
La sinistra italiana ha spesso dimostrato una singolare capacità: quella di costruire leadership carismatiche che, però, sembrano destinate a durare poco nel tempo, cadendo in pochi mesi sotto il peso delle aspettative deluse e delle dinamiche politiche interne.
Un fenomeno che non è solo italiano, ma che si riflette anche in altri Paesi, dove figure progressiste vengono inizialmente idolatrate e poi rapidamente dimenticate o messe da parte.
Un esempio lampante di questa dinamica è rappresentato dall’avvocato del popolo, Giuseppe Conte
.

Durante la pandemia, Conte ha raggiunto uno dei picchi più alti di popolarità tra i leader italiani, incarnando un punto di riferimento chiaro e rassicurante per milioni di cittadini smarriti e preoccupati.
La sua immagine di uomo semplice, vicino alla gente, ha conquistato il consenso trasversale necessario per governare in tempi difficili.
Tuttavia, nonostante questo successo, è stato presto estromesso da Palazzo Chigi: prima dagli “inciuci di palazzo”, quelle manovre politiche oscure e strategie sotterranee che contraddistinguono la politica italiana, e poi dal voto popolare che lo ha relegato ai banchi dell’opposizione.
Una parabola discendente rapida e brusca, che ha colto molti di sorpresa e ha lasciato un senso di delusione nei suoi sostenitori.
Non si tratta di un caso isolato.

Elly Schlein, giovane leader emersa con grandi speranze e proiettata come possibile alter ego di Giorgia Meloni, non è mai riuscita veramente a conquistare l’elettorato del centrosinistra.
Le sue idee e il suo modo di porsi al pubblico non hanno trovato quel terreno fertile indispensabile per radicarsi e crescere nel cuore degli elettori progressisti italiani.
Il risultato è stato una leadership fragile, incapace di affermarsi concretamente nel panorama politico nazionale.
Allo stesso modo, Matteo Renzi è l’esempio di come anche un partito che ha raggiunto punte di consenso intorno al 40% possa ritrovarsi in brevissimo tempo in bilico sotto la soglia di sbarramento, rischiando di scomparire dalla scena politica con una rapidità disarmante.
La volatilità del consenso e la difficoltà a mantenere saldo un progetto politico convincente sono elementi costanti della sinistra italiana.

Ma questa capacità di idolatrare leader destinati a svanire rapidamente non riguarda solo l’Italia.
I progressisti tendono a guardare oltre confine, abbracciando con entusiasmo le vittorie elettorali delle sinistre in altri Paesi come se fossero un trionfo personale, quasi come se quelle vittorie fossero un merito acquisito attraverso un’identificazione ideale.
Tuttavia, anche là la storia si ripete: quei leader falliscono i loro obiettivi e perdono consenso con la stessa velocità con cui avevano conquistato la fiducia dei cittadini.
Prendiamo Jeremy Corbyn prima e Keir Starmer poi nel Regno Unito.
Starmer è stato visto come la speranza per il Partito Laburista dopo anni di crisi interna, ma la sua leadership non ha ancora prodotto risultati tangibili che ne possano confermare la solidità nel lungo termine.

Manca un progetto chiaro e una capacità di rinnovamento che vadano davvero incontro alle richieste di una base elettorale sempre più frammentata e incerta.
E così i consensi si sgretolano, la fiducia diminuisce, e la sinistra britannica attraversa una nuova fase di incertezza.
Negli Stati Uniti, il sindaco di New York, Eric Adams, che aveva raccolto molte aspettative da parte degli ambienti progressisti, si trova oggi a dover affrontare un consenso che vacilla, segnato da difficoltà nella gestione della città e dall’incapacità di portare avanti con forza quelle riforme che avrebbero potuto consolidare il suo ruolo di leader progressista efficace.
Anche in Spagna, Pedro Sánchez, acclamato come uno dei leader più capaci della sinistra europea, ha dovuto fare i conti con una realtà politica complessa e mutamenti repentini nell’opinione pubblica che mettono a rischio la sua leadership e la stabilità del governo.
Nonostante gli iniziali successi, le difficoltà nel mantenere coesa una coalizione di governo variegata e le sfide economiche hanno eroso il consenso del presidente spagnolo.

Questa tendenza comune a Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Spagna ci dice molto su come la sinistra – e in generale i movimenti progressisti – fatichino a costruire leadership durature e credibili.
Idolatrati e ammirati in un primo momento, finiscono per essere accantonati rapidamente, come se l’entusiasmo iniziale fosse destinato a lasciare spazio a una disillusione altrettanto rapida.
Il motivo?
Forse una certa difficoltà a trasformare il carisma personale in un progetto politico solido e credibile capace di rispondere alle esigenze reali dei cittadini.
O forse una tendenza a inseguire mode e strategie di breve termine senza una visione chiara e condivisa, che finisce per isolare il leader e indebolirne la posizione.
Qualunque sia la ragione, ciò che emerge con chiarezza è la necessità per la sinistra di ripensare profondamente il proprio approccio alla leadership, alla costruzione del consenso e alla gestione del potere.
Solo così potrà sperare di superare il ciclo di entusiasmi e delusioni che la caratterizza, e di offrire ai propri elettori figure capaci di durare nel tempo, rappresentare con autentica forza le loro istanze e incidere realmente nella politica nazionale e internazionale.
Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a coltivare illusioni effimere, alimentate da speranze troppo grandi e da aspettative che si rivelano presto vane, lasciando dietro di sé solo il vuoto di una fiducia tradita e di un futuro incerto.
La sinistra ha la capacità di far meglio: deve solo trovare il coraggio di cambiare davvero, di costruire leadership solide, inclusive e durature.
Solo allora, potrà tornare ad essere una forza capace di guidare con visione e passione un mondo in continuo cambiamento.
