtroppo, bisogna saper dire addio, anche a ciò che si è amato profondamente.

Ma ora tocca a me, agli altri, a chi ancora crede in certi ideali, portare avanti quella battaglia con sincerità e coraggio.

Senza dimenticare, senza nascondere, senza vergognarsi di ciò che si è stati.

Perché la storia – quella vera – va presa tutta, con i suoi pregi e difetti, e solo così potrà diventare davvero patrimonio comune, fonte di crescita e non di divisione.

In fondo, come diceva Carlo Carocci, “Boia chi molla” resta una sfida eterna.

Ma dobbiamo imparare a dirlo senza paura, con la schiena dritta e la coscienza pulita.

E soprattutto, con la consapevolezza che ogni generazione deve scrivere la propria pagina, senza tradire né cancellare le radici da cui proviene.

Di Admin

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